Nudo di donna EGON SCHIELE















martedì 18 ottobre 2016

LA CINA E IL CONTEMPORANEO AL FESTIVAL DI NANJING


"To define the contemporary we have to compare it to the past"

Today we live in a globalised world, where everything is influenced by the economy. Perhaps it is no longer applicable to discuss the spirituality of art in today’s context, nor even to explore humanism and knowledge, both of which have been anchors of civilisation since the Renaissance. This exhibition explores the values and vision which are crucial to the development of the human race. The deliberate use of economic terms such as ‘scarcity’ and ‘supply’ seek to highlight existing problems in our society and to find ways to solve them.” LU PENG

DI ANTONELLA COLANINNO
La città cinese di Nanjng, capitale del Jiangsu, ospiterà la terza edizione del Nanjing International Art Festival, che sarà inaugurata il prossimo 12 novembre presso il Baijia Lake Museum. Il titolo scelto per la manifestazione di quest'anno è: HISTORICODE: Security and Supply, un tema che vuole porre l'attenzione sulle contraddizioni di un'economia globale che tende ad influenzare ogni settore della società, trascurando quegli aspetti legati alla sfera spirituale e alla conoscenza. Una grande attenzione è rivolta al ruolo dell'arte nella società come fattore di crescita e di sviluppo, puntando lo sguardo, in particolar modo, sulla città di Nanjing, così ricca di storia e di tradizione, fattori che, nel mondo globalizzato, corrono il rischio di emarginarsi e di far dimenticare, in questo modo, la memoria storica dei luoghi. Non è casuale che il Festival voglia porre la propria attenzione sulla produzione artistica degli anni '90, l'ultimo decennio del secolo scorso, che ha rappresentato, infatti, con la caduta del muro di Berlino e la diffusione di internet, un passaggio decisivo nella storia recente, modificando il concetto stesso di contemporaneo e la sua estensione di significato, verso qualcosa di più grande e più complesso. La terza edizione del Festival, che si chiuderà il prossimo febbraio 2017, nasce dalla collaborazione curatoriale del cinese Lu Peng (chief-curator), critico e storico dell'arte, docente presso il Dipartimento di Storia dell'arte all'Accademia di Hangzhou, e Letizia Ragaglia (co-curated), direttrice del MUSEION, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano. 
400 gli artisti provenienti da tutto il mondo e 800 i lavori in allestimento, esposti nelle sale del nuovo Baijia Lake Museum, uno spazio espositivo privato, ricavato da un ex centro commerciale e residenziale, riadattato a contenitore museale e a centro di ricerca. Un'architettura dal design contemporaneo, progettata dall'architetto cinese Zhang Can, che accoglie nelle sue strutture la bellezza dell'arte e del paesaggio circostante. 
Yan Lugen è il Presidente del comitato organizzativo del Nanjing International Art Festival che si avvale di un comitato curatoriale internazionale che include: Heidi Ballet (Belgio), Du Xiyun (Cina), Fu Xiaodong (Cina), Katie Geha (USA), Gu Chengfeng (Cina), He Guiyan (Cina), Lee Janguk (Sud Korea), Carol Yinghua Lu (Cina) and Nathalie Boseul Shin (Sud Korea).


Pubblicato da Antonella Colaninno

lunedì 3 ottobre 2016

WOPART, A LUGANO, RENDE OMAGGIO ALLE OPERE D'ARTE SU CARTA


Ogni collezione nasce dal bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie di oggetti salvati dalla dispersione, o in una serie di righe scritte, cristallizzate, fuori dal flusso continuo dei pensieri.” Italo Calvino

DI ANTONELLA COLANINNO
La carta, come è ben noto, ha avuto un importante sviluppo con la diffusione della stampa, e, solo negli ultimi decenni, in ambito artistico, ha visto crescere l'interesse dei collezionisti e del mercato dell'arte, che per anni l'hanno considerata solo sulla scia delle “arti maggiori”. Sin da tempi antichissimi, papiro e pergamena (ma anche carta di gelso e di riso) hanno svolto un ruolo decisivo come supporto per la scrittura e le immagini. Gli antichi Exultet, ad esempio, erano grandi rotoli di pergamena che venivano srotolati al contrario dagli amboni delle chiese in età medievale, per consentire, a chi non sapeva leggere e scrivere, la comprensione del testo scritto (che enunciava la formula di benedizione del cero pasquale) attraverso le miniature illustrate.
La città di Lugano ha voluto rendere omaggio alla carta e alla sua versatilità con la prima edizione di WOPART- Work on Paper Fair, la prima fiera d'arte dedicata esclusivamente alle opere su carta, che ha proposto una vetrina di lavori che interessa tutte le epoche della storia dell'arte. La fiera ha voluto riscoprire l'importanza culturale e l'interesse del collezionismo verso l'opera su foglio che a lungo è dovuta restare nell'ombra di altre forme d'arte come la pittura e la scultura. Le opere esposte in fiera, che differiscono tra loro per tecniche e stile, spaziano dal disegno antico alla stampa moderna, dal libro d'artista alla fotografia d'autore, dall'acquerello alle stampe orientali, sino alle carte di artisti contemporanei. In cinquanta le gallerie internazionali che hanno partecipato, su selezione, all'evento, scelte da un comitato scientifico specializzato, presieduto dai giornalisti Giandomenico Di Marzio e Paolo Manazza, il quale ha spiegato come WOPART sia nata su modello della rassegna “Bianco e Nero” che, proprio a Lugano, negli anni Cinquanta del secolo scorso, fu dedicata al disegno e all'incisione. “Qui a WOPART FAIR vi sembrerà di visitare almeno dieci musei contemporaneamente”, ha dichiarato Paolo Manazza che, oltre ad essere un giornalista esperto in economia dell'arte, è anche un artista informale. Negli stand erano esposte, infatti, le opere di alcuni dei nomi più autorevoli della storia dell'arte: dagli acquerelli di Gino Severini, a quelli di Pablo Picasso, di Henry Matisse, di Vassilji Kandinski e di Giacomo Balla, accanto alle antiche incisioni di Tiepolo e alle fotografie d'autore.

