Nudo di donna EGON SCHIELE















domenica 29 agosto 2010

GIULIO DURINI


di Antonella Colaninno

Un realismo audace e tenero allo stesso tempo quello di Giulio Durini, artista lombardo nato a Milano nel 1966 che si narra tra classicismo e modernità, raccontando senza velatura alcuna l’universo dell’omosessualità. Atmosfere seducenti dove la luce si riflette sui corpi accarezzandone le forme, dove la naturalezza della posa supera il naturalismo accademico e si esprime in un realismo forte e sensuale che ricorda quello dei realisti spagnoli come Lopez Garcia. Il messaggio esplicito di un amore omosessuale, dove l’eros si esalta nel voyeurismo, nel desiderio della carne e nel possesso della virilità della giovinezza nella consapevolezza della inesorabilità del tempo. La dialettica tra corpo e anima e l’amore verso il corpo involucro decadente e unico contenitore dello spirito. Una sensibilità anacronistica ispirata al gusto barocco ma compenetrata nello spirito della contemporaneità. “Durini si è concentrato sulle ansie e sulle nevrosi della sua (e nostra) epoca, creando una pittura senza tempo, antica nella forma, ma carica al limite dell’eccesso di un sentimento e di emozioni quanto mai contemporanee, che nell’eterna rappresentazione del corpo trovano la loro espressione più compiuta”.
(Alberto Agazzani).
Giulio Durini discende dalla famiglia dei conti Durini di Monza, una tra le più antiche famiglie lombarde. A lui si deve il rilancio della Fondazione Durini di cui è presidente dal 2001, che ha sede nel settecentesco palazzo Durini. Fu fondata nel 1939 dal conte Antonio Durini, figlio del pittore Giulio Durini, importante figura della cultura artistica milanese del XIX secolo. E’da alcuni anni ritrattista ufficiale del Senato della Repubblica.
In una intervista rilasciata ad ArsLife, Durini sostiene che l’arte contemporanea italiana non valorizza molto il mercato nazionale, ma tende con esterofilia ad apprezzare i mercati esteri quasi fossimo una “provincia dell’America” ignari del nostro passato di paes leader nella storia delle arti a livello mondiale.“Erroneamente diamo al concetto di contemporaneo un attributo geografico invece che temporale, diventando così solo osservatori” “L'Italia, nonostante il suo passato di faro dell' arte mondiale, si è talmente provincializzata che nel mondo interessa più per il suo passato che per il suo presente. Un presente totalmente culturalmente degradato. Questo Paese s’interessa principalmente di calciatori, veline e stracci.”

Nel 1996 espone all'Institut de France di Parigi e nel 1998 allo Spazio Consolo di Milano, all'interno dell'esposizione Il nuovo ritratto in Italia, a cura di Alessandro Riva.Nel 1999 è presente a Palazzo Sarcinelli per la collettiva Sulla pittura. Artisti italiani sotto i 40 anni curata da Marco Goldin, e a Pittura Ritrovata, allestita a Roma nel Museo del Risorgimento. Ancora con Alessandro Riva, Giulio Durini espone in Sui Generis, al Pac di Milano nel 2000 e lo stesso anno fa parte della collettiva Racconti d'estate, (galleria B&B Arte, Mantova). Nel 2001, partecipa al Premio Cairo Communication e l'anno successivo è presente nella collettiva Il lato oscuro della letteratura, in concomitanza con il Festival della letteratura di Mantova. Nel 2003 è tra i protagonisti delle prime tre tappe del progetto Italian Factory. La nuova scena artistica italiana, tra gli eventi collaterali della 50ma Biennale di Venezia, a Strasburgo, presso il Palazzo del Parlamento Europeo e al Palazzo della Promotrice delle Belle Arti di Torino, dove entra anche a far parte del progetto di Fabrizio Ferri, Ritratti.Nel 2004 è presente alla Notte Bianca della Cultura, in collaborazione con Italian Factory, dove espone nelle sale di Palazzo del Giardino. Da alcuni anni è tra i ritrattisti ufficiali del Senato della Repubblica. Nel giugno 2005 partecipa in collaborazione con Italian Factory a Miracolo a Milano, presso il Palazzo della Ragione. Nel 2006 espone alla mostra collettiva Etnie presso la Fondazione Durini a Milano, in occasione della giornata del Contemporaneo. Nel 2007 è presente all'importante rassegna collettiva italiana realizzata nella prestigiosa sede dello Shanghai Art Museum.

venerdì 27 agosto 2010

IL REALISMO SPAGNOLO


di Antonella Colaninno

Negli anni sessanta del Novecento Madrid è stata il centro culturale di una nuova ricerca artistica ispirata allo studio della realtà e dell’illusionismo dell’immagine. La ricerca pittorica di questa generazione di artisti che si è formata all’Accademia di San Ferdinando a Madrid ha osservato la realtà con sguardo retrospettivo, ispirandosi ai grandi maestri spagnoli del passato, ma con uno sguardo attento anche alle istanze della modernità. Un’importante mostra sul Realismo spagnolo è stata allestita qualche anno fa a Potenza presso la Galleria di Palazzo Loffredo. Realidad, arte spagnola della realtà è stata un’occasione per illustrare l’affinità culturale di due aree del Mediterraneo, la Spagna e l’Italia che spiega la forte connotazione mediterranea di questi realisti ispirata anche ai grandi movimenti del Realismo contemporaneo francese e americano di Balthus e di Hopper, come afferma Lopez Garcia, esponente di punta del movimento. La mostra dedicava una sezione al realismo storico (che incomincia dopo il 1950) ed una alla “continuità del realismo” all’interno della quale erano compresi gli artisti nati negli anni quaranta che sono in stretta relazione con il gruppo storico, e gli artisti delle generazioni più giovani, la cui preparazione accademica si unisce ai moderni linguaggi della tecnologia, dell’arte cinematografica e della fotografia. Una piccola sezione raccoglieva alcune opere d’ arte del passato antecedenti al Realismo (Pedro de Orrente,1580-1645; Josè de Ribera, 1591-1652; Francisco de Zurbaran, 1620-1649; Francisco da Goya, 1746-1828) collocabili cronologicamente tra il 1600 e il 1900. Nel gruppo dei realisti storici erano esposte opere di: Amalia Avia, Julio Lopez Hernandez, Francisco Lopez Hernandez, Maria Moreno, Carmen Laffon, Antonio Lopez Garcia e Isabel Quintanilla.

