Nudo di donna EGON SCHIELE















sabato 12 maggio 2012

DA STRAZIANTE URLO DELL’ETA’ MODERNA A RECORD MONDIALE L’URLO DI MUNCH ALL’ASTA DA SOTHEBY’S A NEW YORK





In un recente articolo del Corriere si apre la gara per il record del secolo. L’oggetto conteso è il celeberrimo Urlo di Edvard Munch, battuto all’asta nella sede newyorchese di Sotheby’s per 120 milioni. Il quadro, un olio e pastello su cartone datato 1893, detiene il nuovo record mondiale sottratto a “Nudo, foglie verdi e busto” di Pablo Picasso acquistato un anno fa in un’asta di Christie’s per 106 milioni. Due i compratori finali in gara per l’opera simbolo dell’angoscia esistenziale dell’età moderna, che hanno preferito mantenere l’anonimato e farsi rappresentare da Stephan Connery e Charles Moffet della stessa casa d’asta newyorchese. Ignoto il nome del generoso e fortunato compratore. Nella lista dei prodighi miliardari la famiglia reale del Qatar (nota per l’acquisto de “I giocatori di carte”di Cezanne, “acquistato privatamente”alla fatidica somma di 250 milioni di euro), il magnate russo Roman Abramovich e l’americano Paul Allen (cofondatore di Microsoft). A quanto riporta l’articolo del Corriere, Valentina Castellani direttrice del Gagosian, prestigiosa galleria d'arte americana, sostiene che “Sotheby’s si terrà ben stretto il segreto” e che tanti possono essere i possibili acquirenti senza escludere i nuovi miliardari cinesi. Non convince l’ipotesi di due importanti musei del Texas e della California tra i possibili acquirenti perché non si giustificherebbe la segretezza dell’acquisto.
Certo la presenza dell’opera di Munch in un museo sarebbe stata sicuramente la collocazione migliore e chissà che il nuovo compratore non decida di destinarlo alle sale di un prestigioso istituto museale o di esporlo pubblicamente tra i dipinti della propria collezione privata.

Scritto da Antonella Colaninno

mercoledì 25 aprile 2012

DON CAMILLO A FUMETTI IL CAPOBANDA VENUTO DAL CIELO




Era da tempo che non mi capitava di leggere un libro così gradevole, poetico e vero come “Il capobanda venuto dal cielo” ovvero, il primo volumetto del don Camillo a fumetti edito da Renoir, 2011 donatomi a Milano da Davide Barzi responsabile degli editoriali e delle sceneggiature insieme a Silvia Lombardi e Alessandro Mainardi. Un libro pregevolmente illustrato che affascina con le storie di quel “Mondo piccolo” della provincia parmense raccontato da Giovanni Guareschi, in cui nascono e si intrecciano le storie di don Camillo e Peppone. Piccole storie raccontate con sapienza narrativa dalla penna di Guareschi e affidate alla magia dell’illustrazione. Una lettura velata di ironia ed intelligenza che pone riflessioni sul valore umano dell’amicizia al di sopra di ogni ideologia, tra acredine rivoluzionaria e saggezza moderata. Ogni singola storia è datata e corredata di una piccola presentazione ad incominciare dal racconto iniziale ambientato tra il 1906 e il 1909 e pubblicato sul n. 42 del Candido il 16 ottobre 1960.  E’ proprio in questa storia che da il titolo al primo volume, che ci si avvicina all’infanzia di Don Camillo e Peppone e alle loro prime conflittualità. Nove i racconti per volumetto di cui due dedicate ai personaggi del Mondo Piccolo e sette alle vicende di don Camillo e Peppone. Giovannino Guareschi scrisse 346 racconti tra il 1945 ed il 1960, “una sorta di cronaca umana ambientata nella Bassa parmense, sua terra d’origine (…).” Una vasta pianura definita da Guareschi “il Sahara verde della Bassa” (cit.) dove, nella frazione di Fontanelle ( Roccabianca, Parma) si trova la chiesa di don Camillo. Nella finzione letteraria, i personaggi di Guareschi vivono in un luogo di fantasia, identificabile con tanti luoghi reali del paesaggio della grande pianura. Nella trasposizione cinematografica di Julien Duvivier del 1952 e del 1953, le vicende si svolgono a Brescello un piccolo comune in provincia di Reggio Emilia.
Provocatorio ed impertinente è l’episodio intitolato “Il compagno Gesù” pubblicato nel dicembre 1948 (Candido, n.52) nel quale non compaiono don Camillo e Peppone nonostante il fil rouge della narrazione resti sempre la dialettica tra la rabbia  rivoluzionaria dei comunisti e la moderazione del pensiero cattolico. Un gruppo di Rossi di Cabassa, in previsione della notte di Natale, pensa di mettere in scena una Natività che demistifichi il senso religioso del Natale per fare propaganda politica ed istigazione all’odio verso i ricchi. La vicenda dai toni forti viene addolcita dalla illustrazione finale, con l’immagine della tradizionale natività che il lettore scorge dal portone della piccola chiesa del paese tra i fiocchi di neve e le orme lasciate da qualche passante sul manto di neve che ricopre il marciapede.