La galleria Lia Rumma ha presentato, nel proprio spazio espositivo, il lavoro preparatorio in carboncino, penna e inchiostro dell'artista William Kentridge, usato per il fregio di 500 metri realizzato lungo la banchina del fiume Tevere, che corre tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini. Il progetto, eseguito di recente, ha per titolo TRIUMPHS AND LAMENTS e ripercorre la storia della città attraverso una sequenza di figure alte fino a 12 metri che ricordano le vittorie e le sconfitte di Roma, dal mitico Remo ai protagonisti della Dolce Vita, sino alle vicende di Pier Paolo Pasolini. La fiera d'arte ha offerto, inoltre, al pubblico, anche un vasto programma di eventi collaterali, tra mostre e conversazioni con gli artisti. Cinque le esposizioni allestite all'interno dello spazio fieristico, tutte incentrate sul tema del ritratto, dall'Ottocento ai giorni nostri. I ritratti di Palazzo Belgioioso – Quando gli artisti dipingono gli artisti, a cura di Massimo Pulini, ha raccolto, in una selezione di 34 disegni, la testimonianza di coloro che frequentarono il palazzo, che fu salotto borghese e culturale dell'epoca. Dalla collezione Baratti provengono, invece, le 40 carte della mostra Caricature a cavallo tra Otto e Novecento – La vena satirica e lo sberleffo tra maestri del disegno, a cura di Massimo Pulini. I musicisti di Gianni Maimeri – Una selezione dei disegni di concertisti da Stravinskij a Toscanini, a cura di Paolo Manazza, ha offerto, invece, al pubblico la visione di una ventina di ritratti di artisti che hanno lavorato alla Scala di Milano negli anni i cui il teatro visse la sua stagione più gloriosa. La mostra dal titolo Aurelio Amendola – I volti dell'arte. Ventidue magistrali ritratti di artisti del Novecento, a cura di Walter Guadagnini, ha presentato una galleria di ritratti d'artista contemporanei del secolo scorso, che mostrano non solo la personalità dei personaggi fotografati, ma anche il cambiamento del costume nel corso dei decenni. Infine, Oltre l'immagine – Tempo Memoria Tracce ha reso omaggio all'artista romano, ma milanese di adozione, Roberto Ciaccio (1951 – 2014).


Pubblicato da Antonella Colaninno
FOTO: Antonella Colaninno

domenica 2 ottobre 2016

PAUL SIGNAC RIFLESSI SULL'ACQUA


DI ANTONELLA COLANINNO
Il Museo d'arte della Svizzera Italiana (MASI) presenta una selezione di 140 opere tra dipinti, acquerelli e disegni di Paul Signac, raccolti nel corso degli anni da una famiglia di collezionisti appassionati del maestro francese. La collezione privata comprende opere che vanno dal primo periodo impressionista agli ultimi lavori ad acquerello, della serie i Porti di Francia, che rivelano una raffinata vena narrativa tipica delle illustrazioni degli Sketchbook. Nato a Parigi nel 1863, Signac, sotto l'influenza di Georges Seurat, divenne uno tra i protagonisti principali del neoimpressionismo, e cercò di sperimentare un nuovo linguaggio che fosse al passo con la sensibilità dei tempi moderni. Nell'opera teorica dal titolo D'Eugene Delacroix au nèo-impressionnisme (Da Eugene Delacroix al neoimpressionismo), pubblicata nel 1899, Paul Signac esaminò la tecnica della divisione dei toni seguendo un'analisi storica che portò l'artista a ritrovare affinità con la pennellata veloce di Eugène Delacroix, e con la resa della luce e delle atmosfere dei dipinti di Turner.

Il maestro francese è infatti ricordato per aver studiato le potenzialità del colore, aderendo, in un primo momento, ai canoni della pittura impressionista, nella resa emozionale immediata del colore, per poi sperimentare, successivamente, la tecnica del Pointillisme con le sue policromie che costruiscono l'immagine attraverso piccoli tocchi di colore. Dopo Georges Seurat e Paul Signac, molti furono gli artisti, in Europa, ad aderire al neoimpressionismo e, tra questi, Camille Pissarro e Maximilien Luce. Seurat e Signac si incontrarono a Parigi nel maggio dell'1884, in occasione della prima mostra del Gruppo degli artisti indipendenti, e insieme lavorarono al principio dell'armonia delle linee e della percezione del colore attraverso l'uso di piccoli tocchi di colore posti l'uno accanto all'altro.

La mostra Paul Signac. Riflessi sull'acqua, presso il LAC di Lugano,
presenta, oltre alle opere dell'artista, anche una sezione documentaria che aiuta a comprendere le teorie sul colore e che consente di vedere, esposta in una teca, la ruota a disco cromatico di Isaac Newton. Ai grandi dipinti ad olio, che campeggiano nelle prime sale del museo, si uniscono nel percorso espositivo, una serie di acquerelli che hanno, nella pennellata morbida e sinuosa, la vitalità espressiva tipica delle illustrazioni. La serie dedicata a I porti di Francia è l'ultimo progetto artistico di Signac, realizzato dopo un viaggio lungo tre anni intrapreso per i porti delle città francesi, durante il quale l'artista è attento ad osservare le attrezzature navali, l'architettura dei porti e la luce dei cieli. Dal 1910 Signac abbandonerà infatti la pittura ad olio per dedicarsi all'acquerello.
A cura di Marina Ferretti Bocquillon (Direttore scientifico del Musèe des Impressionnismes, Giverny), la mostra è stata organizzata in collaborazione con la Fondation de l'Hermitage di Losanna, che ha accolto la prima tappa dell'esposizione, e con il patrocinio dell'Ambasciatore di Francia in Svizzera, Renè Roudaut.



Pubblicato da Antonella Colaninno
FOTO:  Antonella Colaninno

venerdì 5 agosto 2016

DAVID BOWIE IS


"Mentre Bowie cresceva, il ricordo familiare di un night club nella Soho anteguerra e di un'eredità sperperata devono aver offerto una potente simbologia di emozionanti e seducenti, ma anche pericolose opportunità, che esulavano dai confini di una piccola casa a schiera nei sobborghi londinesi."

