Nudo di donna EGON SCHIELE















martedì 16 ottobre 2012

MEDITERRANEA DI PEDRO CANO






di Antonella Colaninno

Come quaderni di viaggio, le sue opere raccontano le emozioni di un grande viaggiatore. “La mia università sono stati i miei viaggi”, queste le parole di Pedro Cano quando gli chiedo se in Mediterranea le sue storie di viaggio si intrecciano alla storia dei luoghi e se la scelta di portare la cultura spagnola all’interno dei Mercati di Traiano sia anche voler ricordare le radici ispaniche dell’imperatore romano. Gli chiedo inoltre quanto il Realismo spagnolo abbia influito nella sua formazione e quanto ci sia nella sua arte della poesia di artisti come Isabel Quintanilla, Amalia Avia e Lopez Garzia: “Antonio Lopez Garcia è stato il mio insegnante”, “ma io non credo di appartenere alla sfera dei realisti[…] mi piace essere libero e pensare di poter andare oltre la poetica degli artisti dell’Accademia di San Fernando a Madrid.” Pedro Cano mi accompagna all’interno della prima sala per mostrarmi il pannello con i tasselli di carte acquerellate che rappresentano i simboli della smorfia napoletana “sono l’unico pittore ad avere dipinto la smorfia perché in fondo è ciò che rappresenta Napoli con i suoi sogni, il suo folklore e le sue contraddizioni.” Nella stessa sala una bellissima immagine della cupola di Santa Sofia simbolo di cristianità, poi moschea ed oggi museo, ricorda il suo viaggio a Istanbul.

Tra i luoghi di Mediterranea c’è anche Venezia. Pedro Cano preferisce identificare la città con le “vigole” o “poline”e ricordarla attraverso la luce dei dipinti di Turner. Patmo è l’isola greca dove fu esiliato San Giovanni che in questi luoghi fu ispirato per la sua Apocalisse. Cano traduce le sensazioni del suo viaggio nell'isola nei delicati acquerelli con le corone di frutta e fiori secchi che venivano preparate il 1 maggio e lasciate appese all’esterno come simbolo augurale. Le corone sono dedicate alla natura che offre gli elementi di cui sono composte ma ne stabilisce anche la fine; le ghirlande infatti vengono lasciate all’esterno e qui si deteriorano nel tempo per intervento degli agenti atmosferici. Sono realizzate in ulivo, grano e uva, simboli del cristianesimo, ma anche con le rose, simbolo di bellezza e di amore, e con un tipo di lavanda che emana un profumo intenso e fiorisce il giorno di San Giovanni (viene utilizzata per la lavanda dei piedi). Alessandria d’Egitto è ricordata nei grandi acquerelli dei libri che hanno fatto la fortuna della sua Biblioteca e del suo fondatore Alessandro Magno. Ad Alessandria visse il poeta Kavafis e Pedro Cano la ricorda anche per il suo famoso caffè Pastroudis che era frequentato dallo scrittore Lawrence Durrell. 

Il viaggio di Mediterranea continua attraverso la Sicilia famosa per i i suoi profumi e per la cultura greca, passando per la Spagna di Cartagena, per la città di Split con il famoso palazzo fatto costruire da Diocleziano, per l’isola di Maiorca e i giardini della certosa di Valldemossa dove nel 1838 soggiornò Chopin con la sua compagna, la scrttrice George Sand.

 Pubblicato da Antonella Colaninno


 BIOGRAFIA


"Pedro Cano nasce nell’agosto del 1944 a Blanca, una piccola cittadina della provincia spagnola di Murcia; inizia a dipingere dall’età di 10 anni come autodidatta. Ha studiato prima all’Accademia San Fernando di Madrid e successivamente all’Accademia delle Belle Arti spagnola di Roma. Ha vissuto in Spagna, America Latina e Stati Uniti; oggi risiede ad Anguillara, una piccola cittadina a 30 chilometri da Roma, di cui è stato nominato cittadino onorario. Ha esposto in tutto il mondo, curando anche le scenografie di alcuni allestimenti teatrali fra i quali “Le Memorie di Adriano” di M.Yorcenaur con la regia di Maurizio Scaparro. E’ membro dell’Accademia Real di Belle Arti di Santa Maria Arrixaca ed è stato insignito dal re Juan Carlos dell’Encomienda de l’Orden de Isabella Cattolica. Ha esposto in alcune tra le più grandi città del mondo, da Madrid a Beirut, a Lisbona, Amsterdam, Parigi, New York, Toronto, Bogotà, Salisburgo."