In Amalia Avia il realismo è uno strumento di conoscenza in cui lo studio della luce e dei punti d’ombra crea atmosfere di rarefatta bellezza e di mistero, sospese tra illusionismo e verità oggettive. La sua arte è attenta agli aspetti sociali della realtà, come la strada, ma anche ad una dimensione più intima dove gli interni semplici delle case e le facciate dei negozi rappresentano una quotidianità che si fa memoria ma anche denuncia sociale. L’olio su tavola del 1988 “Ministerio de Fomento”si svela come un frammento di vita fissato sulla tela, sospeso in una atmosfera surreale che cattura l’immediatezza di un momento come in una fotografia. Un frammento urbano dove lo scorrere del tempo si arresta ma dove viva è la percezione degli umori grigi e umidi di una piovosa giornata autunnale. L’attenzione per gli spazi interni è un altro aspetto della pittura dell’Avia. Il dipinto “Comedor” un olio su tavola del 1988, ritrae uno scorcio di una sala da pranzo; la luce è filtrata da un panneggio chiaro e crea un delicato gioco di ombre sull’angolo della parete di fondo mentre illumina la superficie del tavolo. C’è l’assenza della figura umana che viene evocata dagli oggetti domestici, come la macchina da cucire sullo sfondo. La pittura di questa artista è quasi monocromatica, con tonalità spente e fredde che vanno dai grigi alle terre e agli avori.
Il realismo esasperato di Julio Lopez Hernandez traccia nel gesto, nella ponderatezza e nella rigidità dell’espressione un profilo intimo e psicologico. La sua pittura vuole sottolineare l’oggettività della realtà che nasconde nella sua essenza aspirazioni più profonde. “Parte de sua familia”(poliestere originale, 1972),”El alcade”(bronzo,1972),”Marcela agachada”1967,”La Primavera”, sono figure emblematiche che esprimono la fragilità delle proprie paure. La gravità e la ponderatezza “Di El alcade”sono il simbolo del vissuto di quest’uomo, una persona familiare all’artista il cui ricordo rivive nel realismo della materia. Le sue sculture surrealiste e metafisiche, come “Dormitorio, Almagro28” del 1978 e”Metro Tetuan-Vallecas”del 1970 denotano una forte spiritualità.
Francisco Lopez Hernandez (fratello di Julio) si ispira ai temi tradizionali del bodegon, della figura umana, e degli scorci urbani. La austera monocromia delle sculture di Julio, è superata dalla maggiore plasticità delle figure di Francisco realizzate con materiali più duttili, come l’argilla e il legno d’abete che rendono le figure più lisce e levigate. Una differenza evidente, se confrontiamo la Primavera di Julio con la leggerezza del plasticismo della Nina escribendo di Francisco; le gambe si divaricano quasi non avessero peso ed il corpo si distende come se perdesse la sua gravità. Anche per Francisco la ricerca del vero vuole evocare il mistero, l’impenetrabilità della vita, come si evidenzia nel busto di Carmen Lopez del 1979. Un’aurea metafisica avvolge la realtà che ci appare essenziale come in “Las das ventanas”(Le due finestre) del 1972, e nell’ “Interior del estudio”del 1972.
Nell'artista Maria Moreno la natura è fonte di seduzione nella purezza dei bianchi luminosi che si disperdono nell’atmosfera e nella freschezza dei verdi che rimandano ad una natura arcadica. Nei suoi scorci la materia sembra diluirsi sulla tela, smaterializzarsi per diventare pura emanazione di luce, come in “Cocina de Tomelloso” del 1972, in “Jardin de los frutales”dello stesso anno, e in “Jardin de Ponente”del 2006. Nell’opera “Rosas”(2005), le rose sono raccolte in un vaso di vetro al centro di un piano orizzontale appena percettibile che annulla la proiezione nello spazio. In “Entrada de casa” del 1980 lo sguardo converge su uno scorcio che si apre tra le stanze di un appartamento, tra una impercettibile linea d’ombra che lascia in primo piano sulla visuale tagliata di destra una credenza d’altri tempi su cui poggia un piccolo scrigno e una composizione di fiori. Tra le zone d’ombra si apre sullo sfondo una parete di un fumoso color turchese che allarga prospetticamente lo spazio.
Carmen Laffon ha sperimentato un realismo che supera la dimensione del reale sino alla smaterializzazione dell’oggetto che diventa puro colore. Il punto limite di questa ricerca pittorica è la serie di “El Coto”, un lembo di spiaggia familiare all’artista, custodito nei cassetti della sua memoria. El Coto è un punto di osservazione speciale, dipinto in quattro diversi momenti di luce: El Coto desde Sanlucar, atarceder (all’imbrunire); El Coto desde Sanlucar, nocturno (notturno); El Coto desde Sanlucar, bajamar (bassa marea); El Coto desde Sanlucar, tarde (pomeriggio), tutti del 2005.
Antonio Lopez Garcia approda al realismo solo negli anni sessanta del Novecento, dopo un primo periodo classico (1950) ed una fase successiva più vicina al Surrealismo. Negli anni della sperimentazione realista, Garcia è ossessionato dallo studio della luce. I suoi soggetti sono i bodegons, i ritratti dei familiari, gli oggetti della quotidianità e scorci e vedute di città. “Madrid sur”(1965-1985) è una veduta della città dall’alto, nella profondità di una prospettiva dove l’orizzonte si disperde e la città si unisce al cielo. La sua pittura non suggerisce atmosfere visionarie ma persegue la ricerca del vero; è un esistenzialista per la vitalità vibrante degli sfondi e delle figure e per l’ attenzione all’analisi descrittiva e psicologica. I suoi dipinti sono fortemente realistici e i soggetti non sono un fondale indefinito o un’evocazione suggestiva di luce e colore, ma una presenza incontrastata, sospesa in una fissità e in una tensione metafisica; la tavolozza quasi monocroma contribuisce ad evidenziare e a congelare i soggetti. Il suo realismo è freddo e contemplativo come in “Taza de water y ventana”(1968-1971) (tazza di water e finestra), in “Vaso con flores y pared”del 1965 (vaso di fiori e parete), in “Josefina leyendo”del 1953, o in “Carmencita fugando en la terrazza”del 1960. Più esistenzialista la tela “La cena”(1971-1980), con il suo rigore compositivo e cromatico; qui il grigio della parete di fondo contrasta con il candore del tovagliato bianco su cui sono poggiati gli avanzi dei pasti consumati; intorno al tavolo, sono sedute una bambina ed una donna dal volto incompleto (benché nel bozzetto sia stato disegnato perfettamente). Il dipinto “Emilio y Angelines”(1961-1965) pone in primo piano le due figure sullo sfondo di un paesaggio urbano; la loro staticità contrasta con una tensione interiore attraverso il realismo degli sguardi, la tensione delle labbra e del collo. Lopez Garcia ha realizzato anche opere scultoree come “Maria de pie”del 1963, una piccola figura di bambina e l’imponente “Figura de ombre”(2001), una figura di grande forza ed equilibrio.
In Lopez Garzia la materia non trascende lo spirito ma lo svela, il realismo esprime i significati essenziali delle cose umane. In lui è presente il senso del tempo, della morte incombente che avvalora l’esaltazione della vita, e anche dove c’è un messaggio di tragica drammaticità si svolge sempre un inno alla vita; è la forza della materia l’energia primigenia che spinge avanti l’esistenza. La luce da vita alle forme e svela la verità delle cose mentre la materia pittorica si fa specchio della spiritualità.
Isabel Quintanilla è l’ultima tra le donne del realismo storico; nel 1960 sposa Francisco Lopez e tra gli anni sessanta e settanta del secolo scorso riscuote un notevole successo in Italia e in nord Europa. Anche la sua ricerca si caratterizza per una forte aderenza al dato reale, in un equilibrio tra materia, colore e luminosità. E’una pittura colta e raffinata nella quale si coglie l’amore per la pittura del passato tra cui Vermeer. Le sue composizioni sono semplici, razionali e fortemente evocative e sono costruite sulla simmetria di piani inclinati che spostano in alto il punto di vista. “Mis flores favoritas”(2003) è un'opera di raffinata eleganza, in cui l’austerità del damasco blu del tovagliato contrasta con il bianco delle rose, a cui si uniscono sullo sfondo un orologio ed un paio di guanti in un perfetto equilibrio cromatico e compositivo. In“Bodegon con ajas”(2004) (natura morta con agli) la luminosità del bodegon in primo piano è tagliata dal muro grigio di fondo. Ogni oggetto rifulge di una luce quasi metafisica e diventa un prezioso gioiello della quotidianità; come la brillantezza e la trasparenza del piatto di porcellana.