di Antonella Colaninno
Personaltà enigmatica e spirito creativo, David Bowie ha percorso mezzo secolo di storia da Ziggy Stardust aThin White Duke, vendendo oltre 140 milioni di album. Performer innovativo, ha ispirato artisti, musicisti e designers e ha affiancato le grandi rivoluzioni in corso in quegli anni per la libertà di espressione individuale e sessuale. “La sua influenza nel vasto ambito dei concerti, della moda, dell'arte, del design e delle politiche identitarie continua a plasmare ancora oggi, la cultura contemporanea [...]” ha rappresentato l'avanguardia e ha dettato mode, “Bowie rappresenta il filo rosso che collega Andy Warhol con Bertold Brecht, William Blake, Charlie Chaplin, Antonin Artaud, Salvador Dalì, Marlene Dietrich, Philip Glass, Nietzsche, il glamour di Hollywood, il design, gli zatteroni, il cinema, la musica, Kurt Weil, Berlino, New York, Londra, Alexander McQueen, le Olimpiadi di Londra 2012, Jim Henson, gli atterraggi sulla luna, Kansai Yamamoto, Kate Moss e Marshall McLuhan.” (Victoria Broackes e Geoffrey Marsh). La mostra in corso al MAMbo di Bologna offre la possibilità di avere una visione complessiva dell'archivio personale di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, e offre inoltre un contributo a sostegno della conservazione dei beni culturali iconici, per la quale la maison Gucci, sponsor dell'evento, sta lavorando. Bowie proveniva dai sobborghi londinesi, un quartiere con case a schiera su due livelli, al numero 4 di Plaistow Grove, dove visse dal 1955 al 1967 come figlio unico di una famiglia di estrazione medio bassa, condividendo solo pochi momenti con i 4 fratellastri più grandi che i suoi genitori avevano avuto da precedenti relazioni. Nel 1974 lascia Londra all'età di 27 anni per trasferirsi in America, non aveva mai amato molto l'Inghilterra, o almeno quella periferia londinese pericolosa e poco socializzante dalla quale proveniva, ma che caratterizzerà la sua sensibilità britannica unita ad una grande ambizione e a uno sguardo americano. Crebbe solo, nonostante avesse degli amici, dedicando molto tempo a fantasticare e a lavorare di immaginazione, "penso che nella mia famiglia regni un tremenda devastazione emotiva e spirituale". "Mi sentivo spesso, fin da quando ero adolescente, così alla deriva e come isolato da tutti [...] tanti oscuri schletri nell'armadio mi facevano sentire estraneo a tutto." "Volevo essere un artista incredibile, vedere colori, acoltare musica, e loro non facevano altro che respingermi. Mi è toccato crescere demoralizzato e pensavo: "non mi darò per vinto". Dovevo rifugiarmi nella mia stanza e te la porti dietro per il resto della vita." "Volevo diventare un musicista perchè mi sembrava un gesto ribelle, sovversivo." "In un certo senso, se avessi sfondato a metà degli anni '60, non avrei assorbito molte altre influenze."
Come artista Bowie ha raccontato il suo mondo, il suo spazio interiore, i "paesaggi mentali" a cui è dedicato il suo primo film: "The Image", considerato come "uno studio del mondo della realtà illusoria all'interno della mente schizofrenica dell'artista al suo vertice di creatività." "La ricerca artistica sull'immaginazione si intrecciò con un crescente interesse per la "scoperta dell'io" e per le religioni mistiche, in particolare quelle orientali", e persino il consumo di droghe era finalizzato al raggiungimento di nuove forme di percezione. Lindsay Kemp, attore, ballerino, artista, e mimo, personaggio scandaloso all'epoca per i suoi modi effeminati, introdusse Bowie nel mondo dei trucchi e dell'ambiguità sessuale e della vita intesa come arte e palcoscenico. Bowie imparò a recitare e acquisì consapevolezza del "potere dei costumi, delle luci e delle scenografie". "Il suo palcoscenico divenne così lo spazio interiore nel quale esplorò “gli abissi della follia, della paura, dell'isolamento e del disgusto di sè, dell'alienazione, dell'identità sessuale sovvertita.” Bowie ha affiancato le rivoluzioni del suo tempo ed è stato interprete delle trasformazioni culturali, dal sogno utopitico degli anni '60, "che vedevano nell'amore libero un radicale agente di cambiamento politico", all'atmosfera decadente degli anni '70, che aveva esteso i confini dell'identità attraverso l'uso di droghe psichedeliche. Dalle comunità pacifiste, libere e socializzanti degli anni '60, si passa all'ego individuale e alla disillusione dei '70, anche attraverso l'androginia, “contrappunto alla società hippy.” “Space Oddity”, il suo primo album, esce proprio in quegli anni, era il 1969, il protagonista, l'astronauta Layor Tom, abbandona la terra e fluttua nello spazio tra isolamento ossessivo e "purezza e passività asessuata". Gli anni '60 si espressero a metà tra la forza dirompente dei mass media e la romantica riscoperta della natura e della "celebrazione del sesso e delle emozioni". Bowie interpretò e soprattutto sentì questo passaggio culturale della società e, come artista, cercò "di catturare la misura del cambiamento" nella canzone "Changes". Uomo di teatro, attore straordinario e mimo di se stesso David Bowie è stato un dandy dalle “sensibilità urbana”che ha usato la maschera e il trasformismo per estendere la sua ambiguità sessuale, un provocatore elegante, freddo e aristocratico in grado di modificare di continuo il proprio aspetto e di parlare attraverso il linguaggio del corpo, di creare personaggi e dare loro vita propria: spinse infatti l'identità sessuale di Ziggy in un'altra dimensione spazi temporale.          
Decadente e visionario, insensibile al mondo e alle relazioni sociali, Bowie fu un eclettico che ha saputo unire arte e identità sessuale, che dichiarava di non essere fedele a nessuno stile e di essere sempre stato impressionato da tutte le forme di arte del XX secolo. "Bowie è il tipo di artista che nasce solo una volta in una generazione e trascina nella sua scia tutta la cultura dell'epoca”, grazie al fascino, alle sue capacità innovative e al glamour sofisticato del suo personaggio, un vero "leder culturale" in contrasto con la cultura pop del momento, un outsider che "crea la cultura giovanile a propria immagine", guardando alla sottocultura giovanile. "Oggi il personaggio più importante in Europa e in Inghilterra è Marc Bolan, non per quello che dice, ma perchè è stato il primo a riafferrare la cultura dei giovani, imponendo la sua dittatura. E' una specie di asessuato con il tocco della star [...] il rock dovrebbe essere un pò più appariscente. La gente ha paura della prostituzione e in questo business ci dovrebbe essere una prostituzione vera e senza imbarazzo." Bowie era un fenomeno sociale che attraverso la sua arte parlava ai giovani, agli emarginati, agli "alienati". Aveva doti di artista e di designer, ha creato le copertine dei suoi dischi, i costumi di scena, le scenografie e i video e ha prodotto e coprodotto la propria musica. Ha scelto con cura i suoi collaboratori, lasciando loro grande libertà creativa. Sapeva comprendere la gente e aveva un grande intuito che gli ha permesso di anticipare le tendenze. Per lui una canzone doveva assumere "carattere, forma, corpo e influenzare la gente”, doveva essere in grado di coinvolgere come stile di vita."
Bowie è stato un colonizzatore dei territori dell'arte, ha sperimentato i terreni del surreale, è stato una specie di profeta che si è appropriato della sua epoca. "[...] il suo istinto musicale era di un ordine del tutto diverso e la sua capacità di crescita musicale eccezionale." Ha inventato nuovi atteggiamenti, ha avuto il dono della musica e ha saputo rinnovarsi nel lungo arco di tempo della sua carriera artistica, esteta e artista sensibile, pronto a imbattersi in continue metamorfosi."Bowie era magico e superlativo, racconta un fan, affascinato dal personaggio. Aveva le qualità del leader. Era la personificazione stessa della fantascienza. Per me rappresentava le più grottesche espressioni del male e di una realtà extraterrestre oltre ogni immaginazione. Credevo davvero che fosse una sorta di alieno. Non pensavo che fosse normale, umano [...] Lo guardavo, nelle locandine, e cercavo di capire la sessualità racchiusa nei suoi dischi. Lo analizzavo fino allo stremo. Pensavo: Questo significa quello... credo che dovrebbe sapere quanto ha influenzato il modo di vestire della gente, i gesti, il comportamento... Ha fatto qualcosa di tremendo.” "Changes è la storia della vita di Bowie, il quale non fa altro che cambiare. Ecco perchè non ha mai una direzione riconoscibile: lui è tutto in una volta. Ogni canzone è un diverso lato di Bowie e del mondo come lui lo vede." ("New Musical Express", Albums: Bowie at his brilliant best, 29 gennaio 1972). Creava ruoli diversi e sosteneva che all'immagine e al modo di apparire fosse dovuto gran parte del suo successo, perchè “il modo di apparire poteva essere una dichiarazione di identità.” Una creatura di periferia, quasi soprannaturale, che ha saputo viaggiare attraverso il tempo, con la sua aura di eroe distaccato dalle cose del mondo e con il suo tipico modo tutto inglese di non prendere le cose molto sul serio.


