Nudo di donna EGON SCHIELE















mercoledì 15 febbraio 2017

CORTO MALTESE: STORIA DI UN VIAGGIATORE SENZA TEMPO




di Antonella Colaninno

[...] esiste un legame stretto tra Venezia e l'Estremo Oriente, un legame che si concretizza in modo particolare nel nome di Marco Polo.”


Per celebrare i cinquant'anni dalla nascita di Corto Maltese il Museo della Storia di Bologna-Palazzo Pepoli Campogrande propone la mostra dal titolo Hugo Pratt e Corto Maltese. 50 anni di viaggi nel mito. Mezzo secolo fa Corto Maltese apparve per la prima volta nel volume Una ballata del mare salato: era il 1967 e il fumetto italiano raggiungeva l'apice del successo, portando l'arte popolare nei ranghi di una vera e propria letteratura disegnata, accanto ai grandi romanzi d'avventura. La ballata, “un fumetto di avventura classico”, che conferma Pratt non solo nel ruolo di disegnatore, ma anche in quello di abile narratore, fu pubblicata a episodi mensili sulla rivista Sgt. Kirk, creata dallo stesso Pratt grazie all'editore Ivaldi. 
L'importante antologica, in programmazione sino al 19 marzo, è curata da Patrizia Zanetti e ideata da Genus Bononiae e Cms Cultura, con la collaborazione di Cong SA Hugo Pratt Art Properties (detentore dei diritti d'autore di Hugo Pratt) e il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna. Riviste, disegni, chine e acquerelli sono una parte, insieme ad altre rarità, di oltre 400 opere realizzate dall'artista riminese (1927 – 1995) che comprendono anche le 164 tavole originali di Una ballata del mare salato e le tavole e gli acquerelli di Wheeling, dedicate alle storie degli indiani del Nord America. Ma le storie di Pratt non accadono mai in luoghi reali, anche quando l'autore fa riferimento a personaggi realmente esistiti. Tutto si svolge nell'immaginario dell'artista, che porta Venezia con sé tra luoghi bellissimi dove la dimensione del tempo resta legata alla casualità dello spazio. 

“Hugo Pratt è per la resistenza e la strenua difesa dell'individuale, intendendo per individuo una nazione, una regione, un paese, una calle di Venezia o anche soltanto 50 metri quadrati di foresta pluviale”, scrive Marcello Jori su La Lettura del Corriere della Sera. Con Corto Maltese il fumetto italiano diventa letteratura aprendo quella grande stagione del disegno a strisce che avrà in Andrea Pazienza il suo più nobile prosecutore.


Pubblicato da Antonella Colaninno

martedì 14 febbraio 2017

L'ESISTENZIALISMO DI JONAS BURGERT TRA CITAZIONE E POSTMODERNO



di Antonella Colaninno

[...] tra figure fantastiche, soggetti in maschera e pareti che si squarciano, l'autore esplora ossessioni e demoni, nei quali riecheggia l'ansia del presente, senza l'approdo a un saldo punto di appoggio.”

Jonas Burgert è tra le personalità più interessanti delle nuove generazioni di artisti. Nato a Berlino nel 1969, ha realizzato una serie di mostre tra collettive e personali, la sua prima esposizione risale al 2006 presso la Produzentengalerie di Amburgo, mentre in questi giorni è in corso al MAMbo di Bologna una sua personale dal titolo Lotsucht/Scandagliodipendenza, che afferma per la prima volta la presenza dell'artista in Italia. 
Burgert disegna il suo teatro dell'oscuro, popolato da presenze liquide quali ineffabili spettri di se stessi che rivelano l'inquietudine dei tempi moderni e gli equilibri instabili dell'uomo, dalla cui dissociazione si generano mostri. Le grandi composizioni su tela sono strutturate da una logica di rappresentazione performativa, quasi teatrale, tenuta insieme dal racconto del non sense, dove tempo e spazio restano sospesi in una dimensione anacronistica e irreale.