MEDITERRANEA
Pedro Cano
28 settembre 2012 – 13 gennaio 2013
MERCATI DI TRAIANO – MUSEO DEI FORI IMPERIALI
Via IV novembre, 94- Roma

lunedì 15 ottobre 2012

GIUSEPPE DE NITTIS NOTES ET SOUVENIRS DIARIO 1870 – 1884





di Antonella Colaninno

“[…] una immagine di quella dolce vita da sognatore al quale basta una distesa di cose bianche, una pioggia di neve o una pioggia di fiori. E’ la vita per la quale son nato: dipingere, ammirare, sognare.” Giuseppe de Nittis

La lettura di questo diario non è solo la testimonianza di vita di un artista del quale cogliamo aspetti inediti, ma rappresenta anche un'occasione per riflettere sulle diversità culturali dei luoghi dove de Nittis ha vissuto e sulle loro trasformazioni storiche. Il diario fu edito per la prima volta in Francia nel 1895 per iniziativa di Lèontine de Nittis con il titolo Notes et souvenirs du peintre Joseph de Nittis, undici anni dopo la morte del marito e fu pubblicato presso le “Librairies – Imprimeries Rèunies” ma ci è giunto attraverso la traduzione italiana di Nelly Rettmeyer ed Enzo Mazzoccoli. 

Un piccolo scorcio letterario sulla vita di un grande artista con un andamento romanzato dei fatti che nulla ha o quasi, della didascalica cronologia di un diario.
“[…] io amo la Francia appassionatamente e disinteressatamente, più di un qualsiasi francese. Ho attribuito alla Francia tutti i miei successi anche se, e lo dico in tutta sincerità, è stata l’ospitalità inglese, e la stessa Inghilterra, che mi ha dato da vivere.” “No. Parigi non conosce la degradazione umana e la disperata miseria dei bassifondi di Londra. […] ma le miserie e le disperazioni di Londra sono un inferno che nemmeno Dante arrivò a immaginare: se avesse conosciuto i bassifondi di Inghilterra vi avrebbe collocato i dannati dell’ultimo girone.”
Così scriveva Giuseppe de Nittis nel suo diario, una testimonianza commossa che  documenta gli eventi che hanno legato l’artista alla sua città e ai luoghi in cui ha vissuto. Dall’infanzia nella città di Barletta, all'adolescenza trascorsa a Napoli, e i ricordi degli anni vissuti in Francia e in Inghilterra. L’eruzione del Vesuvio del 1872, la commedia dell’arte di Pulcinella e le figure di Petito e di suo fratello Davide, tra i più celebri interpreti della maschera napoletana. E ancora personaggi come Francesco dell'Ongaro, critico e scrittore, professore di letteratura drammatica a Firenze e a Napoli che de Nittis definisce suo nemico personale “(almeno così mi avevano detto, perché io non lo avevo mai visto)" il quale, da qualche tempo, sparlava di me sui giornali  a proposito di non so quale mostra alla quale io non avevo partecipato.” Con ammirazione de Nittis descrive invece la figura del giovane gentleman londinese che collezionava i suoi dipinti, per il quale l'artista dipinse dieci tele. Il misterioso signore "comprese" e "amò" la sua arte“e lasciò promessa che avrebbe donato tutto per testamento alla National Gallery. De Nittis venne a conoscenza che in casa del giovane vi era un’intera sala dedicata ai suoi quadri “- Questa è la mia preziosa galleria – soleva dirmi. Noi l’adoravamo ed è facile capire perché.” 