Nella sezione dedicata alla continuità del realismo meritano una nota la scultura di Rafael Muyor che realizza opere scultoree di grandi dimensioni ingrandendo inverosimilmente frutti e ortaggi; arance e angurie diventano larve informi costrette nell’involucro della materia. Joan Mora indirizza la sua ricerca sugli oggetti della quotidianità. La materia non costringe le forme ma le modella, conferendo loro una certa leggerezza. Un esempio magistrale di realismo scultoreo in cui si inseriscono capolavori come “Diumenge”(domenica) del 1990, ”Capsa de sabates”(scatola di scarpe) (2000), ”Paquet amb corda”(pacco con spago)(2003) e “Pelota”del 2005. Matias Quetglas è una scultrice pittrice i cui soggetti sono sospesi in una dimensione metafisica, sono figure compenetrate nella realtà ma assorte in una quotidiana meditazione; un realismo che possiamo definire un surrealismo metafisico. Tra le sue opere: “Juegos de playa”(1993), ”El aliento del dragon”(2006), ”Joven flautista”(1992), ”Maria con espero”(1979), ”Mria en tamburate”(1980).













giovedì 26 agosto 2010

A MILANO COMANDA LA 'NDRANGHETA


di Antonella Colaninno
Giovedì 26 agosto, presso il Ristorante Culturale i Maltesi a Monopoli (Bari) sarà presentato il libro inchiesta “A Milano comanda la ‘Ndrangheta” edito da Ponte alle Grazie e scritto dai giornalisti Davide Carlucci e Giuseppe Caruso, con un’ importante prefazione di Attilio Bolzoni. Ospite della serata sarà Davide Carlucci giornalista per la redazione di Milano del quotidiano La Repubblica. Il libro sarà presentato da Antonella Colaninno (cioè io), presidente dell’Associazione Culturale Novart.

Milano è ormai il centro di un traffico di droga internazionale; secondo i dati ASL, con i suoi 120.000 consumi di cocaina, Milano è oggi la capitale europea della coca grazie alla mafia calabrese e al trasferimento di molte ‘ndrine in città. Qui per spacciare non bisogna pagare il pizzo come in Calabria. “La repubblica autonoma delle ‘ndrine” ha ottenuto nel 2007 dalla droga, ben 27.240 miliardi di euro. Attraverso l’edilizia e gli appalti, la mafia calabrese entra in relazione con la politica locale e di qui con la politica nazionale acquisendo così, un potere enorme. La forza di questa mafia, considerata la più forte sul territorio, è nella sacralità e nel rispetto della tradizione che la caratterizza e nella struttura orizzontale della sua organizzazione. Le ‘ndrine, che sono i nuclei delle famiglie mafiose, affiliano solo componenti naturali o acquisiti della famiglia, almeno in Calabria e questo le rende molto forti. Ciò spiega il perché di pochi collaboratori di giustizia infatti, se ne contano solo poche decine.
La forza della ‘Ndrangheta è anche nella corruzione perché dispone di una quantità enorme di danaro paragonabile alla ricchezza mobile di uno stato, e nell’impunità di molti omicidi che l’ha aiutata a radicarsi nel territorio; inoltre, essa riesce a ripulire il 75% dei soldi sporchi a Milano e in Svizzera.
Prima di essere una organizzazione criminale, la ‘Ndrangheta è stata la rivoluzione dei contadini allo strapotere dei ricchi latifondisti a metà ‘800. Si chiamò all’inizio, Mano Nera e solo negli anni del Fascismo fu chiamata ‘Ndrangheta. Fino agli anni ’70 sarà di orientamento comunista e poi si affiancherà alla destra eversiva. Una criminalità fondata sulla storia e sulla tradizione, di natura esoterica; si pensa infatti, che le tre mafie (‘Ndrangheta, Camorra e Cosa Nostra) siano la continuazione storica dei Templari e del loro esoterismo. Il suo simbolo è l’albero della scienza, metafora della struttura della società. Il giuramento viene fatto pungendo il dito dell’affiliato che viene posato su un santino che poi sarà bruciato; un monito per l’affiliato, un invito all’obbedienza alla ‘ndrina per non incorrere nella stessa sorte. Una vera e propria setta di natura massonica che ha come suoi eroi Mazzini, Garibaldi e Lamarmora, tutti massoni che hanno fatto la storia del Risorgimento italiano. L’incontro tra la ‘Ndrangheta e il nord Italia inizia a metà degli anni ’50, durante la grande ondata di migrazione di molti meridionali verso il nord. Molte famiglie di malavitosi si concentrano in via Giuseppe di Vittorio (fondatore della CGIL) a sud di Milano.

A Muggiò, alle porte di Milano, i calabresi hanno stretto un’alleanza con i cinesi. Le mafie straniere possono considerarsi alla stregua delle mafie autoctone attraverso una storia lunga e complicata che le vede soci in affari nella grande e complessa impresa dell’apertura di una multisala in Brianza. Un progetto che nasce da una storia legata al costruttore edile di origini calabresi Zaccaria e ai suoi rapporti con la politica di stampo socialista, grazie alla quale era riuscito ad acquistare nella zona alcune terre dei marchesi Casati Stampa che si erano visti costretti a svendere per debiti. A questa multisala si affiancherà un centro commerciale gestito dai cinesi ma l’intera struttura sarà destinata a fallire e vedrà scattare l’arresto per i soci.
La ‘Ndrangheta tesse le sue trame anche con la preziosa collaborazione della politica (le cariche politiche vengono decise sulla base degli interessi per gli appalti di lavori edili e stradali) e dei colletti bianchi, impiegati e liberi professionisti tra cui spicca il nome dell’avvocato Giuseppe Melzi, tra i più noti di Milano, dalla facciata di grande rispettabilità, uomo raffinato e di cultura, fondatore di una associazione umanitaria, che finisce irretito nel malaffare della mafia calabrese. E’ stato collaboratore della cosca Terrazzo che si è autosterminata poi, da una faida interna.
Per non parlare dei danni ambientali causati dalla ‘Ndrangheta attraverso le discariche abusive in cui vengono scaricati gli scarti delle demolizioni industriali che, uniti alla terra, danno vita ad una mistura usata negli impasti per le costruzioni. Lo smaltimento viene così, alterato, riciclato e poi reinvestito, insomma, un’altra strada per far soldi.
La Lombardia detiene anche il primato della regione con più siti contaminati. Inoltre, la maggior parte dei rifiuti avvelenati diretti in Campania in accordo con la camorra, provengono proprio dalla Lombardia. Imprese che nascondono affari sporchi come la Sogemi in via Lombroso, la società che gestisce per conto del comune un consorzio di ortofrutta, ricettacolo di droga e armi, a cui sono legati nomi come quello di Giuseppe Morabito (che ogni giorno arriva in Ferrari in consorzio esibendo un pass da facchino, rilasciato dalla Sogemi), arrestato in Aspromonte nel 2004 e poi diventato collaboratore di giustizia.

Molteplici i beni confiscati, non solo come patrimonio immobiliare, ma anche come aziende, un calcolo tra l’altro, approssimativo. Beni che spesso restano di demanio statale e che vengono utilizzati per scopi benefici da associazioni impegnate nel sociale. La lentezza che contraddistingue l’assegnazione dei beni della mafia esprime la superficialità con la quale le istituzioni considerano la pericolosità delle infiltrazioni mafiose nel tessuto connettivo sociale. Anche il Canada è da anni coinvolto da un grosso traffico di droga che confluisce lì dalla Colombia, una vera e propria multinazionale del crimine.
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Tra i tanti nomi citati nel libro, compare quello di Francesco Zappalà, un medico che organizza le spedizioni di droga in Sud America e in Europa per conto dei clan, arrestato nel gennaio del 2005 dopo le intercettazioni in cui svela nomi di politici che hanno aiutato i mafiosi; quello di Giovanni Praticò, che gestisce i canali di approvvigionamento dei clan, arrestato nel 2004 perché trovato con una grossa quantità di droga in macchina e quello di Modaffari, un dentista laureato all’Università di Messina, anche lui inseguito dagli inquirenti. Francecso Pizzinga è l’uomo addetto al recupero credito, alle estorsioni e alle azioni di forza. Antonio Papalia, tutt’ora considerato il capo della ‘Ndrangheta e Giuseppe Zappia, ingegnere del progetto del ponte Calabria Sicilia, uno dei progetti su cui forti sono gli interessi della mafia, così come si teme per Expo 2015.