“Siamo certi che nostro padre sarebbe felice di sfogliare questo volume (…) E poi lo avrebbe messo tra i volumi di grafica della sua preziosa raccolta che amava consultare e che lo ha ispirato nella sua carriera di illustratore (…). Alberto e Carlotta Guareschi
Scritto da Antonella Colaninno

domenica 25 marzo 2012

LUX IN ARCANA. L’ARCHIVIO SEGRETO VATICANO SI RIVELA




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La Città del Vaticano apre le porte dell'Archivio Segreto con la mostra Lux in Arcana. L'Archivio Segreto si rivela.
La storia si svela sotto i nostri occhi nei documenti dei conclavi, delle scomuniche, dei trattati e dei rapporti diplomatici tra gli stati e il potere della chiesa. Antiche pergamene, carte, sete, cortecce di betulle e splendide miniature ci raccontano gli eventi di lunghi secoli di storia, testimoni delle più importanti vicende dell’umanità accadute dall’VIII al XX secolo. 

Un archivio di ben 85 chilometri di scaffali custodisce documenti provenienti da ogni parte del mondo: dalla Cina alla Russia, dall’America al Marocco, dall’Impero mongolo all’antica Persia. I preziosi Sigilli in cera sono simili a calchi in miniatura e impreziosiscono i supporti scrittori esaltando il valore dei contenuti. Con il suo percorso espositivo inedito la mostra rappresenta un vero e proprio evento mediatico, con un sito web di curiosità e di approfondimenti dove è possibile trovare aneddoti ed aspetti singolari. 

Tra i documenti allestiti nelle teche, il visitatore potrà trovare la bolla di Leone X del 3 gennaio 1521 con la quale si scomunica il monaco agostiniano Martin Lutero fautore della riforma protestante e della celebre affissione delle 95 tesi sul portale della Chiesa di Wittenberg (1517) nelle quali si enunciava la cattiva pratica delle indulgenze della chiesa cattolica. Il percorso espositivo si apre con il documento degli atti del processo di Galileo Galilei e continua con una serie di fonti preziose tra cui le pergamene del processo contro i Templari di Francia (1309-1311) e la corteccia di betulla su cui è incisa la lettera della tribù dei Chippewa (indiani d’America) a Leone XIII datata 1887. Inoltre la preziosa lettera su seta dell’imperatrice Elena di Cina a Innocenzo X (1650) e la lettera dei membri del Parlamento inglese per la causa matrimoniale di Enrico VIII inviata a papa Clemente VII e datata 1530. Tra i documenti più importanti, la bolla Inter Cetera emanata da papa Alessandro VI nel 1493 a seguito della scoperta dell’America. Tra gli altri documenti in esposizione: il diploma con sigillo d’oro di Federico II di Svevia il Barbarossa, la bolla d’indignazione del Concilio di Trento di papa Polo III del 1542, la lettera del presidente americano Thomas Jefferson a Pio IX per ringraziarlo della sua intercessione di pace. La pergamena del Concordato di Worms del 1122 in cui viene concessa l’investitura dei vescovi alla chiesa, e ancora lettere che attestano il mancato pagamento dei lavori svolti, per i due angeli sul ponte di Castel Sant’Angelo.

Infine il volume dell’Archivio Borghese, collocato all’inizio del percorso espositivo, è considerato il più pesante pezzo d’archivio, dalla mole rilevante e dalla rilegatura in pelle rossa con la copertina in legno. Al suo interno sono riportate informazioni sul patrimonio dei Borghese e sulla sua amministrazione. Il volume è largo 40cm, alto 55 e pesa ben 64 kg.



Scritto da Antonella Colaninno


Mostra organizzata in collaborazione con Roma Capitale, Soprintendenza ai Beni Culturali e Zètema Progetto Cultura.