Pubblicato da Antonella Colaninno  

giovedì 14 luglio 2016

“SULLA STRADA” DELLA BEAT GENERATION: IL CENTRE POMPIDOU LA RACCONTA IN UNA MOSTRA


"Ebbi una fitta al cuore, come tutte le volte in cui vedevo una ragazza che amavo andarsene nella direzione opposta alla mia in questo mondo troppo grande."

"Restai sorpreso, come sempre, da quanto fosse facile l'atto di andare via, e di quanto mi facesse stare bene. All'improvviso il mondo era ricco di possibilità." Jack Kerouac...Sulla strada 

di Antonella Colaninno

Presso il Centre Pompidou di Parigi è in corso "Beat Generation" la mostra sulla generazione americana di scrittori persi e squattrinati che hanno raccontato l'America e la sua libertà. A cura di Jean-Jacques Lebel, Philippe-Alain Michaud e Rani Singh, la retrospettiva offre l'opportunità di conoscere la dimensione caotica, disordinata e profonda degli scrittori beat, attraverso una serie di scatti fotografici di alcuni tra gli autori minori di questa generazione, come John Cohen, Ron Rice, Harry Redle e Harold Chapman, a cui si affiancano le fotografie scattate da Allen Ginsberg, autore centrale della Beat Generation, insieme a Jack Kerouac e Gregory Corso. 

Beat è stato un fenomeno letterario e artistico nato spontaneo da storie di emarginazione sociale, di decadenza morale e di esperienze "on the road." La musica jazz è stato un elemento centrale del movimento, così come la libertà sessuale e l'evasione dalle convenzioni sociali attraverso l’uso di alcool e di droghe, esperienze importanti che, a partire dagli anni '50, confluiranno in seguito nei movimenti di controcultura e di emancipazione degli anni ’60 e ‘70. Fernanda Pivano ha dedicato pagine di raffinata critica letteraria al movimento beat che ha rappresentato un evento di tendenza non solo per le sue idee rivoluzionarie ma anche per il look degli scrittori, identificabile con quello degli hipster appunto, che ha fatto moda e costume. 
Howl, l'Urlo di Allen Ginsberg non può che essere considerato, in una fase storica più recente, come la trasposizione letteraria in forma di poema dell'urlo più famoso del mondo: quello di Gustav Klimt. L'urlo come consapevolezza degli orrori della imminente guerra e del clima decadente di fine secolo per Klimt, diventa per Allen Ginsberg desiderio di fuga dall'alienazione della propria esistenza e dall’oppressione dei tempi moderni. La scrittura ipnotica, serrata e priva di pause di “Sulla strada”, appare ubriaca quasi come il suo autore, come si può notare nel manoscritto autografo esposto per l'occasione in una bacheca di vetro lunga 100 metri. 

“Sulla strada” esprime, in questa sua costruzione quasi senza fine, tutta l'ansia di vivere e la curiosità per la vita di Jack Kerouac: "Nulla dietro di me, tutto davanti a me, com'è sempre sulla strada", nel viaggio senza meta tra le strade della libertà, alla ricerca di "qualcosa che non riusciva mai a trovare." 

Alla fine degli anni ’40 Jack Kerouac si mise in viaggio per gli Stati Uniti, tra San Francisco, New York e Los Angeles, in cerca di lavoro e di fortuna e la trovò per caso sulla strada, attraverso le molteplici esperienze quotidiane che diedero vita al suo capolavoro letterario “On the road.” Il libro, unico nel suo genere, è stato concepito come una strada, non solo nella costruzione narrativa, ma anche nell’idea di utilizzare supporti cartacei lunghi trenta metri, quasi fossero essi stessi delle lunghe strade in cui smarrirsi e ritrovarsi all’infinito.


Pubblicato da Antonella Colaninno

giovedì 23 giugno 2016

MANIFESTA 11


di Antonella Colaninno

“What people do for money some joint ventures” è il titolo della 11 a edizione di Manifesta, la biennale d’arte contemporanea itinerante che per il 2016 ha scelto la città di Zurigo per estendere le sue riflessioni critiche sullo stato della cultura in Europa. La città festeggia quest’anno l’anniversario dei 100 anni della nascita del Dadaismo e, per l’occasione, ha messo a disposizione degli artisti una parte  della sede storica del Cabaret Voltaire, luogo di nascita di Dada e punto d'incontro per artisti e intellettuali dell'epoca.