L'artista crea lavori monumentali a soggetto figurativo che esplorano il dramma della società contemporanea. In essi figure fantastiche, grottesche e surreali attingono dall'immaginario della cultura Pop e dalla tradizione della pittura surrealista e simbolista, attraversando anche i sentieri della memoria dell'arte fiamminga e della cultura letteraria mitteleuropea del Novecento, dal dramma esistenziale di scrittori come Franz Kafka all'immaginario inquieto di pittori quali Edvard Munch e Arnold Bocklin. In questi grandi dipinti Burgert riscopre il gusto della narrazione e della descrizione e, nel palcoscenico dell'assurdo e dell'incoerenza, egli costruisce, in una ritualità solo apparentemente incomprensibile, un universo apocalittico abitato da uomini e animali, bambini e amazzoni, scheletri e arlecchini. Il caos contemporaneo va in scena, così, tra maschere e costumi teatrali, nello spazio illusionisticamente mobile che si apre sui corpi ammassati, sullo sfondo di una oscenità simbolica. La rappresentazione di tali ambienti raccoglie elementi della tradizione del passato che si traduce stilisticamente nell'attenzione per il dettaglio riaffermando in pittura il valore dei simbolo e dell'iconografia. Burgert ama giocare sulla composizione e sui rapporti tonali tra i colori e, attraverso questi elementi, presenta i vari livelli di interpretazione, mostrando tutta la sua maestria nella resa formale delle complesse architetture. 
Il significato letterale dei suoi dipinti, che affermano inevitabilmente il potere dell'immagine, nasconde però, al di sotto delle allegorie e delle visioni, un'analisi attenta dell'isolamento dell'uomo nella odierna società. Egli svela, infatti, come l'uomo subisca la potenza del flusso dei dati in circolazione, emessi e trasmessi per essere recepiti violentemente dalla propria mente. Il nostro presente è un'inondazione caotica di informazioni che costruiscono. per poi dissolverlo, lo spazio della nostra percezione e, per questo, l'essere umano è alla ricerca della consapevolezza del proprio esistere. 
Nel contrasto tra ciò che è visibile e ciò che resta, invece, nascosto Burgert racconta l'apparenza delle cose. Nella tensione generata tra le superfici illusorie della tela, l'uomo ricerca lo spazio del proprio essere, per ridefinire la sua identità smarrita e ricollocarsi in una dimensione storica e sociale, lasciando che la tela diventi un vero e proprio campo di battaglia dove affrontare la propria guerra esistenziale.


Pubblicato da Antonella Colaninno

venerdì 20 gennaio 2017

ROBERT MAPPLETHORPE. FOTOGRAFIA A MANO ARMATA



Robert pensava che provocazione e decadenza potessero farlo diventare una superstar.”

Ho cominciato a fare fotografia perchè mi sembrava un veicolo perfetto per commentare la follia dell'esistenza odierna.” Robert Mapplethorpe