Sito ufficiale della mostra – www.luxinarcana.org

MIRO’! POESIA E LUCE



Pittore della poesia e della forma allo stato puro tra primitivismo e moderna razionalità, L’astrattismo espressionista di Joan Mirò (1893-1983) rappresenta una esperienza artistica originale pur nelle influenze che la pittura contemporanea riflette nelle sue opere. Nella location romana del Chiostro del Bramante la curatrice Maria Luisa Lax Cacho ripercorre gli ultimi anni dell’attività del maestro catalano attraverso 80 lavori tra dipinti, bronzi, terrecotte e acquerelli. Una produzione “felice” che risale agli anni che Mirò trascorse a Maiorca, città nella quale riuscì a realizzare il suo studio, un progetto a lungo desiderato e per l’occasione qui ricostruito nella suggestive immagini di uno sfondo illusorio. 

Dal 1956 Mirò si trasferì a Palma de Maiorca dove visse i suoi ultimi anni serenamente producendo lavori che trovavano fonte di ispirazione nelle pitture rupestri di Altamira e nelle originali architetture di Gaudì. Mirò dipingeva a terra con le dita e con i pugni, camminando sulle tele e usando come supporto carte di giornale e carte sporche di fango o riciclate dalla spesa ai mercati. Fautore di una creatività primitiva, Mirò si ispirò anche alle esperienze delle avanguardie americane e alla cultura orientale. Viaggiò negli Stati Uniti e in Giappone e fu un comunicatore ante litteram del ruolo pubblico dell’arte, realizzando due murales in ceramica per la sede parigina dell’Unesco, oltre a sculture monumentali e a opere di grande formato. Nato a Barcellona da una famiglia di artigiani, Mirò si formò nella città spagnola sotto l’influenza di grandi maestri come Van Gogh, Cezanne, Matisse e i Fauves. Dopo un primo viaggio a Parigi nel 1920, fu affascinato dalla vita culturale della città francese e dalla originalità dell’arte di Picasso, dei dadaisti e dei surrealisti. La sua intensa attività di artista fu interessata anche alla produzione teatrale con i disegni per le scene dei balletti di Romeo e Giulietta e di Jeux d’enfants e nel 1981 per le scene e i costumi del balletto L’Uccello Luce a Venezia.

Scritto da Antonella Colaninno



Mirò! Poesia e luce.

a cura di Maria Luisa Lax Cacho

dal 16 marzo al 10 giugno 2012

Chiostro del Bramante - via della Pace – Roma.


sabato 24 marzo 2012

TINTORETTO


Trafugamento del corpo di San Marco (1562-1566)


Al grande maestro della pittura del Cinquecento Jacopo Robusti detto il Tintoretto (1519-1594), le Scuderie del Quirinale dedicano una importante mostra, la terza dopo la retrospettiva del 1937 e quella veneziana sui ritratti del 1994. Dal mito al ritratto e alla pittura religiosa, l’opera del Tintoretto impreziosisce le sale delle Scuderie. I suoi ritratti celebrativi non piacevano a Pietro Longhi che affermava di non ricordarne nessuno in quanto anonimi e forse lontani da quella raffinata introspezione psicologica che caratterizza i ritratti di Tiziano. 

Tintoretto raggiunse il suo splendore nel periodo di massima crisi linguistica della pittura veneziana del ‘500 spiega il curatore Vittorio Sgarbi. Riferimenti importanti per la sua pittura furono a Venezia, Tiziano, il toscano Jacopo Sansovino, “architetto e scultore della Repubblica di Venezia”, e Giulio Romano e l’architettura di Palazzo Te a Mantova. Criticato da Pietro Aretino e Ludovico Dolce, fu in competizione con Paolo Veronese ed ebbe buoni rapporti con Giorgio Vasari e Palladio. Poetico e sensibile Tintoretto si impossessa della realtà con la sua particolare visione romantica e uno stile tipicamente veneziano che usa luce e colore e manifesta tutta la spiritualità della controriforma. Molti i riferimenti alla chiesa come Susanna, simbolo della purezza della chiesa, il fico e l’unicorno simbolo di Cristo. Tintoretto fu un autodidatta e iniziò a dipingere facendosi pagare solo le tele e i colori, raccogliendo una copiosa offerta di lavori nella speranza di entrare in contatto con la committenza offerta dalla Repubblica e dalle Scuole Grandi. Occasione che arriverà nel 1562, ben quattordici anni più tardi dal Miracolo dello schiavo, con la commissione dei tre quadri sui miracoli di San Marco per la omonima Scuola Grande su richiesta del medico Tommaso Rangone che sarà ritratto nei teleri. Sia le scuole Grandi che le Scuole Piccole erano impegnate nella organizzazione di concorsi e nella commissione di opere a soggetto sacro. I privati della borghesia imprenditoriale e della aristocrazia commissionavano opere a soggetto profano dove si esaltava la bellezza femminile dove Tintoretto eccelleva più che nei ritratti, benchè mantenne sempre riserbo verso la sensualità delle sue figure. “Soggetti allegorici e languide ninfe nude" furono interpretate con giocosa sensualità nel rispetto della sensibilità della chiesa post tridentina. Tra le opere in mostra Susanna e i vecchioni, il Trafugamento del corpo di San Marco, la Vergine Maria in lettura, la Vergine Maria in Meditazione. Le opere di Tintoretto si caratterizzano per una impostazione scenografica e per una composizione attenta che nulla lascia al caso e che rileva l’importanza della luce e del colore nella plastica delle figure e nella resa emozionale delle atmosfere.