Manifesta è considerato tra gli eventi più importanti del panorama artistico contemporaneo, è  un progetto curatoriale che ogni due anni migra di città in città, da un’identità geopolitica ad un’altra, è un esperimento collettivo che rileva la fisionomia dei luoghi osservando le modalità attraverso le quali i cittadini interagiscono tra loro. I suoi progetti espositivi offrono un'opportunità per cercare risposte nell’arte contemporanea e porre domande che interrogano su quale sia il valore sociale del nostro vivere e del nostro lavoro. L’artista tedesco Christian Jankowski, curatore di Manifesta 11, ha lavorato su un’idea progettuale che pone in relazione artisti internazionali e professionisti  locali afferenti a diversi ambiti lavorativi, affidando così anche all’arte il ruolo di una vera e propria professione in grado di interagire con le altre esperienze lavorative. Gli artisti hanno scelto i loro ospiti da una lista di 1000 professionisti compilata appositamente dall’Istituto sociologico dell’Università di Zurigo. I lavori sono stati allestiti presso l’Helmaus e la Lowenbraukunst, ma la novità più interessante di questa edizione è la recente costruzione del Pavillon of Reflection, una piattaforma galleggiante sul lago di Zurigo, nelle vicinanze del Bellevue e del Teatro dell’Opera, adibita a cinema, piscina e caffetteria, dove vengono proiettati una serie di film documentari realizzati da registi della Zurcher Hochschule der Kunst. 


Città d’accoglienza, Zurigo è tradizionalmente nota per essere stata storicamente crocevia di artisti pacifisti, attivisti, e scrittori ma soprattutto centro di aggregazione per le avanguardie contemporanee, una città che ha saputo coniugare nel tempo la crescita culturale allo sviluppo economico ponendosi a modello di una società integrata e sostenibile.
Foto @Antonella Colaninno

Pubblicato da Antonella Colaninno

domenica 5 giugno 2016

I MITI ARTIFICIALI DI MIMMO ROTELLA




di Antonella Colaninno

“Strappare i manifesti dai muri è l’unica rivalsa, l’unica protesta contro una società che ha perduto il gusto dei mutamenti e delle trasformazioni.” Così dichiarava Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – 2006)) a proposito della sua pratica di strappare i manifesti dai muri per poi ridurli in frammenti e riutilizzarli al contrario. Rotella risente del clima caldo della politica di quegli anni, quando per strada si usava strappare i manifesti politici degli avversari, e i muri apparivano così scrostati e invasi da frammenti di carta, tra avanzi di colore, di immagini e di parole. Lo strappo è un gesto di protesta, non solo sociale ma rivolto anche al linguaggio realista dell’arte, alla pittura da cavalletto, al realismo delle ideologie che invadono gli spazi pubblici. Un gesto di rivoluzione verso il potere dell’immagine e la sua forza alienante, che dilaga sui manifesti pubblicitari.  L’arte di Rotella si colloca sulla tradizione del recupero dei materiali, un po’ come ha fatto Burri con le “muffe” e i “catrami”, sulla scia della avanguardia dadaista che ha rivoluzionato l’estetica decretando la morte dell’arte. Il suo lavoro informale finisce per affermare alla fine il ruolo della materia e soprattutto dell’immagine, se pur nelle sue svariate combinazioni di smembramento e ricomposizione che consentono all’artista di partecipare e di intervenire attraverso una manipolazione, sulla realtà, con decollages e reportages.

                                                     
C’è da parte dell’artista la volontà di appropriarsi dell’oggetto che si reinventa attraverso i suoi stessi processi comunicativi. Nei reportages infatti Rotella utilizza il mezzo meccanico  per documentare e ricreare la realtà, e le immagini dei quotidiani, delle riviste e dei posters pubblicitari vengono riportate fotomeccanicamente su tele emulsionate. “Il mondo di immagini violentissime che ci circonda (segnaletica stradale, cartelloni, manifesti, semafori, automobili coloratissime, pubblicità) non può non colpire la retina e la fantasia del pittore, al di fuori di ogni pretesto figurativo in senso tradizionale. Nel mio lavoro io cerco di tener conto delle impressioni e degli shock che ricevo continuamente.” L’arte non è più solo un prodotto individuale, un’esperienza emotiva, ma in Rotella si apre alla società e all’immaginario collettivo, diventa essa stessa prodotto culturale di massa.  La strada, la realtà urbana entrano nei territori dell’arte, sono essi stessi oggetto artistico condiviso. Negli artypo, fogli di prove di stampa usati in tipografia per avviare le macchine, scompare completamente l’intervento dell’artista se non nel passaggio tutto concettuale, di questi oggetti, irrilevanti e destinati al macero, nel processo comunicativo dell’arte, in una decontestualizzazione e ricollocazione da ready made duchampiano. Rotella riconosce l’aspetto illusorio e visionario della rèclame, ma ne subisce il fascino, per questo le immagini dei divi della pubblicità pur nella loro artificialità, ritornano nella seconda fase del suo lavoro.

 Nella percezione di queste immagini si resta disorientati per la varietà e la quantità di informazioni a cui lo spettatore è sottoposto: sfugge la complessità delle immagini così come la loro particolarità di dettagli. Anche lo sguardo infine diventa artificioso e si perde nei sensi confusi, per la convivenza di immagini diverse su un’unica porzione di spazio, quasi a voler rappresentare, unendosi e confondendosi tra loro, la grande complessità dei tempi contemporanei. Perché in fondo qual è il compito dell’arte se non quello di rivelare e raccontare la condizione umana, e di mettere in discussione con coraggio la morale? 
Pubblicato da Antonella Colaninno