DI ANTONELLA COLANINNO

Jack Fritscher, giornalista, scrittore, fotografo e docente universitario è l'autore di un'interessante biografia su Robert Mapplethorpe pubblicata per Joan & Levì nel 2016 con il titolo Robert Mapplethorpe. Fotografia a mano armata. Fritscher, da professionista della scrittura, ripercorre con onestà intellettuale e senza omissione di colpa, la sua esperienza di vita accanto all'artista americano, ricostruendo un'epoca e le sue contraddizioni, perchè in Mapplethorpe la storia individuale si intreccia inevitabilmente con gli aspetti sociali e culturali di un'intera generazione, quella dei giovani di New York tra gli anni '70 e '80 del secolo scorso.
Questo è un libro di cultura Pop e vi parlerà di sesso, menzogne, avidità, perversioni, omicidi, frodi, infedeltà, droga, immoralità, scatologia, ambizioni, ambiguità, diffamazione ai danni di cose e persone, bestemmie, calunnie, voltafaccia, distorsione della realtà, razzismo, empietà, sodomia. Per dirla alla maniera dei detrattori di Mapplethorpe.”
Robert Mapplethorpe fu, infatti, nel mezzo di una battaglia tra arte e politica, tra arte e religione, che si scatenò negli anni successivi alla sua morte. Nel 1989 i Repubblicani più conservatori al Senato denunciarono la mostra su Mapplethorpe e bloccarono il finanziamento pubblico destinato alla promozione di arte oscena, “scatenando la più pesante offensiva contro l'arte americana dai tempi della caccia alle streghe di McCarthy e Nixon nei primi anni Cinquanta.”
Visionario e “innocente come ogni vittima”, Mapplethorpe usciva dalla cultura hippy underground degli anni Sessanta. “Era sveglio e intelligente ma anche industrioso ed era una persona per natura gradevole.” Stringeva rapporti per coronare le sue ambizioni ed era calcolatore nel circondarsi di persone che potevano tornargli utili. Mapplethorpe ha sempre avuto eleganza e talento all'altezza di ogni situazione e soffriva di “un isolamento esistenziale.” Più diventava famoso , e più la sua vita si riempiva di solitudine, “era un intelletto di purezza cristallina.” “Robert era un uomo fatto per gli uomini. Era timido, era sensibile, era un artista, prendeva droghe per trovare il coraggio di perseguire la sua perversione.” “Era una persona metaforica” e ogni cosa, vista da lui, “era l'ombra ambigua di qualcos'altro.” Il libertinaggio alla Baudelaire era, per lui, un veicolo di ispirazione artistica...in fondo, non faceva altro che fotografare la sua vita e le sue esperienze. Non c'era differenza, distacco, tra il fotografo e il soggetto fotografato, sia che si trattasse di fiori recisi, di un autoritratto o di un partner, erano solo due parti di uno stesso racconto, l'emozione condivisa di una sola performance, l'estensione di ogni possibile declinazione del sesso. Le sue foto sono sempre immagini “partecipate”, animate da desideri e sensazioni. La macchina fotografica era lo strumento di una “iniziazione” empatica che trasportava l'espansione sensuale tra le due parti. I suoi modelli non posavano per un'azione di sesso, provavano realmente piacere. “Si agiva insieme per ottenere un reciproco orgasmo, anche se non sembra facile crederlo dalle fotografie.” Le immagini documentano, quindi, un'esperienza e una sensibilità comune. Robert considerava le sue fotografie come parte di un diario. I suoi lavori parlano, infatti, di erotismo e perversione, di una sessualità cerebrale, esteriore, che ricerca, senza mai trovarla, l'anima della passione, poiché Robert, in realtà, non sapeva comunicare il calore dell'azione pornografica. “La sua stessa psiche sessuale era fredda, intellettuale”, era incapace di raggiungere il vero erotismo. C'è una ricerca continua verso ogni tipo di amore e la carica erotica, pur nella sua componente più cerebrale, è sempre legata al principio estetico della composizione sempre rigorosa e colta che, partendo dal reale, finisce per essere ideale e per passare attraverso la provocazione, dall'antico al contemporaneo, dalla purezza al proibito della carne e del sesso, generando una fotografia scultorea d'ispirazione classica. Robert era un uomo di identità maschile. Era un artista, quindi, gli piaceva l'ambiguità, era “un cinico innocente.” Era una creatura postmoderna che costruiva e decostruiva il proprio personaggio e la propria arte liberandosi della storia dell'arte ufficiale per reinventarla e reinventarsi attraverso la citazione, il linguaggio simbolico e il remake dei grandi artisti del passato, come Rodin, ad esempio, o Man Ray, il barone von Gloeden, e Salvador Dalì, Michelangelo e Leonardo. Nell'autoritratto con frustino c'è la citazione colta che allude all'Amore-Attis di Donatello (cit. dall'autore). Robert raggiunse la notorietà negli anni Settanta, quando Holly Solomon, madrina dell'underground giovanile, lo promosse con ben due mostre nel 1977, ma raggiunse il potere e il denaro solo negli anni Ottanta. L'occhio della sua macchina fotografica vedeva tutto: i suoi lavori hanno saputo cogliere la