De Nittis annota nel diario anche le frequentazioni della famiglia con la celebre ballerina Maria Taglioni (contessa Gilbert des Volsins) figlia del coreografo Filippo Taglioni, che andava a far visita ai coniugi de Nittis. L’artista la ricorda come una donna fine e discreta, “dal viso sereno, senza rughe, dolcissimo […]”
Non mancano i ricordi della sua partecipazione all’Esposizione Universale nel 1878: “E’ il primo giorno dell’apertura dell’Esposizione Universale ed è festa al Bois de Boulogne.” Al successo di pubblico non corrispose nell’immediato un successo di critica e durante la votazione all'artista non gli venne assegnata la medaglia d’onore per l’Italia; furono proprio i francesi a votargli contro, ma alla fine de Nittis ottenne il suo riconoscimento insieme alla Lègion d’honneur. “Era forse intervenuta l’ambasciata in mio favore? In verità io non avevo sollecitato nulla ma non nascondevo che ero molto contento.” Una gioia che condivise con il suo amico e collega Manet, “uomo incapace di invidia e di meschinità”e con lo sdegno di D. (Edgar Degas) che cercava di influenzare il giudizio di Manet con i suoi commenti malevoli. Nel diario de Nittis ricorda la commozione al suo rientro a Barletta nel 1879, la stima che la città riconobbe al suo lavoro di artista, ma anche la delusione nell’avere scoperto che molti pittori falsificavano le opere sfruttando la sua fama. L'amore di de Nittis per Napoli rimase incondizionato anche quando si accorse che il progresso e la modernità stavano trasformando la cultura e la spontaneità di questo popolo.
Dal 1883 la salute di de Nittis incominciò a farsi cagionevole e a questo stato di salute si aggiungeva “un acuto senso di nausea” che si sostituiva “all’ottimismo gioioso di un tempo”: “[…] null’altro rimaneva se non un amaro disprezzo per certi miei vecchi compagni, e spesso mi tornava in mente un giudizio di Goncourt: -Non vi perdonano di essere arrivato così in alto – " De Nittis morirà il 21 agosto 1884 a 37anni.

“Forse non sono stato chiaro, ma è costume della mia razza, che non è napoletana ma pugliese, di una regione a oriente, sull’Adriatico, un mare malinconico, di tenere nascosti i propri sentimenti. Siamo un popolo parco nelle esteriorità.”

Pubblicato da Antonella Colaninno

Giuseppe de Nittis
NOTES ET SOUVENIRS
Diario 1870-1884
Schena  editore (1990)


martedì 2 ottobre 2012

XIII MOSTRA INTERNAZIONALE DI ARCHITETTURA DI VENEZIA COMMON GROUND





di Antonella Colaninno

Il territorio come spazio condiviso di pensiero e di luogo fisico. “[…] l’architettura è fortemente legata, intellettualmente e praticamente, alla condivisione di problemi, influenze e talenti” (David Chipperfield). Classico e moderno si riassumono nell’idea contemporanea di un progetto comune: il Common Ground. Un’incontro per riflettere su come l’architettura possa migliorare la società e su come gli uomini possano partecipare al processo creativo-strutturale di una forma architettonica già dalle sue prime fasi di progettazione. L’architettura assume un valore sociale poiché interviene come spazio ragionato a migliorare le condizioni del pianeta e a ricostruire dove le catastrofi naturali hanno distrutto. L’architettura ridefinisce il suo ruolo con una diversa prospettiva che supera l’idea principale di individualità per diventare appunto un COMMON GROUND. Non più solo esigenze individuali, ma il porsi al servizio di un’emergenza collettiva, come nel caso del Padiglione giapponese "Architecture. Possible here? Home-for-All" dove si riflette su una possibile architettura per la città di Rikuzentakata distrutta dallo tsunami che ha colpito il Giappone distruggendo ben oltre 400 km di costa riportando quasi ventimila vittime. L’architettura diventa osservazione, si interroga e da forma alle emozioni interpretando la “quotidianità locale…” I tre architetti intervenuti sul luogo di Rikuzentakata raccontano la propria esperienza: “trasalimmo di fronte alla vitalità degli alloggi provvisori visitati. Ogni occupante aveva personalizzato gli spazi, disposto vasi con piante, all’insegna di una quotidianità rispettosa dei legami con gli altri…” Superare le barriere per dare vita ad una propositiva fusione delle idee nella quale il lavoro intellettuale si completa nella logica del progetto esecutivo. “How long is the life of a building?”è l’interrogativo che il Padiglione estone si pone sull’universalità del patrimonio architettonico nel mondo e sul futuro del Linnahall di Tallin costruito nel 1980 in occasione delle Olimpiadi di Mosca e abbandonato a se stesso privo di funzionalità, testimonianza silenziosa di un passato che ha smarrito la propria identità nel contemporaneo. “Who will be the future greenlander?” è la sfida del Padiglione della Danimarca sul futuro della Groenlandia alla luce dei suoi cambiamenti per l’impatto industriale e le frequenti immigrazioni. Le tende scorrevoli di "RE-SET" del Padiglione olandese rappresentano un “intervento architettonico” che intende sottolineare il valore di un’esperienza in relazione allo scorrere del tempo e al potere suggestivo della sua lentezza. In RE-SET “Le cortine di tessuto si spostano all’interno dello spazio espositivo in dodici posizioni, come le dodici ore del giorno e della notte.”    