Il potere della ‘Ndrangheta si è infiltrato anche in altre regioni d’Italia, come il Piemonte e la Liguria, quest’ultima ha visto il porto di Genova diventare luogo di smistamento della droga il cui danaro, viene poi riciclato nel casinò, mentre la Costa Azzurra rappresenta il luogo ideale per la latitanza. In Piemonte, la mafia calabrese si è insediata negli anni settanta ed è diventata una realtà nota e ben radicata solo negli anni novanta. Un grosso giro di droga i cui traffici giravano intorno al nome di Rocco Lo Presti. Non è esente neppure l’Emilia Romagna, benché qui la mafia abbia trovato maggiore ostacolo al radicamento. Reggio Emilia rappresenta il centro di maggiore presenza mafiosa dove si fronteggiano campani e calabresi, ma è interessata anche la riviera romagnola. Qui in Emilia, le grandi ditte appaltatrici sono costrette a collaborare con la mafia a causa di una politica di estorsioni. Vengono affidati alla mafia i subappalti in cambio di manodopera a basso costo e protezione.
Milano è anche ricettacolo di mafie estere, come quella asiatica che qui, smercia una sostanza chiamata Shaboo o droga dei Kamikaze, simile al sale grosso da cucina o al ghiaccio frantumato; il ricavato di questi traffici viene riutilizzato nelle maxi giocate al Bingo. Al racket di droga si associa anche un grosso giro di prostituzione e di usura. Alla mafia asiatica si intreccia quella albanese, impegnata nel controllo del mercato delle armi. Don Ciotti ha per anni perseguito la speranza che il Comune di Milano istituisse una commissione antimafia che è stata sciolta nel 2009.Una città che continua a non vedere quello che accade e che continua ad affermare che a Milano la mafia non esiste.
“Pensare di contrastare la ‘Ndrangheta e l’enorme ricchezza generata ogni anno, pari a circa il 3% del Pil italiano, senza affrontare la questione droga, vuol dire continuare a voler svuotare il mare con un secchiello. Senza una forma di legalizzazione o comunque di controllo, da parte dello Stato, del mercato delle sostanze stupefacenti, è complicato parlare di lotta alla Mafia, perché si permette alla macchina criminale di rifornirsi continuamente della benzina indispensabile per la propria sopravvivenza”(n.d.r.).

domenica 15 agosto 2010

LA CASTA DEI GIORNALI

di Antonella Colaninno


La casta dei giornali è un libro che informa su uno dei più grossi scandali politico-amministrativi degli ultimi decenni: il finanziamento statale dei giornali. Un'offesa al mercato e alla democrazia dell'informazione.
Il mercato dell’editoria rappresenta un sistema che si mantiene grazie ai grossi finanziamenti dello Stato. Si assiste ad una distribuzione di denaro pubblico in favore dei giornali e dell’editoria, una realtà di cui quasi nessuno ha mai scritto. Un silenzio che incide sulle responsabilità morali di editori e giornalisti, sul principio su cui si fonda il loro lavoro, quello cioè, di fare informazione.“Siamo di fronte a quello che è forse il più vergognoso fenomeno di collusione e di omertà di cui si sia macchiata l’informazione in Italia”, scrive Lopez. “La legge dell’editoria”questo prevede infatti, a patto di conoscere le norme e di avere amici capaci di metterti in contatto diretto con il Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria di Palazzo Chigi: più copie stampi - anche sapendo di stampare di scarto, per il macero, per distribuirle gratuitamente o per vendite “in blocchi”…- più soldi prendi”. Basta convincere due amici parlamentari per le testate politiche e il gioco è fatto, afferma Lopez. Ogni anno in Italia vengono elargiti all’editoria “provvidenze e regalìe”pari a 700 milioni di euro, tra l’altro in modo poco trasparente, secondo la normativa prevista dalla legge n. 416 del 5 agosto 1981 sino all’ultimo aggiornamento del 7 marzo 2001 (n. 62), un percorso nel quale si sono introdotte “norme e codici ad personam”per soddisfare i privilegi. “Trattative di corridoio, accordi trasversali, inciuci e vere e proprie truffe - ai danni del bilancio statale…”. Sprechi a vantaggio della politica e a danno di piccole testate indipendenti costrette a chiudere per lasciare spazio a giornali che spesso non interessano al mercato editoriale e neppure all’opinione pubblica. All’inizio erano stati previsti stanziamenti di piccola e media entità, con l’intento di sostenere la competitività sul mercato dei giornali di partito, tra l’altro, fortemente penalizzati dagli scarsi investimenti pubblicitari. “Certo il sostegno finanziario da parte dello Stato ai giornali di partito è man mano cresciuto a dismisura, peraltro parallelamente al finanziamento pubblico dei partiti…” Ma bisogna ricordare, continua Lopez, “che il “finanziamento pubblico” fu abolito in base all’esito del referendum popolare del 1993, con la plebiscitaria maggioranza del 90,3% dei votanti, e poi artificiosamente resuscitato dal 1994 sotto forma di “rimborsi elettorali”. Rimborsi che sono divenuti, poi, operosissimi e ragionevolmente insopportabili per le disastrate casse dello Stato”. Una forma di assistenzialismo che nega la libera imprenditoria, la professionalità, la competitività sul mercato e l’attenzione del lettore. Il settore dell’editoria beneficia anche del credito d’imposta sulle spese sostenute per l’acquisto della carta e i benefici dei contributi statali riguardano anche i giornali editi da ex movimenti, da cooperative, quelli che fanno capo alla Chiesa cattolica, quelli per non vedenti, quelli pubblicati e diffusi all’estero. Ma i contributi vengono elargiti anche alle emittenti radiofoniche e televisive che sono organi di movimenti politici (Radio Radicale…). E, come se non bastasse, i debiti sono a carico dello Stato e, in caso di fallimento, paga lo Stato. C’è un lungo iter storico che riguarda l’intervento dello Stato nel settore dell’editoria, che risale a prima del Fascismo, documenta Lopez; al 1935 si assiste al primo intervento diretto dello Stato attraverso l’istituzione dell’ENNC (Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta).

venerdì 13 agosto 2010

IL PRINCIPE NEL GROVIGLIO



di Antonella Colaninno

Qui di seguito una breve presentazione del libro il Principe nel groviglio di Beppe Lopez che sarà tra gli ospiti del Festival Letterario “A testa in sud” Libri da una diversa prospettiva.
Beppe Lopez sarà ad Acquaviva delle Fonti (Bari) il 30 agosto prossimo alle ore 20.30.
A tutti voi un arrivederci! E...buona lettura.

Beppe Lopez è giornalista dal 1963. Ha scritto inchieste, note e servizi per le più importanti testate italiane, fra le quali: l’Avanti e Mond’Operaio diretti da Gaetano Arfè, Il Giorno diretto da Italo Pietra, Tempo Illustrato e Affari economici diretti da Nicola Cattedra, Il Ponte diretto da Enzo Enricues Agnolotti, Il Mondo diretto da Antonio Girelli, ABC, il Corriere dello Sport, Settimana Tv, la Repubblica, il Manifesto, l’Unità, Numero Zero, Galassia, Prima Comunicazione, Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Sicilia, Liberazione, Left,…Nella prima metà degli anni Settanta è capo ufficio stampa del Consiglio Regionale pugliese per l’intera legislatura costituente (1970-75). Dirige Cronache della Regione Puglia e dal 1973 al 1982, con Beniamino Finocchiaro, Politica e Mezzogiorno. Cura la collana “Socialismo e Cultura” della Dedalo. Nella seconda metà degli anni Settanta, partecipa da cronista di politica interna alla fondazione di «Repubblica» diretta da Eugenio Scalfari (1975-79). Fonda e dirige il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto (1979-1981). Per vent’anni giornalista parlamentare, è stato editorialista e inviato di economia per «Il Globo». Ha diretto la «Quotidiani Associati», la più importante agenzia italiana di servizi giornalistici ( Il Mattino, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Sicilia, l’Unione Sarda, Il secolo XIX, …). Si dedica ad attività di consulenza e di progettazione editoriale, con particolare attenzione al mercato regionale dell’informazione. Ha esordito in narrativa con il romanzo Capatosta (Mondadori). Ha pubblicato: Mascherata Reale (Besa 2004), La Casta dei giornali (Stampa Alternativa-Rai Eri 2007), La Scordanza (Marsilio 2008), Moresca (Oèdipus 2009), e Giornali e democrazia (Glocal 2009).
E’in rete con il sito "Informazione e democrazia".