citazione e il mito, la letteratura e la religione, la blasfemia e l'astrologia, il fascismo, la teologia cattolica e l'occulto. La violenza e il male gli interessavano perchè il cattolicesimo aveva fatto di lui uno studioso del bene e del male. E il tema stesso della Crocifissione svela tutta la sua contemporaneità nel suo self-portrait (1975), dove Robert appare con il braccio esteso come il Cristo in croce. “Ho in testa la simmetria. E' radicata in me. Penso che derivi dalla Chiesa cattolica.” Il fatto stesso di farsi portavoce negli autoritratti non solo di sé, ma anche del mondo, di essere, quindi, specchio di sé e della società, assume una valenza cristiana. Era una persona silenziosa e aveva un carattere dolce, ben distante dall'immagine del bad boy, dai lineamenti satireschi di un angelo caduto, così come lo era, in un certo senso, anche dalle immagini fotografate che trasudavano di violenza metropolitana. La fotografia, che fece di lui un artista raffinato, in realtà, lo aiutò “a mettere a fuoco le energie intellettuali e a sviluppare la sua vita interiore.” Mapplethorpe va letto nel contesto del suo tempo, scrive Fritscher. “Le sue foto sono caratterizzate storicamente e non vanno caricate degli atteggiamenti tipici del nostro tempo, perchè il sesso e la droga erano cose completamente diverse nell'epoca d'oro dell'emancipazione e dell'affermazione personale.” “[...] Robert propose il leather sex come terapia d'urto volta a dimostrare che il corpo è il veicolo per raggiungere un'estasi fisica, emotiva, filosofica e teologica.” “Il segreto di Mapplethorpe è la trascendenza del corpo mortale. E porta alla luce quello di cui son capaci gli esseri umani quando si liberano dei luoghi comuni istituzionalizzati e si innalzano a livelli di misticismo e autentica devozione.” E le sue opere non erano affatto eccessive per il suo tempo. I fiori come anche il sesso sono metafora di vita e di morte, perchè ciò che viene reciso ha vita breve. L'omosessualità come l'eterosessualità erano il conflitto irrisolto e l'essenza della sua estetica ma anche del suo tempo e, a differenza dei post modernisti, Robert si dedicava alla ricerca romantica di se stesso, non era solo un carrierista intento a far soldi. Faceva incursione nel lato oscuro della vita e, come artista, “scese nelle tenebre e tornò con il meglio di quanto aveva visto dell'umanità e di se stesso.” C'è chi sostiene che Mapplethorpe non sia stato un grande artista, ma solo un arrivista, un fenomeno americano di grande interesse. Infatti la sua fama, anche postuma, fu dovuta a controversie politiche e non a valutazioni di natura estetica. Anche se Robert non fu mai stroncato dai critici d'arte, nutrì grande timore per la penna di Edward Lucie Smith. “quell'odiosa checca di un critico inglese.” Scriveva di lui Smith: “Manhattan ha delle dinamiche sociali tutte sue, c'è una relazione incestuosa tra denaro, notorietà e arte. Robert ha imparato subito come andavano le cose. Avrebbe fatto carte false per entrare in quella cerchia di eletti che gli era preclusa. E Robert sapeva che in quegli anni di avanguardia le sue foto sarebbero state accettate e lui faceva la parte di essere ancora più avanti di loro. Era molto intelligente.” “Rendeva perfette le persone che fotografava ed esprimeva il proprio cinismo nell'opera d''arte. Era mercante scaltro. Fotografava amorevolmente i suoi oggetti attribuendo loro un glamour, un profumo di soldi adatto alle pubblicità patinate delle riviste. Quando i suoi soggetti andavano all'asta, lui aveva le foto, e restava proprietario dei negativi delle foto e gli oggetti, così, valevano di più. Aveva un piacere raffinato per la fotografia ed era innamorato della propria immagine scattata da altri. “Era un materialista e, da ex cattolico, scherzava sul suo patto col diavolo.” La storia della cultura Pop, scrive Lucie Smith, dipende da quanto si conoscono le dinamiche intrinseche del mondo dell'arte newyorchese, dalla propria memoria e da quanto si ritiene importante la verità.” “Robert sapeva che i suoi nudi non si potevano definire erotici se non in senso intellettuale. L'erotismo crudo, furioso, che lui desiderava ardentemente, quello non lo raggiunse mai.” Robert ha posto l'uomo e i suoi desideri al centro di un umanesimo post moderno. Nell'unire gli opposti, nell'estensione sessuale verso la bisessualità, c'è una tensione verso l'unità, verso l'equilibrio, verso la conoscenza e la comprensione del tutto. Il desiderio ha sempre molti volti, persino quello della trascendenza. E tutto passa da una visione interiore sublimata dalle pulsioni del desiderio come attitudine alla vita, e dall'oscurità come l'altra faccia che deve fare i conti con il mistero della morte. Infine, la citazione è servita a Mapplethorpe come espediente per colmare il senso di vuoto che si nasconde nella complessità del contemporaneo, dove l'immagine si costruisce sull'assenza e sulla maschera esistenziale, sul volto dirompente del denaro e del successo.

