Nudo di donna EGON SCHIELE















lunedì 28 luglio 2014

FRANCESCA ALINOVI E LE “FRONTIERE DI IMMAGINI”. L’IMPORTANZA DI RIPENSARE ALL'INCONTRARIO…




“Se guardo, invece, a molte opere degli artisti attuali mi accorgo che le loro immagini vogliono scorrere molto rapidamente davanti al mio sguardo , e che inoltre pretendono di essere molto loquaci con me, facili e piacevoli, e mi sorprendono per la loro socievolezza. Una socievolezza amichevole e affettuosa come quella che si stabilisce tra il lettore e gli abituali personaggi dei fumetti, eroi spesso goffi e maldestri, e perciò accattivanti , di divertenti imprese. Certi fumetti, al contrario, non mi concedono proprio nulla: storie inconcludenti piene di incongruenze e buchi vuoti, tavole dal segno estremamente elaborato e complesso che mi rimandano a citazioni colte e dotte […]” FRANCESCA ALINOVI


di Antonella Colaninno

L’arte di frontiera è un’arte che non ha confini. E’ un’esperienza fluida, una dimensione liquida che corre sul filo del tempo e dello spazio che si scompone della propria identità per accogliere su di sé le dissolvenze dell’altro nel vortice della contemporaneità compulsiva che sprigiona energie. E’ questo il pensiero che racchiude l’esperienza estetica di una perenne contaminazione tra le arti, dove si disperde il rigore semantico dei linguaggi nell’estensione della conoscenza che diventa esperienza condivisa oltre frontiera. Le frontiere di immagini sciolgono il limite di un rigore mentale destinato ad un’idea ormai sorpassata di campo concettuale per porsi in relazione con l’altro sino al punto di confondersi e di identificarsi . Francesca Alinovi raccoglie in un breve saggio  intitolato “Frontiere di immagini” la riflessione sull’inversione di tendenza della comunicazione per immagini in un’analisi comparata tra fumetto e pittura dove anche il ruolo del pubblico finisce col subire un cambio di rotta nella percezione. “Si pensa, di solito, che il fumetto sia facile, mentre l’arte è difficile. E poi, il fumetto è loquace, mentre l’arte tace. Il fumetto scorre a strisce, l’arte invece se ne sta ferma in un quadro solo. Il fumetto è un mezzo di comunicazione di massa, fatto per essere riprodotto tipograficamente e bruciato all’istante da una consumazione visiva avida e ansiosa, mentre l’arte è un prodotto elitario, fatto per esistere come oggetto unico e irripetibile, e per durare eternamente nel tempo e nello spazio”. Gli anni in cui questo saggio prese vita fu un periodo di grande cambiamento e confusione che visse sulla scia della grande rivoluzione del costume del ’68 e della concettualità poverista. Anni in cui si sperimentarono nuove strade e si cercò di recuperare il rapporto con la materia e con una nuova fisicità: quella del proprio corpo . La performance, solo da poco tempo diventata uno strumento di comunicazione , rappresentava un’importante  esperienza individuale  ma condivisa. La stessa comunicazione dell’immagine negli anni Settanta si trasferisce su un registro di comprensione variabile che non resta più fisso nel limiti della propria sfera di azione ma si apre a nuove esperienze, a nuove possibili  forme espressive. E’ quello che accade al fumetto e ai suoi autori. Scrive l’Alinovi: “Eppure la linea aguzza, i tagli cinematografici dall’alto e di sottinsù, le prospettive curvilinee, indicano una volontà di ricerca sul segno e sul tratto grafico che esula dalla normale produzione del fumetto destinato al consumo massificato”. Nuovi tagli dell’immagine, campiture di colore estese definiscono un progetto grafico innovativo molto più vicino alla pittura che ad un tipo di comunicazione immediata e veloce. Si acquisisce un’autonomia dell’immagine che non necessità più di scorrere in fotogrammi perchè si basta nella propria autosufficienza.  Una somiglianza con la pittura che vedremo estendersi anche nei contenuti. “Dunque, analogia di tecniche e stili tra “pittori”(tra virgolette) e fumettisti, e analogie di temi e contenuti: storie inconcludenti disegnate o dipinte dentro al recinto ristretto della cornice (cornice del quadro o della vignetta) e disseminate per frantumi nello spazio, quello più vasto della parete o quello più minuscolo della pagina illustrata”.  La sensibilità individuale dell’artista resta il tratto dominante di questa comunicazione ibrida, come la libertà di sentirsi svincolati da codici di segni prestabiliti e di navigare in un mare aperto deliberando di approdare nella terra dalle superfici mobili e interscambiabili. Un ritorno all’immagine nella sua costruzione spaziale e nel suo essere soggetto parlante all’interno della propria cornice. ”Non più schiere anonime di disegnatori alla Walt Disney o per la Marvel Comics, ma individui che si espongono e si compromettono, che creano, attraverso la manipolazione di linguaggi massificati, il proprio inconfondibile stile e linguaggio soggettivo, pur nella anonimia e talvolta, della ripetizione di formule prefabbricate”. Tendenze che si incrociano, punti di vista che cercano strade comuni, e aspettative all’incontrario. “Perché non esporre, appunto, i fumetti nel museo e a loro volta pubblicare le pitture su “Frigidaire” ?”  “Credo che oggi, per tutti, non si tratti altro che di transitare per brevi momenti su territori di frontiera, scorrere avventurosamente lungo avamposti instabili, per attimi d’incontro, di scambio, di contaminazione”. La cultura dei mass-media passa così, attraverso la cultura intelligente, tra codici e “cultura evidente” creando una confusione di percorsi tra citazioni colte da museo e immagini veloci da stampa per fumetto. Un’inversione che ha reso più comprensibile la pittura e più impegnato il fumetto. “E per questo che l’arte si è, apparentemente, socializzata e il fumetto si è fatto più sociale” scrive l’Alinovi. Artisti come amebe pronti a fagocitare ogni forma di espressione, come spugne di mare pronte ad assorbire il plancton dell’immaginario collettivo. Alcuni fumetti sono privi di personaggi e di storie, sono simbolo di se stessi, auto significanti nel proprio apparire forma e materia. 