Questo libro racconta“L’invenzione dello Stato di Albania e la singolare avventura di Guglielmo di Wied nell’eterno intrico balcanico, alla vigilia della prima guerra mondiale”.

"Il Principe nel groviglio" è la storia di Guglielmo di Wied e di sua moglie Sofia, discendente di una delle famiglie più importanti della Germania, la Schonbourg-Waldenbourg. Donna di carattere e di bell’aspetto appartenente al credo luterano e madre di due figli.
Il principe Guglielmo Federico Enrico di Wied sbarca insieme a sua moglie nel porto di Durazzo il 7 marzo 1914, scortato dalla nave italiana Quarto, dalla nave inglese Gloucester e dalla nave francese Bruix.
La formazione del nuovo Stato balcanico è stata una manovra politica voluta dalle Grandi Potenze, per ottenere maggiore controllo su una regione geograficamente strategica su cui premono gli interessi politici di molti stati: Turchia e Russia da est, Austria-Ungheria dal nord, Italia, Francia, Inghilterra, Grecia, Serbia, Montenegro, Romania e Macedonia. Una terra in cui si uniscono culture, etnie e religioni diverse, in cui si incontrano e si scontrano convivenze ed interessi. Guglielmo era nipote acquisito di Carlo I, marito della zia paterna Paolina Elisabetta Odilia Luisa di Wied, re di Romania che aveva svolto un ruolo importante negli equilibri balcanici, impegnato in una attività diplomatica per la creazione degli Stati Uniti Balcanici.
Una storia antica e complicata quella della Albania, segnata da guerre e da contaminazioni culturali che allo stesso tempo esaltano Guglielmo e lo scoraggiano, preoccupato per la responsabilità di un governo impegnativo nel quale è stato coinvolto. Gli albanesi hanno sempre rivendicato il principio di nazionalità e nel 1910 i Kossovari si sollevarono contro i Turchi per rivendicare l’uso della propria lingua e la presenza di funzionari pubblici di nazionalità albanese. Lo scoppio della prima guerra balcanica vide l’indebolimento dell’impero ottomano, con la fine definitiva del regime nel novembre del 1912. Con il trattato di pace del 30 maggio del 1913 giungeva al termine la prima guerra balcanica e i Turchi uscivano fuori dall’Europa. Ma, a causa delle liti per la divisione dei territori sottratti ai Turchi, nel giugno del 1913 ebbe inizio la seconda guerra balcanica durata solo due mesi. Fu ora che le grandi potenze decisero per la formazione di uno Stato albanese che territorialmente però, era diviso in una piccola Albania sottoforma di stato indipendente, mentre il restante territorio era diviso tra Serbia, Montenegro, Macedonia e Grecia e non fu organizzato in un autogoverno. Guglielmo di Wied rappresentava l’uomo giusto per governare il nuovo Stato, per la forza del suo casato e per la sua fede luterana lontana dalla eterogenea compagine religiosa della nuova Albania, divisa tra cattolici, musulmani e cristiani ortodossi.

Un libro per chi ama la storia e per chi vuole approfondire le vicende di uno stato come quello albanese che nel 1478 entrò a far parte dell’Impero ottomano fino all’indipendenza dichiarata il 28 novembre del 1912.

mercoledì 11 agosto 2010

NATO: COLPITO E AFFONDATO.
La tragedia insabbiata del Francesco Padre



di Antonella Colaninno

GIANNI LANNES è giornalista freelance e fotografo investigativo, direttore dal giugno 2009 del giornale on line Italia Terra Nostra. Collabora con il quotidiano La Stampa e con la Rai Radiotelevisione Italiana. Ha lavorato per i settimanali: Avvenimenti, L’Espresso, Panorama, Famiglia Cristiana, Io Donna, La Repubblica delle donne, Il venerdì di Repubblica, Diario. Ha scritto per i mensili: Airone, La Nuova Ecologia, Medicina Democratica.
Ha lavorato sia in Italia che all’estero, occupandosi di controinformazione con inchieste riguardanti il traffico d’armi, di esseri umani, di rifiuti tossici e scorie radioattive e di ecomafie.
A seguito dell’apertura del suo giornale on line e delle sue indagini che spesso coinvolgono la politica e la criminalità organizzata, Lannes è vittima di minacce ed attentati da parte della mafia, dirette anche ai componenti della redazione.

“Il 4 novembre del 1994 nell’Adriatico orientale cinque uomini e il loro cane pescano come sempre. Il “Francesco Padre”, la loro barca, ora è un rantolo contorto e i loro corpi giacciono in fondo al mare. La vicenda rientra tra quelle su cui vige il segreto di Stato. Quella notte, in quelle acque, era in corso l’operazione della Nato “Sharp Guard”.
La vicenda del Francesco Padre ricorda gli eventi della strage di Ustica, indagini contorte, silenzi e misteri irrisolti, sullo sfondo di un’Italia in cui vige il segreto di Stato tra “verità inafferrabili”e vittime di una giustizia fantasma. Un’inchiesta spezzata e archiviata come accidentale, quella del Francesco Padre che stabilì che l’affondamento del peschereccio fu causato da una esplosione indotta da condizioni interne e non da cause esterne. Questo fu stabilito nella relazione dalle dichiarazioni del professore Giulio Russo Krauss, secondo il quale l’esplosione fu causata da una quantità notevole di esplosivo trasportato dalla barca. Ma le immagini subacque evidenziarono l’integrità del peschereccio, a parte uno squarcio a poppavia sinistra. A questo, si aggiunse la distruzione dei resti dell’imbarcazione recuperati, l’occultamento delle prove e il depistaggio delle indagini. Vittime di un attacco militare, i pescatori furono accusati di essere trafficanti di armi. Una vicenda su cui vige il segreto di Stato, tra quelle tante che non vedono la luce della verità giudiziaria ma su cui interviene il diritto di informazione. La coscienza del giornalismo d’inchiesta che ha il dovere di raccontare i fatti e di fare chiarezza sull’informazione. Trame omertose per la conclusione ufficiale di una vicenda che è “stata inventata a tavolino dai responsabili dell’Alleanza Atlantica col tacito accordo dello Stato Maggiore della Marina tricolore”, scrive Gianni Lannes. “Il dramma del Francesco Padre è una strage annunciata che affonda le sue radici nella sudditanza militare del nostro Paese e nello strapotere Usa che ormai ha collaudato la subalternità dell’Europa”. L’autore si domanda ancora oggi, come mai l’allora vice Presidente del Consiglio dei Ministri abbia coinvolto nel caso solo il Ministero degli Interni, dei Trasporti e degli Esteri, ignorando il Ministero della Difesa. Unico testimone le acque dell’Adriatico. Lascia perplessi come mai il sommergibile e il sottomarino operativi in zona non abbiano registrato nulla, loro che “individuano i suoni di una barca ad una distanza equivalente tra la Sardegna e Gibilterra”.
E ancora, il mancato arrivo sul luogo di mezzi per la ricerca e il soccorso durante le riprese degli addetti stampa il giorno seguente. SILENZIO, SOLTANTO SILENZIO. Il Francesco Padre era già stato precedentemente vittima di un incidente e il capitano del peschereccio aveva ricevuto del denaro dalla Nato per tacere sull’accaduto. Superare i confini delle acque territoriali significa forse andare incontro a rischi mortali? Si domanda l’autore. E perché si è voluto lasciare in mare i corpi senza onorarli di una degna sepoltura, e nel dubbio la sofferenza di cinque famiglie per un crimine impunito?