sabato 26 marzo 2016

RENOIR: OLTRAGGIO E SEDUZIONE

di Antonella Colaninno

E’ uscito nelle sale cinematografiche italiane per la regia di Phil Grabsky il film documentario “Renoir: oltraggio e seduzione” (Exhibition On Screen: Renoir). La pellicola, presentata il 22  e 23 marzo, ha aperto al pubblico le sale della Barnes Foundation di Philadelphia che conserva la più grande collezione di dipinti di Pierre Auguste Renoir (1841-1919), con le sue 181 tele per la maggior parte appartenenti all’ultima fase artistica del maestro francese. Questi dipinti furono acquistati dal chimico e industriale farmaceutico Albert C. Barnes, estimatore di Renoir, che considerava l’arte un investimento per migliorare la comprensione della società. Si tratta di nudi di donna opulenti e seducenti, esaltazione di una carnalità voyeuristica, considerati dalla critica come l’esito di una fase decadente del maestro. Stanco della leggerezza con la quale l’impressionismo si accostava alla percezione della realtà, Renoir iniziò una nuova fase post impressionista, che riscopriva la pienezza classica della forma, ma che non può trovare paragone con i capolavori del primo periodo. Il film consente di visionare queste opere e di ascoltare i contributi dei più autorevoli critici d’arte del New York Time e dell’Washington Post che ricostruiscono, come in un saggio critico, l’ultima attività artistica di Renoir, poco conosciuta per l’assenza di questi dipinti dal circuito ufficiale delle mostre dedicate all’artista francese. Renoir era nato a Limoges, una cittadina nel cuore della Francia, ma si trasferì a Parigi con la sua famiglia dove frequentò l’Ecole des Beaux-Arts. Qui conobbe Claude Monet, Frèdèric Bazille e gli altri artisti con i quali condivise l’esperienza del dipingere en plein air a Fontainebleau. A questo primo periodo impressionista risalgono capolavori di pittura come “La colazione dei canottieri” (1881) e “Ballo al Moulin de la Galette (1876) (Philliphs Collection e Museè d’Orsay), impressioni di luce e colore sulla vita reale di rara bellezza compositiva. Le successive sperimentazioni pittoriche di Renoir sono quelle della riscoperta del classicismo, influenzate dal viaggio in Italia del 1881, durante il quale conobbe i grandi maestri della pittura del Rinascimento italiano. Ma dal 1890, Renoir portò un ulteriore svolta nella sua pittura, dissolvendo le forme attraverso il colore,  mediante l’uso di una pennellata leggera. Il film di Grabsky consente di conoscere attraverso le visione delle opere e la ricostruzione della vita del maestro, la prolifica carriera artistica di Renoir, lasciando che lo spettatore costruisca liberamente una riflessione critica nonché estetica sull’arte di uno tra i più grandi artisti della modernità.

Pubblicato da Antonella Colaninno

giovedì 17 marzo 2016

PEGGY GUGGENHEIM ART ADDICT. IL DOCUMENTARIO SULLA VITA DELLA GRANDE COLLEZIONISTA

di Antonella Colaninno

Peggy Guggenheim Art Addict è il documentario della regista Lisa Immordino Vreeland sulla vita della grande collezionista statunitense. La Vreeland costruisce il documentario attraverso materiale inedito: l’ultima intervista rilasciata da Peggy a Jacqueline B. Weld, autrice della biografia “Peggy.The Wayword Guggenheim”, con la voce della collezionista che racconta aneddoti ed episodi della sua vita privata e professionale. Il montaggio inserisce una sequenza di foto e filmati d’epoca e brevi episodi nei quali galleristi, critici e curatori di oggi affermano l’importanza storica di Peggy Guggenheim nel mondo dell’arte contemporanea:


“Peggy è stata il collegamento tra modernismo europeo e americano, tra surrealismo ed espressionismo astratto”, racconta Jeffry Ditch, mercante d’arte e curatore. “Io sono stata come una storica” affermava la stessa Peggy, consapevole di aver svolto un ruolo importante come ponte tra le avanguardie americane e quelle europee. Figura bohemien, Peggy è stata pioniera nell’emancipazione femminile nel suo desiderio di stare al passo con una società che riconosceva all’uomo libertà di scelta e di decisione. Fu infatti donna libera, mecenate e amante dei suoi artisti; svolse un ruolo importante alla vigilia del secondo conflitto mondiale, aiutandoli a fuggire dall’Europa per evitare le persecuzioni naziste ai pittori modernisti. Grazie ad un amico spedizioniere, portò in salvo in America anche le opere della sua collezione che il Louvre aveva rifiutato di conservare. Man Ray, Pablo Picasso, Jean Cocteau, Constantin Brancusi, Marcel Duchamp, sono solo alcuni tra gli artisti e intellettuali che Peggy frequentava e  supportava economicamente, come nel caso di Jackson Pollock, a cui pagava l’affitto di casa per arginare le sue tendenze autodistruttive, e lasciare che esprimesse serenamente la sua creatività. Fu lei a scoprirlo su segnalazione di Piet Mondrian e a credere per prima nel valore della sua arte: commissionò a Pollock il grande pannello per l’ingresso della sua casa di Venezia, considerato una carta da parati per la ripetizione di alcuni elementi decorativi del disegno. Alcuni di loro diventarono suoi compagni di vita (Max Ernst fu il suo secondo marito) e suoi mentori come Herbert Reed. John Holms, l’intellettuale inglese alcolizzato, scomparso a soli 36 anni, vittima di una banale operazione al polso, fu il grande amore della sua vita. Peggy ebbe un background familiare segnato da molti lutti: il padre Benjamin Guggenheim morì a bordo del Titanic, Pegeen, la figlia pittrice nata dal matrimonio con lo scrittore Laurence Veil, morì malata di depressione a causa di una overdose di farmaci nel 1967, a soli 42 anni, sua sorella Benita invece, morì di parto mentre i suoi nipoti caddero misteriosamente da un edificio. 
                                                                                Pegeen Veil Guggenheim
Ma ancor prima dei suoi artisti, “lei stessa fu la più grande creazione”, e Peggy era consapevole dell’importanza del suo ruolo nell’arte. Visse tra Parigi, Londra, New York e Venezia, dove ebbe la cittadinanza onoraria nel 1962. Pensavano di lei che fosse una pazza e dei suoi artisti che non avessero un futuro, ma il suo ruolo di collezionista e mecenate dell’arte è ormai consacrato alla storia dell’arte che non avrebbe avuto continuità senza il suo impegno. Peggy Guggenheim realizzò il sogno di creare un museo d’arte contemporanea a Venezia, acquistando all'asta Palazzo Venier dei Leoni dopo la guerra ad un prezzo concorrenziale. La sede sul Canal Grande, che fu all’epoca abitazione privata della collezionista, è oggi parte della Solomon R. Guggenheim Foundation. Peggy (1898-1979) è sepolta in un’urna nel giardino dell’abitazione dove sono sepolti anche i suoi 7 cani.


Pubblicato da Antonella Colaninno

domenica 13 marzo 2016

YANN KERLAU E I CACCIATORI D’ARTE. I COLLEZIONISTI DI IERI E DI OGGI


“Davanti ai potenti l’America è pronta tanto a infatuarsi quanto a drizzare la forca. Una semplice occhiata ai quotidiani americani sembrerebbe confermarcelo. Lo scandalo è la barriera che infrange le velleità degli avventurieri” Yann Kerlau