Le “New forms in wood” del Padiglione finlandese portano all’attenzione il rapporto che lega l’uomo alla natura anche nelle forme d’arte che gli architetti sono in grado di realizzare attraverso le suggestioni ed il calore di questa risorsa naturale. 

Uno sguardo alla natura e ai suoi possibili interventi di riqualificazione urbana e di un nuovo modello urbanistico per la capitale Luanda è BEYOND ENTROPY del Padiglione Angola che sottolinea la necessità di fonti di energia per queste zone ad alta densità di popolazione. Attraverso un’installazione a grandezza naturale di pianta di canna si creano percorsi di verde e modelli di energie alternative per ridisegnare gli spazi pubblici.

Pubblicato da Antonella Colaninno

Il Leone d’oro alla carriera della 13 Mostra Internazionale di Architettura è stato consegnato all’architetto portoghese Alvaro Siza Vieira (1933).


“Le “QUATTRO STAGIONI” dell’architettura italiana.  I stagione: Adriano Olivetti nostalgia di futuro; II stagione: ’assalto al territorio; III stagione: architetture del Made in Italy; IV stagione: re-made in Italy, quattro episodi della stessa storia raccontate dal curatore Luca Zevi all’interno del Padiglione Italia, quest’anno energeticamente autosufficiente e con un giardino interno di 800 metri quadrati, per riflettere sul rapporto tra crisi economica, architettura e territorio, premessa indispensabile per una nuova e necessaria fase di crescita.”

domenica 30 settembre 2012

MUSEO DELLA FARMACIA MAZZOLINI GIUSEPPUCCI





“OMNIA IN PONDERE ET MENSURA.” Galileo
Viaggiare è un’esperienza sempre ricca di sorprese che lascia alla casualità degli incontri l'emozione di eventi inaspettati. Si ammirano bei paesaggi e monumenti imponenti, ma anche piccoli luoghi, così piccoli da poter contenere solo poche decine di persone. Questo accade nella farmacia Mazzolini – Giuseppucci di Fabriano, un luogo che forse alcuni di voi conosceranno, un piccolo vano dove le ceramiche fiorentine Ginori della collezione Ermogaste Mazzolini si mostrano ai visitatori esposte nelle vetrine dei mobili, tra i decori e gli intarsi lignei realizzati dall’artista perugino Adolfo Ricci. Una piccola enciclopedia incisa nel legno racconta, attraverso i personaggi e gli strumenti da lavoro, la storia “delle scoperte fisiche, chimiche e mediche che durante l’Ottocento, migliorarono la vita degli uomini […].”  Unico in Italia, il piccolo museo documenta il progresso della scienza nel plasticismo delle forme scolpite nel legno realizzate tra il 1896 ed il 1899. Ritratti di scienziati e farmacisti si affiancano a quelli di nuovi macchinari e di putti che stringono tra le dita “la riproduzione della prima lastra radiografica realizzata nella storia”.  “Lo spirito delle sue rappresentazioni fa di questo luogo un contraltare laico in una cittadina di provincia come Fabriano, da sempre soggetta al potere papale.” Sul soffitto con le volte a crociera dieci tondi scolpiti a bassorilievo ospitano i ritratti di celebri medici e farmacisti, con l’intento di esaltare la figura professionale del farmacista, non ancora riconosciuta a quei tempi, in un corso di laurea indipendente dalla facoltà di Chimica e Medicina.