Gianni Lannes sarà tra gli ospiti della prima serata del Festival Letterario A testa in Sud dal titolo: “Dal Sud per informare:giornalisti senza bavaglio”. Vi aspettiamo lunedì 30 agosto 2010 ore 20.30!
Atrio di Palazzo De Mari – Acquaviva delle Fonti (Bari).




lunedì 9 agosto 2010

TERRONI

di Antonella Colaninno

“Possono dire, oggi, i meridionali, di avere veramente un paese? Un futuro proprio e condiviso, in una terra comune? O vale anche per loro il lamento degli slavi islamizzati dei Balcani: “Siamo stati separati dai nostri, senza essere accettati dagli altri”?

Far capire che il Sud non è stato sempre così, ma una terra ricca e fertile prima del 1860. La questione meridionale nasce quando arrivano i soldati del Nord; “da allora sei credibile solo nel male e nel bene si sospetta, ci si chiede come stanno davvero le cose”. Molti sentimenti e molte condizioni del meridionale sono il frutto di una cultura imposta che ha snaturato l’identità di un popolo, determinando rabbia e frustrazione della quale ancora oggi si vivono le conseguenze. La povertà è stata imposta, la ricchezza negata. I soldi del Nord che arrivavano al Sud venivano rinviati al Nord per sostenere l’idea di un Sud assistito. Racconta Pino Aprile “…un milione di meridionali furono sterminati dalle truppe sabaude”, “Il Sud è stato privato delle sue istituzioni; fu privato delle sue industrie, della sua ricchezza, della capacità di reagire; della sua gente (con una emigrazione indotta…)…, fu privato della consapevolezza di sé, della memoria”. Fu considerato “degenerato”, luogo di “immensa sporcizia” e di “immensa miseria”. L’Unità d’Italia non ha condiviso un territorio, se non geograficamente, anzi, ha rappresentato la sua divisione, ha generato il brigantaggio che ha assunto come causa quella del popolo “come guerra civile tra i cafoni derubati delle terre demaniali e …i galantuomini che le avevano usurpate”. “Come fu possibile che il largo favore borghese e popolare che nel 1860 aveva salutato l’avanzata garibaldina nelle province meridionali e aveva reso possibile l’improvviso crollo della monarchia borbonica, appena un anno più tardi si fosse tramutato in un malcontento che raggiungeva tutti gi strati della società meridionale”? Una serie di violenze inaudite hanno sottolineato il cammino verso l’Unità; quante violenze sulle donne, quanti morti uccisi, quante lande desolate dove prima c’era serenità e benessere. I problemi del Sud nascono all’origine della formazione dell’Italia. E molti di questi risentimenti si sono radicati nel cuore e nel racconto delle genti e sono ancora presenti. Il comandante piemontese Frigerio, scrive l’autore, verrà inutilmente denunciato in Parlamento, nonostante avesse fatto torturare madri e ucciso molti giovani. Nessuno veniva registrato ma sepolto nella calce viva. Per non parlare della disoccupazione; molti persero il lavoro e molta manodopera per gli appalti edilizi veniva reclutata dal Nord. Il Piemonte era pieno di debiti, mentre il Regno delle Due Sicilie molto ricco e la ragione dell’Unità d’Italia fu quella di arricchire il Nord, sostiene Aprile. Fu con quei soldi che si sanò il passivo del debito pubblico della nuova Italia. E così, a molti meridionali non rimase che emigrare. Ma l’emigrazione ha peggiorato la questione meridionale, soprattutto la situazione delle donne che, rimaste sole, si creavano nuovi legami, infrangendo quell’onore fondato sul valore della famiglia e sul possesso della sessualità della donna. Il Sud divenne un popolo di donne e di bambini cresciuti senza un padre. Prima dell’Unità, il Sud era il centro economico e culturale dell’intera penisola. Napoli tra le prime città di cultura e il Meridione il territorio più industrializzato d’Italia, con la prima ferrovia d’Italia, il primo telegrafo elettrico, i primi ponti sospesi in ferro, la seconda flotta mercantile e la terza flotta militare in Europa. Ma poi, molto denaro scomparve così come fu fatto sparire dai Borboni e, come se non bastasse, con l’Unità al Sud fu imposta la tassa del decimo di guerra e ridotta drasticamente la disponibilità dell’acqua. Scrive Pino Aprile: “Per i 150 anni dell’Unità di Italia, la città di Gaeta ha avviato le procedure per chiedere ai Savoia il risarcimento dei danni dell’assedio del 1861: duecentosettanta milioni di euro…Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto li volevano per i 54 anni di esilio subito. Gaeta non aderì mai al Regno d’Italia; potrebbe pretendere l’autonomia, non applicare le leggi varate durante il regno dei Savoia, riprendersi i beni demaniali incorporati da questo stato. Gaeta dal 1861 al 1914, chiese più volte il rimborso delle devastazioni di quattro mesi di bombardamenti. Per passeggiare sul lungomare si paga dazio allo stato, per far andare a scuola i bambini gli dobbiamo versare un canone”. Gaetano Salvemini aveva proposto negli anni ’20 un’Italia federale per evitare che le risorse del Sud finissero al Nord e che il Sud “subisse le decisioni altrui”. Ma questa idea non fu mai realizzata.
“Terroni è un libro sul Sud e per il Sud, la cui conclusione è che, se centocinquant’anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema, vuol dire che non si è voluto risolverlo”. Come scrive l’autore, “le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent’anni sono tornate una. Perché da noi non è successo”? (n.d.a.)
Anch’io credo che il pregiudizio sia una delle cause che ancora oggi crea una frattura culturale prima ancora che politica tra un Nord qualificato e imprenditoriale e un Sud che ancora brancola nel buio incapace di prendersi le proprie responsabilità. Un Sud che non si apre e che resta chiuso nella memoria delle offese subite non ha lungimiranza, il ricordo deve creare una forza positiva, una intelligenza attiva e propositiva. Alla fine che ci piaccia o no siamo tutti italiani!

PINO APRILE è un giornalista e scrittore pugliese, residente ai Castelli Romani, anni di lavoro a Milano. E’stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente; per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud”e al settimanale di approfondimento del Tg1, Tv7. Per Piemme ha scritto “Il trionfo dell’Apparenza”, “Elogio dell’imbecille”, “Elogio dell’errore”, tradotti in molti paesi ed adottati in alcuni corsi universitari di management.


Informo i lettori che Pino Aprile sarà tra gli ospiti della prima serata del Festival Letterario "A testa in Sud", lunedì 30 agosto 2010 alle ore 20.30 ad Acquaviva delle Fonti (Bari). Vi aspetto numerosi...non mancate!


A MILANO COMANDA LA N'DRANGHETA
di Antonella Colaninno

Un libro inchiesta interessante, questo scritto da Davide Carlucci, giornalista de La Repubblica e da Giuseppe Caruso, giornalista de L’Unità con una introduzione di Attilio Bolzoni. “A Milano comanda la N’drangheta” sarà presentato dalla sottoscritta il prossimo 26 agosto 2010 a Monopoli, presso il Ristorante Culturale “I Maltesi”in un incontro con uno degli autori, il giornalista Davide Carlucci che sarà nostro ospite il 30 agosto ad Acquaviva al Festival Letterario "A testa in Sud".

Un testo che vuol far riflettere sulle nuove strategie di diffusione della mafia calabrese all’interno del sistema connettivo sociale. Un monito soprattutto all’opinione pubblica affinché ponga maggiore attenzione al problema. “La penetrazione della criminalità organizzata nell’economia lombarda è molto alta"sostiene Davide Carlucci, un dato preoccupante che emerge dallo studio di molte inchieste. “Ma il fenomeno criminale a Milano è sottovalutato dall’opinione pubblica”. La Lombardia è oggi la quarta regione a maggiore densità criminale. Si teme che Milano possa diventare la capitale della N’drangheta, una organizzazione che si muove silenziosa tra la politica e l’economia, soprattutto nel settore dell’edilizia, dei trasporti, nella gestione di locali come discoteche, pizzerie e negli investimenti finanziari delle società, vere e proprie banche d’affari. “A Milano la metodologia d’azione della mafia è diversa rispetto alla Calabria…,racconta Giuseppe Caruso, non ci sono mezzi coercitivi fisici, non c’è intimidazione, ma tende ad inabissarsi in modo da non attirare l’attenzione su di sé”. “La N’drangheta non ama farsi riconoscere, ma fa di Milano un grosso mercato della droga , forse il più grande d’Europa”.