E’ il caso di Massimo Mattioli che realizza figure che occupano quasi interamente lo spazio della vignetta come Joe Galaxy e le perfide lucertole di Callisto 4°. “Le sue tavole sono dei capolavori di rigore grafico, e assieme sembrano dei Wesselman e dei Matisse” dove prevale la seduzione cromatica e la comunicazione del piano frontale, “[…] presentato come una doppia facciata di disco”. Mattioli gioca sulla percezione attraverso lo straniamento e la deformazione dei suoi personaggi. Ma se Mattioli resta più vicino a allo stile del fumetto, Nicola Corona rappresenta l’alter ego nel suo essere “il più anomalo dei fumettisti”. Uno stile new dada e pop, per dirla all’Alinovi, dove l’uso del collage e di prospettive sovrapposte e sezionate rendono la visione di un caos metropolitano, e “[…]  di una fantascienza prossima ventura di tipo global – planetario che investe le più minute azioni giornaliere”. 


Giorgio Carpinteri si distingue per le semplicità del segno grafico quasi matematico, dalla linea esile ma dai volumi corposi, molto simili a forme geometriche, “[…] le sue tavole sembrano figlie di Balla e Depero, e certe macchine antropomorfe sembrano copiate dai primi lavori di Lèger e di Picasso”. Una ricerca sul segno più vicina alla dimensione pittorica che a quella narrativa del fumetto. Un’immagine ricercata dalla linea spigolosa che nella sua originalità si fa quasi citazione tra energia umana e costruzione tecnologica, a metà tra “arida macchina e calda umanità” come in Fredd il detective  “fenomeno di natura snaturato”. “Per questo il poliedro è la sua unità di misura stilistica: perché gli serve per conferire un aspetto di umanoide in similpelle a tutti i suoi personaggi perseguitati da una natura matrigna […]”. Sempre sulla semplicità del tratto grafico che si fa scarno ed essenziale, e a tratti liquido lavora Marcello Jori. 