Scritto da Antonella Colaninno

Tintoretto
dal 25 febbraio al 10 giugno
a cura di Vittorio Sgarbi
testi n mostra di Melania Mazzucco
Scuderie del Quirinale, via XXIV Maggio, 16
Roma

mercoledì 14 marzo 2012

IL GUGGHENHEIM. L’AVANGUARDIA AMERICANA 1945-1980


Robert Bechtlen '71 Buick



Tra il 1945 e il 1980 l'Avanguardia americana si afferma nello scenario culturale in un periodo caratterizzato da un grande fermento di idee e dalle grandi trasformazioni che hanno visto la leadership americana nella crescita economica e nelle vicende politiche internazionali. L’America in quegli anni, è stata teatro ideale per la nascita di nuove tendenze artistiche: dall’Espressionismo astratto alla provocazione della Pop Art, passando attraverso l’arte concettuale e le geometrie elementari del  Minimalismo, sino a un genere di pittura fotorealista “che porta avanti l’eredità della Pop Art.” Esperienze visive che coinvolgono lo spettatore e tendono a misurare l’effetto artistico prodotto.
Una storia del costume e della cultura quanto mai originale e eterogenea, al passo con le moderne sperimentazioni e attenta al confronto con la lontana cultura europea. Un confronto in cui decisivo è stato il ruolo del R. Solomon Guggenheim e della sua collezione, in un periodo che metteva in discussione il ruolo stesso dell’arte e dei suoi obiettivi. La maggior parte delle opere in mostra presso Palazzo Esposizioni di Roma, provengono dalla collezione permanente del museo newyorchese e a queste si affiancano altre provenienti dalla Peggy Guggenheim Collection. Un percorso espositivo che afferma l’importanza di questa collezione e del  museo che oggi può ben considerarsi il più importante polo internazionale per l’arte moderna e contemporanea. Un esempio eccellente di musealizzazione di una collezione privata o meglio, di più collezioni confluite nella Fondazione Solomon R. Guggenheim. Le collezioni si sono costituite  inizialmente attraverso le scelte dei Guggenheim, ma  furono poi sostenute dalla consulenza della pittrice tedesca Hilla Rebay, baronessa von Ehrenwiesen, autrice nel 1927 di un ritratto per Solomon. Una passione per l’arte e per il collezionismo che i Guggenheim hanno trasformato in una vera vocazione. Un valore che conferma l’impegno del privato e dell’impresa nella crescita e nella valorizzazione della cultura. Solomon investì coraggiosamente su una collezione d’arte “non oggettiva” sostenuta dalla stessa Rebay che acquistò artisti figurativi benchè credesse nel valore spirituale dell’astrattismo.Una collezione che Solomon avrebbe voluto donare al Metropolitan Museum of Art se non avesse poi istituito nel 1937 la Solomon R. Guggenheim Foundation e il Museum of Non-Objective Painting nel 1939. La fiducia nelle potenzialità dell’astrattismo fu proiettata anche nella scelta di un’architettura leggera per il museo, affidata alla modernità del progetto di Frank Lloyd Wright .Una mostra interessante, quella romana, dove la diversità dei linguaggi espressivi caratterizza le sezioni in cui è suddivisa. Dalla leggerezza di Alexander Calder ai neon di Mario Merz, dall’Action Painting di Jackson Pollock all’estensione delle campiture di Mark Rothko. La Elegia per la Repubblica Spagnola n.110 (1971) di Robert Motherwell si affaccia silenziosa dalla parete di fondo di una delle sale mentre il Disastro arancione #5 (1963) di Andy Warhol ripropone, in un ritmo ossessivo, l’immagine di una sedia elettrica che quasi si svuota di contenuti nel ripetersi in un'immagine/icona sempre uguale a se stessa. La Pop Art di Roy Lichtenstein è attenta al mondo massmediatico dell’informazione, dal fumetto alla cartellonistica pubblicitaria ed è il simbolo di un consumismo di massa che non può che esprimersi attraverso tinte forti e immagini di grande formato che portano lo spettatore nel vortice di un’idea di consumo che tutto travolge e sconvolge. Presenti in mostra anche Jamais (Mai) (1944) di Clifford Still, con il suo straziante simbolismo,