Pubblicato da Antonella Colaninno



martedì 18 ottobre 2016

LA CINA E IL CONTEMPORANEO AL FESTIVAL DI NANJING


"To define the contemporary we have to compare it to the past"

Today we live in a globalised world, where everything is influenced by the economy. Perhaps it is no longer applicable to discuss the spirituality of art in today’s context, nor even to explore humanism and knowledge, both of which have been anchors of civilisation since the Renaissance. This exhibition explores the values and vision which are crucial to the development of the human race. The deliberate use of economic terms such as ‘scarcity’ and ‘supply’ seek to highlight existing problems in our society and to find ways to solve them.” LU PENG

DI ANTONELLA COLANINNO
La città cinese di Nanjng, capitale del Jiangsu, ospiterà la terza edizione del Nanjing International Art Festival, che sarà inaugurata il prossimo 12 novembre presso il Baijia Lake Museum. Il titolo scelto per la manifestazione di quest'anno è: HISTORICODE: Security and Supply, un tema che vuole porre l'attenzione sulle contraddizioni di un'economia globale che tende ad influenzare ogni settore della società, trascurando quegli aspetti legati alla sfera spirituale e alla conoscenza. Una grande attenzione è rivolta al ruolo dell'arte nella società come fattore di crescita e di sviluppo, puntando lo sguardo, in particolar modo, sulla città di Nanjing, così ricca di storia e di tradizione, fattori che, nel mondo globalizzato, corrono il rischio di emarginarsi e di far dimenticare, in questo modo, la memoria storica dei luoghi. Non è casuale che il Festival voglia porre la propria attenzione sulla produzione artistica degli anni '90, l'ultimo decennio del secolo scorso, che ha rappresentato, infatti, con la caduta del muro di Berlino e la diffusione di internet, un passaggio decisivo nella storia recente, modificando il concetto stesso di contemporaneo e la sua estensione di significato, verso qualcosa di più grande e più complesso. La terza edizione del Festival, che si chiuderà il prossimo febbraio 2017, nasce dalla collaborazione curatoriale del cinese Lu Peng (chief-curator), critico e storico dell'arte, docente presso il Dipartimento di Storia dell'arte all'Accademia di Hangzhou, e Letizia Ragaglia (co-curated), direttrice del MUSEION, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano. 
400 gli artisti provenienti da tutto il mondo e 800 i lavori in allestimento, esposti nelle sale del nuovo Baijia Lake Museum, uno spazio espositivo privato, ricavato da un ex centro commerciale e residenziale, riadattato a contenitore museale e a centro di ricerca. Un'architettura dal design contemporaneo, progettata dall'architetto cinese Zhang Can, che accoglie nelle sue strutture la bellezza dell'arte e del paesaggio circostante. 
Yan Lugen è il Presidente del comitato organizzativo del Nanjing International Art Festival che si avvale di un comitato curatoriale internazionale che include: Heidi Ballet (Belgio), Du Xiyun (Cina), Fu Xiaodong (Cina), Katie Geha (USA), Gu Chengfeng (Cina), He Guiyan (Cina), Lee Janguk (Sud Korea), Carol Yinghua Lu (Cina) and Nathalie Boseul Shin (Sud Korea).