di Antonella Colaninno

Yann Kerlau, ex avvocato di New York e top manager di Gucci, è l’autore del volume intitolato “Cacciatori d’arte. I mercanti di ieri e di oggi” (Johan & Levi editore). Otto storie di uomini d’affari con la passione dell’arte e l’amore per il rischio che hanno scommesso su pittori “incompresi” e non ancora conosciuti, investendo somme ingenti di denaro. Visionari e intraprendenti, sono diventati collezionisti di opere d’arte e mecenati con il fiuto per i dollari, creatori di estetiche e veri rivoluzionari dell’arte. Yann Kerlau ha deciso di lasciare le aule dei tribunali per dedicarsi completamente alla scrittura e raccontare in un libro, che si legge con la leggerezza di un romanzo, le vite seducenti di questi cacciatori d’arte, dagli esordi al loro epilogo non sempre felice. Come per la vicenda del crollo di casa Knoedler dopo 150 anni di attività  “irreprensibile”, finita davanti ai giudici dello stato di New York per la vendita di un falso Pollock, “un tempio dell’arte dove musei e collezionisti compravano senza battere ciglio”. Si succedono nel racconto le storie di Ambroise Vollard, fuori classe delle vendite, di Daniel-Henry Kahnweiler, mercante di Picasso sin dai suoi inizi poco promettenti, della talent scout d’eccezione Peggy Guggenheim, del “cinico self-made man” Charles Saatchi, capace di “elevare l’artista a marchio di fabbrica”  o di Larry Gagosian che “conquista un impero multinazionale” con le sue nove gallerie sparse nel mondo, per finire con Paul Durand Ruel che apre le porte del mercato americano agli artisti che erano stati sino ad allora rifiutati. Tra excursus temporali e avvincenti digressioni aneddotiche, la narrazione prosegue generosa nella ricostruzione delle singole biografie. Curiosi ritratti di personaggi bizzarri, a metà tra opulenti Paperoni e sensibili scopritori di talenti, emergono nel racconto nella escalation di improbabili esordi e nel successo inevitabile di chi sa costruirsi un futuro brillante percorrendolo contro corrente. Non mancano i colpi di scena e i risvolti drammatici: Kahnweiler assisterà alla dispersione del suo patrimonio e della sua importante collezione che finirà all’asta. 

Ambroise Vollard, che tra gli artisti vide anche la gloria di Marc Chagall e Giuseppe De Nittis, rimase ucciso nella sua automobile sotto il peso di una scultura di Maillol durante un incidente. Kerlau ricorda come l’incredibile vicenda di Charles Saatchi sia stata segnata dalla fuga da Baghdad quando, ancora bambino, giunse a Londra con la sua famiglia. Di qui poi la nascita della sua prima agenzia pubblicitaria e il crac finanziario a seguito del fallimento dal quale riuscì a sollevarsi con successo. La storia di Peggy Guggenheim, incredibile collezionista e tenace rivale del potente zio Solomon, è quella di mecenate ma ancor prima di amante dei suoi giovani artisti, tra cui si ricordano Jackson Pollock e Alexander Calder, all’epoca ancora sconosciuti al grande pubblico. L’autore è ben attento a non creare un immaginario romanzato e per questo non nasconde gli aspetti negativi che contraddistinguono il mondo dell’arte, così snob e variegato, fatto anche di truffatori abili, che si insidiano tra arte e mercato, quanto di acquirenti irresponsabili, siano essi privati o esperti galleristi. L’autore dedica infatti il primo capitolo del libro al fallimento della storica galleria newyorchese Knoedler travolta da un giro di compravendita di falsi d’autore. Il caso Knoedler inizia nel 2007 per l’acquisto dell’opera di Jackson Pollock “Untitled 1950”, che il proprietario, il signor Lagrange, decide poi di vendere rivolgendosi a Sotheby’s e Christie’s. Gli esperti delle case d’asta sospettano che il dipinto sia un falso perché non risulta presente nel catalogo ragionato. Inoltre, da un’analisi dei pigmenti, viene rilevato che due tipi di gialli utilizzati non esistevano ancora all’epoca in cui Pollock aveva realizzato la sua opera. Nel libro di Kerlau fa da sfondo tutta la storia dell’arte dall’Ottocento ad oggi, dalla nascita delle avanguardie  alla trasformazione della modernità nella grande avventura della cultura contemporanea, perché raccontare il mercato significa anche raccontare l’arte e gli artisti che del mercato sono i grandi protagonisti inconsapevoli.

Charles Saatchi

Pubblicato da Antonella Colaninno

domenica 6 marzo 2016

ALBERTO BURRI E LA RIVOLUZIONE DELLA DIVERSITA' SOGNATA



di Antonella Colaninno

Con la mostra di Alberto Burri, il Guggenheim Museum di New York ha chiuso le celebrazioni per il centenario della nascita dell’artista umbro (Città di Castello, 1915 – Nizza, 1995). Si è conclusa infatti lo scorso gennaio la mostra dal titolo “The Trauma of Painting” che ha portato nella grande mela uno dei maestri dell’arte del Novecento italiano. Il confronto con Lucio Fontana sembra inevitabile: dalle superfici bucate e tagliate che hanno aperto il dibattito su una nuova visione dello spazio, Burri ha invece sperimentato le superfici increspate che dalla tela hanno raggiunto la massima espansione nel contesto naturale del Grande Cretto di Gibellina, un progetto che sposa il paesaggio e recupera la memoria storica del luogo nella sua fisionomia di land art e di architettura di paesaggio. Non si può parlare di rivoluzione estetica nell’arte del Novecento senza considerare i diversi livelli di percezione dello spazio che i due artisti hanno sperimentato. Ricerca di equilibrio, innovazione e rispetto della forma, anche quando la materia si trasforma e si reinventa nelle operazioni più “trasgressive” dei sacchi cuciti e rattoppati, caratterizzano il lavoro artigianale di Alberto Burri, che non dimentica mai la tradizione classica dell’arte nel suo essere artista "demiurgo". Ma in fondo la classicità è presente in molti artisti informali, e classico è stato a suo modo anche Piero Manzoni, nell’ordine e nell’equilibrio delle composizioni e nel suo reinterpretare  la scultura attraverso i corpi viventi. Il senso della classicità e quindi della bellezza intesa come equilibrio formale e perfezione, è presente anche nelle poetiche superfici monocrome di Ettore Spalletti, suggestive evocazioni di una spazialità indefinita eppure comprensibile alla nostra sensibilità, così lontana e così  vicina nel tempo da essere perfettamente in sintonia sia con gli spazi moderni di un’architettura come il MAXXI, e sia  con le sale del cinquecentesco Palazzo Cini sul Canal Grande. Persino un artista come Jannis Kounellis ha una continuità intellettuale con la classicità, nel suo considerare la modernità un corpo capace di indossare su di sé il proprio passato: “la modernità è indossare questo passato.” “Fontana non era un modernista. I suoi tagli sono delle ferite sulla pelle. E’ Caravaggio che mette il dito di San Tommaso nella ferita del costato di Gesù.” “Queste ferite ci portano nel dramma di una figurazione, esprimono la volontà di ricongiungersi con una realtà”. Lo spazio di Burri non può certo considerarsi un luogo esclusivo dell’immaginazione e neppure la proiezione di un progetto concettuale come invece lo fu per Fontana. Questo lo dimostra il grande sudario bianco di cemento che dagli anni ’80 ricopre il centro della cittadina siciliana di Gibellina, distrutta poco più di dieci anni prima da un terremoto. 