Il signor Ermogaste non era solo un buon conoscitore del proprio lavoro, amante delle scienze e delle arti, ma fu anche un militante nella vita politica e culturale della città. Tra il 1895 ed il 1896 decise di rinnovare gli ambienti della farmacia e affidò ad Adolfo Ricci, che dal 1892 a Fabriano ricopriva la cattedra d’intaglio nella Scuola Professionale d’Arti e Mestieri, “la decorazione degli arredi”, del bancone, del soffitto e delle pareti. La farmacia con il suo stile neogotico, fu luogo non solo di cura ma anche di riunioni di intellettuali laici, politici e di massoni.
La farmacia dei Mazzolini era provvista anche di un laboratorio galenico per la preparazione dei farmaci. Ermogaste e la sua famiglia porteranno avanti l’attività fino al 1932, anno in cui la farmacia sarà ceduta alla gestione alterna di diverse famiglie fino alla definitiva acquisizione dei Giuseppucci nel 1954 . Qui i nuovi proprietari si occuperanno della vendita e della preparazione dei farmaci sino al 1982, quando lasceranno la sede pur continuando a mantenere la proprietà. Solo nel 2010 la farmacia Mazzolini – Giuseppucci è stata riaperta al pubblico come “museo di se stessa”.

Scritto da Antonella Colaninno




giovedì 13 settembre 2012

LE STANZE DEL VETRO CARLO SCARPA VENINI 1932-1947






La bellezza del vetro era conosciuta già dai tempi antichi. La sua preziosità è stata valorizzata nelle arti applicate per la creazione di oggetti di design che hanno creato uno stile inconfondibile dove la progettualità interviene a modificare forma e colore. Nei primi decenni del secolo scorso, Renè Lalique aveva intuito la versatilità di questo materiale che usò nell’arte orafa e nella creazione di oggetti che tradussero in forme plastiche la sinuosità e la morbidezza dell’Art Nouveau. Vetri bianchi, colorati, satinati e opalescenti creano la variabile possibile di questo materiale. Emile Gallè giocò con le forme della natura riproducendole nei decori dei suoi vetri artistici, mentre Louis Comfort Tiffany creò giardini fioriti opalescenti per le cappe delle sue lampade e per le sue vetrate colorate. Raffinati manufatti di vetro cristallo fecero la fortuna sul finire dell’Ottocento delle vetrerie artistiche veneziane da quelle dei Fratelli Barovier, Barovier &Toso, alle MVM Cappelin & C., alla Venini, Zecchin-Martinuzzi. Nell’idea di valorizzare il vetro veneziano del Novecento è nato il progetto pluriennale Le Stanze del Vetro che esordisce con la mostra Carlo Scarpa. Venini 1932-1947, promosso dalla Fondazione Giorgio Cini e da Pentagram Stiftung *. Un progetto decennale per ricordare gli artisti e gli architetti che hanno disegnato e progettato per la Venini. 

 A Le Stanze del Vetro è dedicato lo spazio espositivo che accoglie la collezione e che ne prende il nome, restaurato per l’occasione nei suoi 650 mq. Più di 300 le opere esposte che ho avuto occasione di apprezzare durante la mia visita all’isola di San Giorgio, un ciclo di vetri progettati dall’architetto Carlo Scarpa (Venezia, 1906 – Sendai-Giappone, 1978) quando era direttore artistico della vetreria Venini, accompagnati da foto storiche e documenti di archivio. Tecniche diverse esaltano il design tra trasparenze, giochi di luce e di colore. Curata da Marino Barovier, la mostra propone una serie di vetri dalla linea semplice, dal design raffinato realizzati con diverse tecniche di esecuzione. Un percorso estetico che unisce stile, creatività e attenzione per la forma. Nelle 8 Stanze i vetri sono racchiusi nelle teche di vetro accostati  per tipologia esecutiva. 

Dai vetri a bollicine (1932-33) della prima stanza, presentati alla XVIII Biennale di Venezia nei colori verde, ametista e blu chiaro, ai vetri della ottava e ultima stanza suddivisi tra le tipologie a filo continuo (1942) con rigatura a rilievo, i velati (1940) leggermente opacizzati, le murrine trasparenti presentati alla XII Biennale di Venezia, i vetri con decoro a fili (1942-47) e a fili e fasce (1942), i variegati (1942) con sottili striature irregolari, a pennellate (1942) caratterizzati da macchie di colore, e le conchiglie (1942-47) in vetro trasparente colorato che si ispirano alle forme della natura. 