le geometrie psichedeliche di Frank Stella e del suo Harran II (1967), 

e le campiture liberatorie di Kenneth Noland con il suo April Tune

Infine Arshile Gorky e la pittura fotorealista di Robert Bechtlen con ’71 Buick (1972) e Charles Bell con Gum Ball n.10: “Sugar Daddy.”

Scritto da Antonella Colaninno

Guggenheim L’avanguardia americana 1945-1980.
dal 7 febbraio al 6 maggio 2012
Palazzo delle Esposizioni
Roma, via Nazionale 194

domenica 26 febbraio 2012

ROMA AL TEMPO DI CARAVAGGIO 1600 – 1630

Michelangelo Merisi da Caravaggio Madonna di Loreto (1604-1605)

Annibale Carracci e bottega Madonna di Loreto (1604-1605)


Nel 1600 Roma è la capitale culturale d’Europa e, con le sue committenze, si popola di artisti provenienti da tutta Italia e dalla stessa Europa. Si assiste alla rinascita del pensiero cattolico e a un rinnovamento artistico, sia per le influenze culturali che rinnovano la tradizione artistica quattro cinquecentesca, e sia per i cambiamenti urbanistici commissionati da papa Sisto V. La mostra Roma al tempo di Caravaggio, conclusasi di recente presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia, ricostruisce la storia di un secolo ricco e variegato, con l’intento di dare luce a quegli artisti che rimasero in ombra rispetto all'astro di Caravaggio. Il percorso espositivo si apre con il confronto tra le due interpretazioni pittoriche della Madonna di Loreto dipinte entrambe tra il 1604 e il 1605 rispettivamente da Caravaggio e dal bolognese Annibale Carracci, che propone una visione classica del soggetto sacro ancora legata al linguaggio antico, distante dalla sensibilità naturalistica tipica della pittura di Caravaggio. Una diversità che testimonia la vivacità culturale di un’epoca dove i fermenti di rinnovamento convivono con la tradizione. Questo spiega la grande diversità dei due artisti che, se pur lontani nel linguaggio figurativo, sono accomunati dal destino di una morte prematura avvenuta a distanza di un solo anno l’uno dall’altro. Annibale Carracci fu seguito a Roma dai suoi allievi bolognesi Guido Reni, Domenichino, Albani e Lanfranco, mentre Giovanni Baglione e il Cavalier d’Arpino seguirono il filone caravaggesco e lavorarono al cospetto di committenti ecclesiastici. Molti gli artisti in mostra che seguirono la maniera caravaggesca, come Orazio Borgianni (Davide in preda all’ira decapita Golia – ovvero Allegoria biblica dell’Ira, 1609 – 1610), Orazio Gentileschi (Madonna con Bambino, 1603 -1605), e Pieter Paul Rubens (L’adorazione dei pastori, 1608). La mostra racconta per decenni la “moda”caravaggesca che, a partire da quegli anni, interessò la scena dell’arte sotto l’impulso del pittore Bartolomeo Manfredi che “divenne il più popolare divulgatore dei modi caravaggeschi”, ma anche di artisti come Artemisia Gentileschi, Bartolomeo Battistello Caracciolo, e Giovanni Francesco Guerrieri, a cui si aggiunsero gli artisti stranieri che si riversarono nella capitale romana, come lo spagnolo Jusepe De Ribera, il francese Simon Vouet, e il fiammingo Dirck van Baburen. Nel decennio successivo, il linguaggio caravaggesco lascerà il posto al classicismo anche per la presenza a Roma di Nicolas Poussin a partire dal 1624, e per la restaurazione della Chiesa cattolica e per le istanze della cultura barocca, affermata in quegli anni nella capitale. La mostra si chiude con il dipinto Allegoria dell’Italia dell’artista francese Valentin de Boulogne, realizzato nel 1629 per la famiglia Barberini che rappresenta un esempio di questo cambio di rotta del pensiero artistico italiano.

Scritto da Antonella Colaninno

Roma al tempo di Caravaggio 1600 – 1630
a cura di Rossella Vodret e Michele di Monte
Roma, Museo Nazionale di Palazzo Venezia Saloni Monumentali
16 novembre 2011 – 5 febbraio 2012