Pubblicato da Antonella Colaninno

lunedì 3 ottobre 2016

WOPART, A LUGANO, RENDE OMAGGIO ALLE OPERE D'ARTE SU CARTA


Ogni collezione nasce dal bisogno di trasformare lo scorrere della propria esistenza in una serie di oggetti salvati dalla dispersione, o in una serie di righe scritte, cristallizzate, fuori dal flusso continuo dei pensieri.” Italo Calvino

DI ANTONELLA COLANINNO
La carta, come è ben noto, ha avuto un importante sviluppo con la diffusione della stampa, e, solo negli ultimi decenni, in ambito artistico, ha visto crescere l'interesse dei collezionisti e del mercato dell'arte, che per anni l'hanno considerata solo sulla scia delle “arti maggiori”. Sin da tempi antichissimi, papiro e pergamena (ma anche carta di gelso e di riso) hanno svolto un ruolo decisivo come supporto per la scrittura e le immagini. Gli antichi Exultet, ad esempio, erano grandi rotoli di pergamena che venivano srotolati al contrario dagli amboni delle chiese in età medievale, per consentire, a chi non sapeva leggere e scrivere, la comprensione del testo scritto (che enunciava la formula di benedizione del cero pasquale) attraverso le miniature illustrate.
La città di Lugano ha voluto rendere omaggio alla carta e alla sua versatilità con la prima edizione di WOPART- Work on Paper Fair, la prima fiera d'arte dedicata esclusivamente alle opere su carta, che ha proposto una vetrina di lavori che interessa tutte le epoche della storia dell'arte. La fiera ha voluto riscoprire l'importanza culturale e l'interesse del collezionismo verso l'opera su foglio che a lungo è dovuta restare nell'ombra di altre forme d'arte come la pittura e la scultura. Le opere esposte in fiera, che differiscono tra loro per tecniche e stile, spaziano dal disegno antico alla stampa moderna, dal libro d'artista alla fotografia d'autore, dall'acquerello alle stampe orientali, sino alle carte di artisti contemporanei. In cinquanta le gallerie internazionali che hanno partecipato, su selezione, all'evento, scelte da un comitato scientifico specializzato, presieduto dai giornalisti Giandomenico Di Marzio e Paolo Manazza, il quale ha spiegato come WOPART sia nata su modello della rassegna “Bianco e Nero” che, proprio a Lugano, negli anni Cinquanta del secolo scorso, fu dedicata al disegno e all'incisione. “Qui a WOPART FAIR vi sembrerà di visitare almeno dieci musei contemporaneamente”, ha dichiarato Paolo Manazza che, oltre ad essere un giornalista esperto in economia dell'arte, è anche un artista informale. Negli stand erano esposte, infatti, le opere di alcuni dei nomi più autorevoli della storia dell'arte: dagli acquerelli di Gino Severini, a quelli di Pablo Picasso, di Henry Matisse, di Vassilji Kandinski e di Giacomo Balla, accanto alle antiche incisioni di Tiepolo e alle fotografie d'autore.