Nelle altre stanze sono esposti i vetri a macchie (1942), coppe e piatti colorati o trasparenti decorati con motivi astratti, i vetri iridati (1940), i vetri battuti (1940-46), coppe, vasi e piatti a fasce applicate (1940) presentati alla VII Triennale di Milano, gli incamiciati cinesi (1940), vasi e coppe che si ispirano alle porcellane orientali, i vetri rigati (1938) e tessuti (1940) composti da sottili canne di vetro, gli incisi (1949-42) e i laccati neri e rossi (1940) presentati alla XII Biennale di Venezia. Infine, i vetri granulari (1940), le murrine opache (1940), i vetri a cerchi e a fasce (1938) e a spirale (1936-38), i variegati zigrinati (1938-42), i vetri a puntini e a strisce (1937-38), i corrosi(1936-38), i lattimi (1936) vetri bianchi opachi, le murrine romane (1936-40) vasi e coppe nati dalla collaborazione con Paolo Venini presentati alla VI Triennale di Milano e alla XX Biennale di Venezia, e i vetri a mezza filigrana (1934-36) composti da canne di vetro trasparente ed un nucleo centrale in vetro lattimo o colorato.

Scritto da Antonella Colaninno

LE STANZE DEL VETRO
CARLO SCARPA
Venini 1932-1947
Venezia, Isola di San Giorgio Maggiore
29 agosto-29 novembre 2012
Promosso dalla Fondazione Giorgio Cini e da Pentagram Stiftung
Mostra a cura di Marino Barovier
Catalogo Skira



lunedì 10 settembre 2012

QUALI PROSPETTIVE PER IL MERCATO DELL’ARTE INVESTIRE IN TEMPO DI CRISI



GIORGIO MORANDI
GIORGIO DE CHIRICO




E’ sempre più difficile parlare di investimenti in un momento così delicato come quello attuale, soprattutto quando ad investire sono i collezionisti. Secondo le statistiche elaborate da Nomisma sui dati rilevati dal Giornale dell’Arte e da ArtEconomy24, il fatturato delle sette case d’asta italiane più importanti sarebbe sceso del 2,0%, mentre il numero delle aste si sarebbe ridotto ad una percentuale del -8,6%. Dalle 76 aste del 2010 si è passati alle 70 del 2011, così come il fatturato è sceso da 117,63 milioni di euro del 2010, ai 115,19 milioni di euro del 2011. La maggiore percentuale di vendite spetta a Christie’s italia seguita dalla Meeting Art, dalla Farsettiarte, dalla Sotheby’s Italia, dalla Porro, dalla Pandolfini ed infine, dalla Wannanes nonostante si prevedono licenziamenti per le filiali italiane di Sotheby’s e Christie’s mentre risale allo scorso marzo la notizia del fallimento di Finarte per un buco di 11 milioni di euro. Sempre secondo le statistiche rilevate dal Nomisma risulta che il giro d’affari complessivo dell’arte in Italia ammonta a quasi 1,4 miliardi di euro di cui il 43% riguarderebbe l’arte moderna e contemporanea, con una posizione di vantaggio del contemporaneo sull’arte moderna. C’è da dire però, che le scelte sul mercato internazionale privilegiano l’investimento in arte a quello in azioni e che il settore contemporaneo tiene eccezionalmente il passo alla leadership dell’oro. Per quanto riguarda le scelte del collezionista si assiste ad un ridimensionamento di gusto e di valore di mercato rispetto ad artisti come Jeff Koons, Damien Hirst, Takashi Murakami e Richard Prince che avevano raggiunto quotazioni vertiginose solo fino a qualche anno fa. Secondo quanto sostiene ARTEFIERA ART FIRST, fiera internazionale di arte contemporanea di Bologna svoltasi dal 27 al 30 gennaio (la più importante mostra-mercato italiana di arte moderna e contemporanea e tra le più accreditate in Europa), la scena italiana ha visto affermarsi artisti come Domenico Gnoli. “Busto femminile di dorso” è stato acquistato in ottobre da Christie’s a Londra alla cifra record di 2,3 milioni di sterline (3,5 milioni di euro) superando le 500/700 mila sterline previste. Sempre in ottobre a Londra sono state battute all’asta le opere degli artisti italiani del dopoguerra. Una "Combustione di legno” (1957) di Alberto Burri ha raggiunto la cifra di 3,1 milioni di sterline (4,8 milioni di euro), mentre un “Achrome” di Piero Manzoni è stato aggiudicato a 3,2 milioni di sterline (4,9 milioni di euro). Stabile Lucio Fontana (i cui “Tagli”si aggirano tra 1,4 e 1,2 milioni di euro) ed Enrico Castellani; un “Senza titolo” (1963) proveniente dal North Carolina Museum of Art è stato venduto a Milano da Christie’s per 227 mila euro, mentre una "Superficie bianca" del 1967 ha sfiorato la cifra di 504 mila euro. Si rivaluta anche l’Arte Povera con Michelangelo Pistoletto che in ottobre da Sotheby’s a Londra è stato battuto per 553 mila sterline (850 mila euro) mentre l'opera Piede di Luciano Fabro ha raggiunto la cifra di 277 mila sterline (425 mila euro). I collezionisti americani preferiscono investire su Marino Marini, mentre Giorgio Morandi e Giorgio De Chirico restano i nomi italiani più apprezzati sul mercato internazionale. Una "Natura morta" (1941) di Morandi è stata battuta da Christie’s a Londra a 541 mila sterline (830 mila euro). Per la scultura, le opere di Luigi Ontani sono state aggiudicate lo scorso aprile da Sotheby’s a Milano tra 44 e 46 mila euro. Arte Povera e Transavanguardia, interessante vetrina a Bologna per collezionisti ed estimatori, si pongono all’attenzione nelle aste pubbliche internazionali. Per la Transavanguardia si resta nei limiti del buon investimento con una quotazione di mercato che oscilla tra i 50 e i 200 mila euro. Per un investimento ancora più conveniente, tra i 10 e i 60 mila euro, c’è quello sugli artisti della Pittura Analitica degli anni ’70 e della Nuova Scuola Romana degli anni Ottanta a cifre comprese tra i 5 ed i 20 mila euro. Un'ottima occasione di investimento resta l'arte italiana della prima metà del Novecento dove è possibile fare buoni affari. Il dipinto "Quattro donne" (1938) di Massimo Campigli è stato aggiudicato per 290 mila euro in un'asta di Christie's a Milano lo scorso novembre.