Qui le crepe della tela diventano spazio reale, luogo tangibile dell’esperienza, una massa di superficie spaccata al suo interno, un percorso di cretti arso e “sofferto” che può essere percorso come un sentiero che conduce ad un passato immaginario ma realmente esistito, abitato dai suoi fantasmi. La retrospettiva americana è stata la seconda tappa nella grande mela per Alberto Burri, già celebrato nel 1977 con una personale al Guggenheim dal titolo “Alberto Burri: A Retrospective View 1948 – 1977”. A cura  di Emily Brown e Megan Fontanella, l’importante mostra al Guggenheim di New York ha ripercorso filologicamente l’evoluzione  stilistica dell’artista italiano: “dai Bianchi e dai Catrami del 1948, alle Muffe e ai Gobbi del 1950, ai Sacchi, alle prime Combustioni del 1954, ai Legni, le Plastiche e i Ferri.” Il video dell’artista Petra Noordkamp allestito in mostra, raccontava il grande Cretto di Gibellina nel suo essere città fantasma e sempre eterna. La classicità di Alberto Burri è nel suo passaggio rivoluzionario nella storia e nell’arte, perché, come afferma Kounellis ,è nei “no” la rivoluzione di una “diversità sognata”, nella differenza che apre il varco al nuovo per ripetersi nel tempo sempre sotto nuove spoglie, in un modo sempre diverso, autorevole e liberatorio,  di vedere e di proporre la propria condizione storica ed emotiva.

Pubblicato da Antonella Colaninno


giovedì 3 marzo 2016

LUCIO FONTANA E LO SPAZIO DELL’IMMAGINAZIONE



di Antonella Colaninno

Pittore, ceramista e scultore, Lucio Fontana (Rosario di Santa Fe', 1899 – Comabbio, Varese, 1968) ha dato un nuovo corso all'arte moderna recidendo con un taglio netto quanto si era prodotto sino ad allora nell'arte. “Io buco, passa l’infinito di lì, non c’è bisogno di dipingere…tutti hanno creduto che io volessi distruggere: ma non è vero, io ho costruito, non distrutto, è lì la cosa […]”. Il valore concettuale della sua idea di tagliare la tela è stato un gesto d’avanguardia, un’intuizione nella percezione dell’universo visto da una prospettiva estesa priva di limiti, che si può immaginare solo attraverso una dimensione mentale e creativa. “Non mi interessa lo spazio di cui parlate voi. La mia è una dimensione diversa”, un orizzonte personale, che ricerca nei buchi e nei tagli un concetto nuovo di spazio che supera l’idea stessa di spazialità e la sua entità fisica, per diventare puro gesto dell’immaginazione. Lo spazio di Fontana non è solo la proiezione di una possibile entità immaginativa, un vettore dinamico di materia, ma rappresenta  quell’istinto barocco di aprirsi verso l’esterno, con “la spettacolarità del gesto”. Il taglio ha in sé un fare progettuale perché vuole costruire un’idea su nuove realtà dell’immagine. Il suo lavoro ebbe agli inizi di carriera un riconoscimento inadeguato per la sua portata innovativa, eppure oggi Fontana è l’artista italiano più rappresentato nei musei di tutto il mondo. La galleria Farsettiarte racconta l’insuccesso di un’opera del maestro durante un’asta dove invece tutti i lotti furono venduti. Per “Concetto spaziale giallo” non ci fu “nessun interesse, solo un brusio ironico nella gremitissima sala e la beffarda offerta di una lira da parte di un professionista cittadino. Il banditore imbarazzato ritirò il quadro dopo aver tentato, senza riuscirvi, di spiegare chi era Fontana”.  Il mercato dell’arte ha riconosciuto in ritardo la genialità di questo artista, che solo negli ultimi dieci anni ha visto crescere le quotazioni sino a raggiungere la cifra importante di 30 milioni di dollari. “Il 2015 è stato l’anno che “ha sancito definitivamente il successo economico di Fontana. […] e nonostante la sua produzione abbondante non riusciamo a soddisfare la domanda dei collezionisti” ha dichiarato in un’intervista Mariolina Bassetti, presidente di Christie’s Italia, “nonostante la sua produzione sia così abbondante il mercato sembra non risentirne affatto perché il suo gesto è una ripetizione che nutre l’animo del collezionista senza stancarlo.” Un successo che i collezionisti hanno decretato sostenuti dal lavoro della Fondazione Lucio Fontana che organizza mostre dell’artista nei musei di tutto il mondo, e dall'interesse che le fiere internazionali hanno a lui riservato.  

L’opera completa di Fontana comprende anche i disegni o “opere su carta” degli anni Trenta realizzate su fogli di carta da lettera o da macchina da scrivere, ma anche su cartoncino e carta assorbente e su carta per il mercato, per i disegni realizzati “solo nell’ultima parte della sua attività”. Il mercato non ha riservato grande attenzione a queste opere che restano circoscritte all’’interesse dei singoli collezionisti, pur avendo lo stesso valore concettuale delle opere su tela in quanto rappresentano la genesi strutturale dell’idea progettuale. 

Le ceramiche di Fontana hanno ritrovato un interesse sul mercato in questi ultimi anni: Fontana iniziò il suo lavoro di artista proprio come ceramista, lavorando come assistente nell’atelier di suo padre in Argentina, mentre in Italia frequentò dal 1928 i corsi di Adolfo Wildt all’Accademia di Brera, realizzando le sue prime sculture nel laboratorio di Tullio Mazzotti ad Albisola.

Lucio Fontana per Ugo Mulas, 1963

Pubblicato da Antonella Colaninno


Enrico Crispolti è il maggior esperto al mondo dell’opera di Lucio Fontana. Conobbe l’artista cinquantottenne nel 1957, quando aveva solo 24 anni. Ha curato, in Italia e all’estero, a partire dal 1959, molte mostre antologiche. E’ autore delle tre edizioni del Catalogo ragionato del 1974, del 1986 e del 2006, delle sue sculture, dei dipinti e delle ambientazioni. E’ autore anche del catalogo ragionato generale della scultura e dell’oggettistica in ceramica. Di Luca Massimo Barbero è il Catalogo ragionato dell’opera su carta di Lucio Fontana, edito in tre tomi da Skira.