La galleria Lia Rumma ha presentato, nel proprio spazio espositivo, il lavoro preparatorio in carboncino, penna e inchiostro dell'artista William Kentridge, usato per il fregio di 500 metri realizzato lungo la banchina del fiume Tevere, che corre tra Ponte Sisto e Ponte Mazzini. Il progetto, eseguito di recente, ha per titolo TRIUMPHS AND LAMENTS e ripercorre la storia della città attraverso una sequenza di figure alte fino a 12 metri che ricordano le vittorie e le sconfitte di Roma, dal mitico Remo ai protagonisti della Dolce Vita, sino alle vicende di Pier Paolo Pasolini. La fiera d'arte ha offerto, inoltre, al pubblico, anche un vasto programma di eventi collaterali, tra mostre e conversazioni con gli artisti. Cinque le esposizioni allestite all'interno dello spazio fieristico, tutte incentrate sul tema del ritratto, dall'Ottocento ai giorni nostri. I ritratti di Palazzo Belgioioso – Quando gli artisti dipingono gli artisti, a cura di Massimo Pulini, ha raccolto, in una selezione di 34 disegni, la testimonianza di coloro che frequentarono il palazzo, che fu salotto borghese e culturale dell'epoca. Dalla collezione Baratti provengono, invece, le 40 carte della mostra Caricature a cavallo tra Otto e Novecento – La vena satirica e lo sberleffo tra maestri del disegno, a cura di Massimo Pulini. I musicisti di Gianni Maimeri – Una selezione dei disegni di concertisti da Stravinskij a Toscanini, a cura di Paolo Manazza, ha offerto, invece, al pubblico la visione di una ventina di ritratti di artisti che hanno lavorato alla Scala di Milano negli anni i cui il teatro visse la sua stagione più gloriosa. La mostra dal titolo Aurelio Amendola – I volti dell'arte. Ventidue magistrali ritratti di artisti del Novecento, a cura di Walter Guadagnini, ha presentato una galleria di ritratti d'artista contemporanei del secolo scorso, che mostrano non solo la personalità dei personaggi fotografati, ma anche il cambiamento del costume nel corso dei decenni. Infine, Oltre l'immagine – Tempo Memoria Tracce ha reso omaggio all'artista romano, ma milanese di adozione, Roberto Ciaccio (1951 – 2014).


Pubblicato da Antonella Colaninno
FOTO: Antonella Colaninno

domenica 2 ottobre 2016

PAUL SIGNAC RIFLESSI SULL'ACQUA


DI ANTONELLA COLANINNO
Il Museo d'arte della Svizzera Italiana (MASI) presenta una selezione di 140 opere tra dipinti, acquerelli e disegni di Paul Signac, raccolti nel corso degli anni da una famiglia di collezionisti appassionati del maestro francese. La collezione privata comprende opere che vanno dal primo periodo impressionista agli ultimi lavori ad acquerello, della serie i Porti di Francia, che rivelano una raffinata vena narrativa tipica delle illustrazioni degli Sketchbook. Nato a Parigi nel 1863, Signac, sotto l'influenza di Georges Seurat, divenne uno tra i protagonisti principali del neoimpressionismo, e cercò di sperimentare un nuovo linguaggio che fosse al passo con la sensibilità dei tempi moderni. Nell'opera teorica dal titolo D'Eugene Delacroix au nèo-impressionnisme (Da Eugene Delacroix al neoimpressionismo), pubblicata nel 1899, Paul Signac esaminò la tecnica della divisione dei toni seguendo un'analisi storica che portò l'artista a ritrovare affinità con la pennellata veloce di Eugène Delacroix, e con la resa della luce e delle atmosfere dei dipinti di Turner.

Il maestro francese è infatti ricordato per aver studiato le potenzialità del colore, aderendo, in un primo momento, ai canoni della pittura impressionista, nella resa emozionale immediata del colore, per poi sperimentare, successivamente, la tecnica del Pointillisme con le sue policromie che costruiscono l'immagine attraverso piccoli tocchi di colore. Dopo Georges Seurat e Paul Signac, molti furono gli artisti, in Europa, ad aderire al neoimpressionismo e, tra questi, Camille Pissarro e Maximilien Luce. Seurat e Signac si incontrarono a Parigi nel maggio dell'1884, in occasione della prima mostra del Gruppo degli artisti indipendenti, e insieme lavorarono al principio dell'armonia delle linee e della percezione del colore attraverso l'uso di piccoli tocchi di colore posti l'uno accanto all'altro.

La mostra Paul Signac. Riflessi sull'acqua, presso il LAC di Lugano,
presenta, oltre alle opere dell'artista, anche una sezione documentaria che aiuta a comprendere le teorie sul colore e che consente di vedere, esposta in una teca, la ruota a disco cromatico di Isaac Newton. Ai grandi dipinti ad olio, che campeggiano nelle prime sale del museo, si uniscono nel percorso espositivo, una serie di acquerelli che hanno, nella pennellata morbida e sinuosa, la vitalità espressiva tipica delle illustrazioni. La serie dedicata a I porti di Francia è l'ultimo progetto artistico di Signac, realizzato dopo un viaggio lungo tre anni intrapreso per i porti delle città francesi, durante il quale l'artista è attento ad osservare le attrezzature navali, l'architettura dei porti e la luce dei cieli. Dal 1910 Signac abbandonerà infatti la pittura ad olio per dedicarsi all'acquerello.
A cura di Marina Ferretti Bocquillon (Direttore scientifico del Musèe des Impressionnismes, Giverny), la mostra è stata organizzata in collaborazione con la Fondation de l'Hermitage di Losanna, che ha accolto la prima tappa dell'esposizione, e con il patrocinio dell'Ambasciatore di Francia in Svizzera, Renè Roudaut.