Fonti: Nomisma - ArteFiera ArtFirst

Scritto da Antonella Colaninno





domenica 26 agosto 2012

INTRODUZIONE ALL’ARCHEOLOGIA RANUCCIO BIANCHI BANDINELLI



APOLLO DEL BELVEDERE
DORIFORO di Policleto

“Si parla sempre dello studiare gli Antichi; ma che altro significa ciò, se non: rivolgiti verso il mondo reale e cerca di esprimerlo, perché questo facevano gli Antichi allorchè vissero.” Johann Wolfgang von Goethe, 1826.

Rileggere un testo per ricordare ciò che si è dimenticato, per approfondire alcuni aspetti a cui si è dato uno sguardo forse un po’superficiale è ciò che spinge il lettore a sfogliare le pagine di libri già letti. Lo studioso, nelle sue riletture, darà nuovo valore ai contenuti e soprattutto, li analizzerà con occhio diverso per scoprire nuove prospettive e possibili spunti di ricerca. Introduzione all’archeologia di Ranuccio Bianchi Bandinelli è un importante volumetto di studio per gli studenti di Storia dell’Arte e di Archeologia, un vademecum di consultazione che spesso gli studiosi rileggono con maggiore consapevolezza ed approfondimento. Un testo sulle grandi campagne di scavo e sullo studio delle fonti che, secondo l’autore, corrono su tre “fili diversi”: “la conoscenza delle fonti scritte, la conoscenza dei materiali reperiti dallo scavo, il criterio metodologico per portare quelle nozioni a giuste conclusioni storiche.”