Il suo Minus, ma non diversamente Carletto e Feto, rappresenta la forza di un comunicare leggero e poetico attraverso esili e timidi tratti del disegno. Aldo Spoldi come anche Luigi Ontani nel campo della pittura, seguono un percorso surreale che si basa sulla potenza espressiva e sul valore dell’immagine in sequenza.


 Un Ontani esoterico che gioca sul senso dell’ambiguità tra realtà ed illusione, tra passato e presente, fissità extra temporale e narcisismo kitsch nella mitologia del quotidiano. E  sempre tra realtà e fantasia si muovono i personaggi di Aldo Spoldi, figurine piatte e disarticolate che attingono all’immaginario del fumetto, “[…] che perdono, strada facendo, arti e teste e, come piccoli eroi edificanti e un po’ tonti delle fiabe per l’infanzia, cadono, rotolano, precipitano sempre giù, confortati dalla propria esilarante bontà”.  


Scrive l’Alinovi: “Né Ontani né Spoldi, comunque, narrano delle storie tantomeno, le cuciono a strisce”. La trama narrativa lineare e sequenziale lascia il posto ad una interpretazione libera e polisemantica giocata sul valore illustrativo dell’immagine e su evocazioni ironiche da cartoons. In Spoldi ”[…] tutto viene rigorosamente riportato in primo piano, così che gli scorci prospettici di tavoli, oggetti, brani di paesaggio, si squadernano, come nei disegni dei bambini delle elementari […]” Infine, Andrea Pazienza con il suo Zanna ci porta nel mondo dove l’impossibile si realizza nel tutto è possibile, “[…] ignobile: “rovinato” fino in fondo nel fisico e nel morale” Zanardi alias Zanna “compie azioni del tutto spregevoli che non meritano nessuna indulgenza o comprensione. E’ semplicemente un tipo da evitare, un tipo che nessuno si augura di incontrare sulla propria strada”. Un segno incisivo dai toni noir “selvaggiamente espressivo” “contorto, tortuoso, irritante”. Un mondo di personaggi che hanno toccato il fondo rasentando l’approssimazione alla regola. 



“Anche perché Andrea, dietro al gergo insignificante da fauna fricchettona da “piazza Verdi” inserisce citazioni dotte da manuale dell’intellettuale degli anni Ottanta, inserendo brani che vanno dal Manifesto del Signor Antipyrine alla Seduzione di Baudrillard . Interessantissimi, poi, i giochi di parole demenziali e babelici, e la composizione della pagina: multidimensionale, collagistica, affastellata da un tutto pieno barbaro e selvaggio. Le sue storie non sono mai a sequenza, ma piuttosto a coesistenza libera nel tempo e nello spazio, e la successione lineare del tempo di lettura è più una costrizione di carattere tipografico dovuta al medium usato che una straordinaria scelta espressiva dell’artista” Non a caso Andrea è straordinario nella realizzazione di tavole singole, come nella serie “Amore mio”, splendenti “a solo” eseguiti, come sempre, a pennarello, ma dell’intensità e raffinatezza cromatica di un dipinto”.  



Pubblicato da Antonella Colaninno


Francesca Alinovi, Frontiere di immagini

In foto:  Francesca Alinovi; Joe Galaxy di Massimo Mattioli; fumetti di Giorgio Carpinteri; Minus di Marcello Jori; opera di Luigi Ontani; oli su tela di Aldo Spoldi; Zanardi alias Zanna di Andrea Pazienza; Andrea Pazienza.