Pubblicato da Antonella Colaninno
FOTO:  Antonella Colaninno

venerdì 5 agosto 2016

DAVID BOWIE IS


"Mentre Bowie cresceva, il ricordo familiare di un night club nella Soho anteguerra e di un'eredità sperperata devono aver offerto una potente simbologia di emozionanti e seducenti, ma anche pericolose opportunità, che esulavano dai confini di una piccola casa a schiera nei sobborghi londinesi."

di Antonella Colaninno
Personaltà enigmatica e spirito creativo, David Bowie ha percorso mezzo secolo di storia da Ziggy Stardust aThin White Duke, vendendo oltre 140 milioni di album. Performer innovativo, ha ispirato artisti, musicisti e designers e ha affiancato le grandi rivoluzioni in corso in quegli anni per la libertà di espressione individuale e sessuale. “La sua influenza nel vasto ambito dei concerti, della moda, dell'arte, del design e delle politiche identitarie continua a plasmare ancora oggi, la cultura contemporanea [...]” ha rappresentato l'avanguardia e ha dettato mode, “Bowie rappresenta il filo rosso che collega Andy Warhol con Bertold Brecht, William Blake, Charlie Chaplin, Antonin Artaud, Salvador Dalì, Marlene Dietrich, Philip Glass, Nietzsche, il glamour di Hollywood, il design, gli zatteroni, il cinema, la musica, Kurt Weil, Berlino, New York, Londra, Alexander McQueen, le Olimpiadi di Londra 2012, Jim Henson, gli atterraggi sulla luna, Kansai Yamamoto, Kate Moss e Marshall McLuhan.” (Victoria Broackes e Geoffrey Marsh). La mostra in corso al MAMbo di Bologna offre la possibilità di avere una visione complessiva dell'archivio personale di uno degli artisti più influenti del secolo scorso, e offre inoltre un contributo a sostegno della conservazione dei beni culturali iconici, per la quale la maison Gucci, sponsor dell'evento, sta lavorando. Bowie proveniva dai sobborghi londinesi, un quartiere con case a schiera su due livelli, al numero 4 di Plaistow Grove, dove visse dal 1955 al 1967 come figlio unico di una famiglia di estrazione medio bassa, condividendo solo pochi momenti con i 4 fratellastri più grandi che i suoi genitori avevano avuto da precedenti relazioni. Nel 1974 lascia Londra all'età di 27 anni per trasferirsi in America, non aveva mai amato molto l'Inghilterra, o almeno quella periferia londinese pericolosa e poco socializzante dalla quale proveniva, ma che caratterizzerà la sua sensibilità britannica unita ad una grande ambizione e a uno sguardo americano. Crebbe solo, nonostante avesse degli amici, dedicando molto tempo a fantasticare e a lavorare di immaginazione, "penso che nella mia famiglia regni un tremenda devastazione emotiva e spirituale". "Mi sentivo spesso, fin da quando ero adolescente, così alla deriva e come isolato da tutti [...] tanti oscuri schletri nell'armadio mi facevano sentire estraneo a tutto." "Volevo essere un artista incredibile, vedere colori, acoltare musica, e loro non facevano altro che respingermi. Mi è toccato crescere demoralizzato e pensavo: "non mi darò per vinto". Dovevo rifugiarmi nella mia stanza e te la porti dietro per il resto della vita." "Volevo diventare un musicista perchè mi sembrava un gesto ribelle, sovversivo." "In un certo senso, se avessi sfondato a metà degli anni '60, non avrei assorbito molte altre influenze."
Come artista Bowie ha raccontato il suo mondo, il suo spazio interiore, i "paesaggi mentali" a cui è dedicato il suo primo film: "The Image", considerato come "uno studio del mondo della realtà illusoria all'interno della mente schizofrenica dell'artista al suo vertice di creatività." "La ricerca artistica sull'immaginazione si intrecciò con un crescente interesse per la "scoperta dell'io" e per le religioni mistiche, in particolare quelle orientali", e persino il consumo di droghe era finalizzato al raggiungimento di nuove forme di percezione. Lindsay Kemp, attore, ballerino, artista, e mimo, personaggio scandaloso all'epoca per i suoi modi effeminati, introdusse Bowie nel mondo dei trucchi e dell'ambiguità sessuale e della vita intesa come arte e palcoscenico. Bowie imparò a recitare e acquisì consapevolezza del "potere dei costumi, delle luci e delle scenografie". "Il suo palcoscenico divenne così lo spazio interiore nel quale esplorò “gli abissi della follia, della paura, dell'isolamento e del disgusto di sè, dell'alienazione, dell'identità sessuale sovvertita.” Bowie ha affiancato le rivoluzioni del suo tempo ed è stato interprete delle trasformazioni culturali, dal sogno utopitico degli anni '60, "che vedevano nell'amore libero un radicale agente di cambiamento politico", all'atmosfera decadente degli anni '70, che aveva esteso i confini dell'identità attraverso l'uso di droghe psichedeliche. Dalle comunità pacifiste, libere e socializzanti degli anni '60, si passa all'ego individuale e alla disillusione dei '70, anche attraverso l'androginia, “contrappunto alla società hippy.” “Space Oddity”, il suo primo album, esce proprio in quegli anni, era il 1969, il protagonista, l'astronauta Layor Tom, abbandona la terra e fluttua nello spazio tra isolamento ossessivo e "purezza e passività asessuata". Gli anni '60 si espressero a metà tra la forza dirompente dei mass media e la romantica riscoperta della natura e della "celebrazione del sesso e delle emozioni". Bowie interpretò e soprattutto sentì questo passaggio culturale della società e, come artista, cercò "di catturare la misura del cambiamento" nella canzone "Changes". Uomo di teatro, attore straordinario e mimo di se stesso David Bowie è stato un dandy dalle “sensibilità urbana”che ha usato la maschera e il trasformismo per estendere la sua ambiguità sessuale, un provocatore elegante, freddo e aristocratico in grado di modificare di continuo il proprio aspetto e di parlare attraverso il linguaggio del corpo, di creare personaggi e dare loro vita propria: spinse infatti l'identità sessuale di Ziggy in un'altra dimensione spazi temporale.          
Decadente e visionario, insensibile al mondo e alle relazioni sociali, Bowie fu un eclettico che ha saputo unire arte e identità sessuale, che dichiarava di non essere fedele a nessuno stile e di essere sempre stato impressionato da tutte le forme di arte del XX secolo. "Bowie è il tipo di artista che nasce solo una volta in una generazione e trascina nella sua scia tutta la cultura dell'epoca”, grazie al fascino, alle sue capacità innovative e al glamour sofisticato del suo personaggio, un vero "leder culturale" in contrasto con la cultura pop del momento, un outsider che "crea la cultura giovanile a propria immagine", guardando alla sottocultura giovanile. "Oggi il personaggio più importante in Europa e in Inghilterra è Marc Bolan, non per quello che dice, ma perchè è stato il primo a riafferrare la cultura dei giovani, imponendo la sua dittatura. E' una specie di asessuato con il tocco della star [...] il rock dovrebbe essere un pò più appariscente. La gente ha paura della prostituzione e in questo business ci dovrebbe essere una prostituzione vera e senza imbarazzo." Bowie era un fenomeno sociale che attraverso la sua arte parlava ai giovani, agli emarginati, agli "alienati". Aveva doti di artista e di designer, ha creato le copertine dei suoi dischi, i costumi di scena, le scenografie e i video e ha prodotto e coprodotto la propria musica. Ha scelto con cura i suoi collaboratori, lasciando loro grande libertà creativa. Sapeva comprendere la gente e aveva un grande intuito che gli ha permesso di anticipare le tendenze. Per lui una canzone doveva assumere "carattere, forma, corpo e influenzare la gente”, doveva essere in grado di coinvolgere come stile di vita."
Bowie è stato un colonizzatore dei territori dell'arte, ha sperimentato i terreni del surreale, è stato una specie di profeta che si è appropriato della sua epoca. "[...] il suo istinto musicale era di un ordine del tutto diverso e la sua capacità di crescita musicale eccezionale." Ha inventato nuovi atteggiamenti, ha avuto il dono della musica e ha saputo rinnovarsi nel lungo arco di tempo della sua carriera artistica, esteta e artista sensibile, pronto a imbattersi in continue metamorfosi."Bowie era magico e superlativo, racconta un fan, affascinato dal personaggio. Aveva le qualità del leader. Era la personificazione stessa della fantascienza. Per me rappresentava le più grottesche espressioni del male e di una realtà extraterrestre oltre ogni immaginazione. Credevo davvero che fosse una sorta di alieno. Non pensavo che fosse normale, umano [...] Lo guardavo, nelle locandine, e cercavo di capire la sessualità racchiusa nei suoi dischi. Lo analizzavo fino allo stremo. Pensavo: Questo significa quello... credo che dovrebbe sapere quanto ha influenzato il modo di vestire della gente, i gesti, il comportamento... Ha fatto qualcosa di tremendo.” "Changes è la storia della vita di Bowie, il quale non fa altro che cambiare. Ecco perchè non ha mai una direzione riconoscibile: lui è tutto in una volta. Ogni canzone è un diverso lato di Bowie e del mondo come lui lo vede." ("New Musical Express", Albums: Bowie at his brilliant best, 29 gennaio 1972). Creava ruoli diversi e sosteneva che all'immagine e al modo di apparire fosse dovuto gran parte del suo successo, perchè “il modo di apparire poteva essere una dichiarazione di identità.” Una creatura di periferia, quasi soprannaturale, che ha saputo viaggiare attraverso il tempo, con la sua aura di eroe distaccato dalle cose del mondo e con il suo tipico modo tutto inglese di non prendere le cose molto sul serio.


Pubblicato da Antonella Colaninno