La N’drangheta è “una setta che si muove nell’oscurità e nel silenzio”. Nasce a metà dell’Ottocento per coprire un buco lasciato aperto dallo Stato, sfruttando una situazione di estremo degrado e miseria. Si è insidiata nel controllo della società sostituendosi allo Stato che non riusciva a dare risposte e protezione alla gente. Detiene un impero economico vastissimo in Italia e all’estero, una potenza economica pari a quella di uno Stato che gestisce i traffici illeciti del mercato della droga. Un impero che, dal 1963 sino alla fine degli anni settanta, ha costruito il proprio potere estorcendo denaro dai sequestri di persone nella Locride e che ha consolidato attraverso una rete organizzativa che si regge sull’assoluto silenzio; si pensi che i collaboratori di giustizia della N’drangheta sono attualmente, solo qualche decina. Investe nel mercato immobiliare e nel terziario, specie nel settore alimentare, gestendo i centri commerciali.

DAVIDE CARLUCCI è nato ad Acquaviva delle Fonti (Bari) il 20 gennaio 1969. Giornalista di “La Repubblica” dal 2000, si occupa di cronaca giudiziaria nella redazione di Milano. Si è interessato spesso di criminalità organizzata, scandali universitari, ambiente, terrorismo.
Laureato in Lettere Moderne, ha frequentato l’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino. Ha collaborato con il “Manifesto” e diverse altre testate, tra le quali l’Espresso, ed è stato redattore, a Modena, del quotidiano “Ultime notizie”. Ha scritto per Chiarelettere “Un paese di Baroni”, truffe, favori, abusi di potere, logge segrete e criminalità organizzata. Come funziona l’Università italiana.

GIUSEPPE CARUSO
ha trentaquattro anni è giornalista e vive a Milano. Negli ultimi otto anni ha lavorato per “l’Unità”, occupandosi di cronaca, in prevalenza giudiziaria. Ha pubblicato tre romanzi con Ponte alle Grazie: “Rigore” (2002); “Chi ha ucciso Silvio Berlusconi” (2005, Edizione tascabile Tea 2008); “I fiori di Al Qaida”.










QUINDICI PASSI..."la triste verità di un non luogo della bellezza"


di Antonella Colaninno

Cari lettori,
qui di seguito troverete alcune recensioni dei libri degli autori che parteciperanno al Festival Letterario "A testa in Sud". A tutti una buona lettura e mi raccomando...vi aspetto numerosi!
Giuliano Foschini sarà ad Acquaviva il 30 agosto alle ore 20.30.

GIULIANO FOSCHINI è nato 27 anni fa a Barletta. Lavora a Bari nella redazione di Repubblica e collabora con L'Espresso. Si occupa principalmente di scandali e malaffare; scrive principalmente di pubblica amministrazione, università e ambiente. Questo è il suo primo libro.


Federica Menna è la giovane adolescente che ha raccontato con gli occhi disincantati la vicenda dell’Ilva di Taranto, con sguardo attento ma non privo di poesia. L’Ilva è il grande vecchio malato, è una abitudine che passa sotto la rassegnazione dei cittadini di Taranto, stanchi, e consapevoli dei danni irrimediabili di questo colosso di morte e di denaro. “Quindici passi”è il reportage su un crimine ambientale afflitto dall’indifferenza della politica e delle classi dirigenti. L’impianto siderurgico è a quindici passi dal quartiere Tamburi e dal cimitero di San Brunone. Un disastro ecologico che fa di Taranto la città più inquinata d’Europa. L’Ilva si ripercuote sulla sensibilità dei bambini, sull’economia e sulle abitudini dei cittadini, costretti a convivere con la paura per il futuro dei propri figli, con l’indifferenza di molti, con le polveri rosa della quarzite che tinge ogni cosa e con la diossina. “Ho cercato di raccontare la storia dell’Ilva vista dalle persone”che raccontano “la percezione del rischio, i loro sentimenti”, afferma Giuliano Foschini. Il colore verde acido della copertina del libro è forse un riferimento al colore di una natura malata, afflitta dai processi chimici indotti dalla azienda. Nel 2010 la Regione Puglia ha inaugurato l’impianto di aspirazioni dei fumi; “l’Ilva avrebbe chiuso in qualsiasi altro paese d’Europa”, sostiene Foschini, mentre in Italia sono mancati quei presupposti dall’alto per avviare le procedure necessarie per la sua chiusura.
Oggi l’Ilva registra cifre preoccupanti: 7000 infortuni sul lavoro nel 2006, 1200 morti di tumore nella sola provincia di Taranto e l’8,8% dell’inquinamento europeo da diossina.


giovedì 5 agosto 2010


ASSOCIAZIONE CULTURALE NOVART

di Antonella Colaninno

Cari lettori ed amici, vorrei presentarvi NOVART, l’Associazione Culturale di cui sono la Presidente. Nata nel 2000, registrata presso l’ufficio notarile Luigi D’Agosto di Gioia del Colle (Bari), l’Associazione si è costituita con finalità di diffusione e di promozione dell’arte, con particolare attenzione verso la pittura, la scultura e la fotografia. Essa intende operare sul territorio attraverso l’organizzazione di mostre ed incontri culturali. Dall’anno 2000 all’anno 2004, NOVART si è attivata nell’organizzazione di un’esposizione permanente in Acquaviva delle Fonti (Bari) esponendo opere di pittura e scultura di artisti nazionali ed esteri, in collaborazione con gallerie ed associazioni italiane. Nel marzo 2008, NOVART, nella persona del suo presidente, si è occupata della presentazione e della parte critica della mostra collettiva di pittura, scultura e fotografia, dal titolo “Sempre…da Sempre”, presso la Galleria d’Arte Contemporanea “I tre capricorni”di Altamura, sotto il patrocinio della civica amministrazione. Nell’anno 2009-2010, NOVART ha ideato un progetto itinerante sul territorio pugliese dal titolo ENDIX, con l’obiettivo di portare l’arte contemporanea all’interno di strutture architettoniche di notevole importanza storico-artistica, svolgendo per ogni tappa, tematiche diverse. Il primo appuntamento di ENDIX si è svolto dal 30 agosto all’8 settembre 2009 presso la Sala Conferenze di Palazzo De Mari di Acquaviva delle Fonti, con il patrocinio del Comune e la collaborazione di altre realtà associative. La seconda tappa dal titolo “ENCHANTE. PERCORSI DI RIFLESSIONE””si è inaugurata il 28 ottobre 2009 presso la Sala Castello del Comune di Bitritto. Dal 30 aprile al 10 maggio 2010, presso la Sala del Colonnato della Provincia di Bari, NOVART ha collaborato accanto ad associazioni del territorio alla realizzazione di una importante collettiva d’arte contemporanea dal titolo “Arte al Colonnato. Tra Architettura e Contemporaneità”, promossa dalla Provincia di Bari che ha sottolineato l’importanza storica della città di Bari e il suo ruolo di ponte sul Mediterraneo, sviluppando un percorso tematico sul valore dell’acqua. La sottoscritta ha curato l’evento e gli apparati critici in catalogo. Con la collaborazione di altre realtà associative del territorio, NOVART ha organizzato per i prossimi 30 e 31 agosto e 1 settembre 2010 il primo Festival Letterario in Acquaviva delle Fonti dal titolo “A testa in Sud”, a cui parteciperanno scrittori di rilievo del giornalismo, della narrativa e della letteratura nazionale. Il prossimo 26 agosto, presso il ristorante culturale "I Maltesi"a Monopoli, l'Associazione NOVART organizzerà un incontro con Davide Carlucci, scrittore e giornalista de La Repubblica che presenterà il suo libro "A Milano comanda la N'drangheta". In programmazione nuovi eventi. Vi informeremo per le prossime iniziative sperando che parteciperete numerosi.