In passato, si pensava che l’archeologia fosse pura contemplazione dell’antico, edonismo fine a se stesso. Winkelmann aveva fatto un grande salto di qualità negli studi sulla classicità attraverso il passaggio dall’erudizione fine a se stessa, pura e semplice curiosità accademica, ad una ricerca cronologica dell’arte antica che approfondirà l’analisi dell’evoluzione degli stili e porterà alla nascita dell’archeologia intesa come storia dell’arte (“Storia delle arti del disegno presso gli antichi”, 1764). Per oltre un secolo prevalse l’aspetto estetico che escludeva tutto ciò che non rientrava nei canoni del Neoclassicismo. Solo con il superamento del Neoclassicismo, la ricerca archeologica si svolgerà su parametri storici oltre che su considerazioni di tipo estetico e la storia dell’arte sarà accompagnata dalla documentazione diretta del lavoro di scavo e si attribuirà alla stessa archeologia il ruolo di indispensabile strumento della ricerca storica. Lo studio del Winkelmann però, ebbe i suoi limiti. Lo studioso tedesco infatti, ignorava che il marmo bianco delle statue da cui era profondamente affascinato era stato un tempo, ricoperto di uno strato di colore, così come ignorava che il bello delle statue antiche era solo ideale, costruito su canoni di perfezione, affatto riconducibile ai modelli reali dell’epoca. Dopo il Winkelmann, la ricerca archeologica seguirà il metodo filologico attraverso lo studio delle fonti antiche (Plinio il Vecchio, Pausania, Ateneo e Luciano) in cui sono citati gli artisti e le loro opere d’arte. Questo nuovo metodo di indagine porterà alla conclusione che il Winkelmann non aveva mai visto originali greci in bronzo, ma solo copie romane in marmo munite di puntelli per la statica. Attraverso il metodo filologico saranno identificati il Doriforo di Policleto e l’Apoxyomenos di Lisippo. Con l’inizio dell’Ottocento, si avviano le prime campagne di scavo che porteranno alla luce una serie di opere greche originali. Nel 1809 saranno effettuati i primi scavi del Foro Romano, “detto fino ad allora Campo Vaccino perché luogo di pascolo e campo di fiera.” Gli scavi saranno interrotti e poi ripresi nel secondo dopoguerra. Nella seconda metà dell’Ottocento, partiranno le grandi spedizioni da parte di Inglesi, Francesi e Tedeschi; nel 1863 gli scavi di Samotracia riporteranno alla luce la famosa Nike che sarà esposta al Louvre. Nel 1871, negli scavi di Atene, saranno rinvenuti per la prima volta i vasi in stile geometrico non ancora conosciuti dagli studiosi, un vero e proprio stile (il più antico, anteriore a quello classico ed ellenistico) che si ispira al vasellame preistorico. Nel 1875 si avviano gli scavi di Olimpia e poi quelli di Efeso e di Pergamo, dove fu scoperto l’altare di Pergamo e con esso, la scultura ellenistica carica di pathos e basata tecnicamente sul chiaroscuro e sul rilievo plastico “che influenzò la pittura pompeiana.” I Francesi saranno impegnati negli scavi di Delo (1877) che porteranno a conoscenza di un sito mai abitato dai Greci poiché luogo sacro dedito al culto di Apollo (lo sarà poi, sotto i Romani); e negli scavi di Delfi (1879) (santuario più importante dopo quello di Olimpia). Dal 1738 al 1766 saranno intrapresi gli scavi di Ercolano (difficoltosi a causa della colata di fango caldo indurito sotto cui era stata sepolta la città) e dal 1748 quelli di Pompei (del Fiorelli). Le ricerche condotte dagli Inglesi negli insediamenti greci dell’Asia Minore hanno identificato la presenza di grandi sepolcri (Mausoleo di Alicarnasso) caratteristici della zona (tipica dei “sovrani locali”) ed assenti sul territorio della Grecia. Lo Schliemann, ricco uomo di affari ed appassionato di Omero, condurrà nel 1871 una campagna di scavo nella Troade dove scoprirà la città di Troia confermando la sua distruzione a causa di un incendio.

Scritto da Antonella Colaninno

Bianchi Bandinelli (1900 – 1975) ha insegnato Archeologia e Storia dell’arte antica a Cagliari, Pisa, Groningen, Firenze e Roma fino al 1965. Dal ’45 al 48 è stato Direttore generale delle Antichità e Belle Arti. Ha ideato e diretto l’Enciclopedia dell’arte antica classica e orientale ed è stato fondatore e direttore delle riviste Società e Dialoghi di Archeologia.