Un grazie di cuore a tutti coloro che hanno aiutato NOVART nel suo cammino.



Allegato “C”ad atto repertorio 83721/19598

STATUTO
Associazione Culturale “NOVART


ARTICOLO 1
Costituzione-sede

E’costituita l’Associazione Culturale denominata “NOVART”CON SEDE IN Acquaviva delle Fonti alla Traversa della Via Vito Luciani c.n.(oggi con nuova denominazione Via Alberto Posa, 2).

ARTICOLO 2
Scopi

L’Associazione ha per scopo: la riunione dei soci a titolo culturale per la diffusione dell’arte in genere, con particolare riguardo alla fotografia, alla pittura e alla scultura, attraverso l’organizzazione di mostre, incontri culturali, corsi di formazione e di perfezionamento artistico-professionale.

ARTICOLO 3
Attività strumentali

In particolare l’Associazione, per sé e per i propri soci: 1)si impegna a pagare le quote di affiliazione e le quote associative stabilite dal Consiglio di Amministrazione;
2) prende atto che condizione indispensabile per essere socio d’essa associazione è un irreprensibile condotta morale e civile.
Per l’attuazione dell’oggetto sociale sopra indicato, l’Associazione potrà:
-compiere ogni azione finanziaria, mobiliare e immobiliare che fosse ritenuta utile, necessaria e pertinente, ed in particolare quelle relative alla costruzione,l’ampliamento, l’attrezzamento e il miglioramento delle attività previste nell’oggetto;
-intestarsi licenze commerciali in genere purchè siano funzionali agli scopi sociali;
-promuovere e pubblicizzare le sue attività e la sua immagine utilizzando modelli, disegni ed emblemi, direttamente o a mezzo terzi.
L’Associazione può istituire altre sedi in tutto il territorio della Regione Puglia.
L’Associazione persegue le sue finalità attraverso la competenza dei suoi Organi e mediante la stipula di apposite convenzioni e contratti.

ARTICOLO 4
L’Associazione è indipendente ed apolitica e non ha finalità di lucro.

ARTICOLO 5
Patrimonio

Il patrimonio dell’Associazione è costituito da:
a) beni mobili e immobili comunque acquisiti.
b) proventi e contributi di benti pubblici e privati.

ARTICOLO 6
Fondo di gestione

Le entrate della Associazione sono costituite:
a) dalle quote sociali;
b) da contributi volontari, oblazioni o lasciti
c) dalle rendite del patrimonio
Inoltre, le quote non possono essere trasferite senza il gradimento del Consiglio Direttivo con deliberazione a maggioranza assoluta. Qualora il Consiglio Direttivo negasse il gradimento, il socio ha diritto di recedere dalla Associazione e il Consiglio deve designare la persona che acquisti le quote determinandone le condizioni e le modalità.
La designazione e la determinazione delle condizioni e delle modalità di cui ai precedenti commi sono espresse dal Consiglio Direttivo.
Nel caso infine di radiazione a seguito di procedimento disciplinare, il socio interessato è tenuto l’emanazione del relativo definitivo provvedimento a trasferire le proprie quote; nel rispetto dei precedenti commi.

ARTICOLO 7
Esercizio finanziario

L’esercizio finanziario della Associazione ha inizio il primo Gennaio e termina il trentuno Dicembre di ogni anno.

ARTICOLO 8
Membri della Associazione

I soci della Associazione sono costituiti da:
-i soci fondatori, i quali partecipano all’atto costitutivo coloro che lo diventano successivamente per meriti particolari su nomina dell’assemblea dei soci fondatori;
-soci ordinari, persone fisiche, cittadini italiani o stranieri la cui richiesta di iscrizione è stata accolta dal Consiglio Direttivo;
-soci ordinari, designati dal Presidente dell’Associazione, sentito il parere del Consiglio Direttivo.

ARTICOLO 9
Fondatori promotori

La richiesta d’iscrizione all’Associazione deve essere inoltrata al Consiglio Direttivo che delibera con giudizio insindacabile e senza necessità di motivazioni.
I soci fondatori ed i soci ordinari hanno diritto di elettorato attivo e passivo.
I soci onorari non versano alcuna quota, non hanno diritto di voto ma possono intervenire al solo scopo di fornire suggerimenti e pareri, alle adunanze dell’Assemblea Generale;
se richiesti dal Presidente alle riunioni del Consiglio Direttivo, anche in questo caso al solo scopo di fornire suggerimenti e pareri, ma senza diritto di voto.
Ogni socio deve osservare le disposizioni del presente Statuto, partecipare alla vita, alle iniziative ed allo sviluppo dell’Associazione; versare le quote sociali alle scadenze previste.
La qualifica di socio si perde per attività contrarie allo spirito dell’Associazione o che arrecano danno morale alla stessa, per morosità di almeno due annualità consecutive delle quote sociali; per dimissioni scritte. Il provvedimento dell’esclusione viene adottato dal Consiglio Direttivo a maggioranza semplice.

ARTICOLO 10
Fondatori e partecipanti

Sono organi dell’Associazione:
a) l’Associazione dei soci;
b) l’assemblea dei soci fodatori;
c) il Presidente
d) il Consiglio Direttivo.
I componenti degli organi di cui alle lettere c) e d) durano in carica tre anni e possono essere riconfermati. Per ricoprire cariche sociali sono necessari i seguenti requisiti:
1) avere la cittadinanza italiana;
2) avere compiuto la maggiore età;
3) non aver ricoperto condanne per delitti dolosi passate in giudicato;
4) essere in possesso di almeno una quota sociale
.
ARTICOLO 11
Fondatori e partecipanti esteri

Spetta all’Assemblea dei soci fondatori:
a) eleggere il Presidente;
b) eleggere i componenti del Consiglio Direttivo;
c) deliberare le modifiche dello Statuto;
d) approvare entro il n15 gennaio di ogni anno il bilancio consuntivo e preventivo;
e) stabilire gli indirizzi generali dell’Associazione.

ARTICOLO 12
Esclusione e recesso

Le riunioni dell’Assemblea dei soci fondatori sono valide in prima convocazione se intervengono almeno i due terzi dei soci; in seconda convocazione, qualunque sia il numero dei voti dei presenti o rappresentati.
L’Assemblea dei soci fondatori delibera a maggioranza assoluta dei componenti per la revoca del Consiglio Direttivo e le modifiche dello Statuto.
I soci fondatori che, per qualsiasi motivo non possono intervenire all’Assemblea hanno la facoltà di farsi rappresentare da un altro socio mediante delega scritta. Ciascun socio può essere portatore di una sola delega.

ARTICOLO 13
Organi ed Uffici della Associazione

LìAsseble dei soci è convocata dal Presidente, con avviso a mezzo lettera raccomandata o telefax da spedirsi almeno otto giorni prima del giorno fissato per la riunione, indicando il luogo, il giorno e l’ora dell’Assemblea stessa e degli argomenti all’ordine del giorno.
In caso di urgenza, la convocazione può essere fatta a mezzo telegramma da spedirsi almeno tre giorni prima della data della riunionr.

ARTICOLO 14
Consiglio d’Amministrazione

Il Consiglio Direttivo è composto dal Presidente, dal Vice Presidente e da almeno un Consigliere con funzioni di Tesoriere.
Al Consiglio Direttivo spettano i più ampi poteri per l’amministrazione ordinaria e straordinaria dell’Associazione.
Le riunioni sono valide quando intervenga la Maggioranza qualificata dei consiglieri.
La rappresentanza legale dell’Associazione spetta al Presidente ed in sua assenza o impedimento al Vice Presidente.

ARTICOLO 15
Per tutto quanto non previsto nel presente Statuto si fa riferimento alle norme di legge.


F.TO
ANTONELLA COLANINNO
TISCI MARIO EUSTACHIO
FRANCESCO CALABRESE
LUIGI D’AGOSTO NOTAIO (SEGUE SIGILO)