Nudo di donna EGON SCHIELE















giovedì 23 giugno 2016

MANIFESTA 11


di Antonella Colaninno

“What people do for money some joint ventures” è il titolo della 11 a edizione di Manifesta, la biennale d’arte contemporanea itinerante che per il 2016 ha scelto la città di Zurigo per estendere le sue riflessioni critiche sullo stato della cultura in Europa. La città festeggia quest’anno l’anniversario dei 100 anni della nascita del Dadaismo, e per l’occasione, ha aperto la sede storica del Cabaret Voltaire, luogo di incontro dei primi dadaisti, a tutti coloro che hanno voluto esprimere la propria creatività.

Manifesta è uno tra gli eventi più importanti del panorama artistico contemporaneo, è  un progetto curatoriale che ogni due anni migra di città in città, da un’identità geopolitica ad un’altra, è un esperimento collettivo che rileva la fisionomia dei luoghi osservando le modalità attraverso le quali i cittadini interagiscono tra loro. I suoi progetti espositivi sono un modo per cercare risposte nell’arte contemporanea a domande su quale sia il valore sociale del nostro vivere e del nostro lavoro. L’artista tedesco Christian Jankowski, curatore di Manifesta 11, ha lavorato su un’idea progettuale che pone in relazione artisti internazionali e professionisti  locali afferenti a diversi ambiti lavorativi, dando così anche all’arte l’identità di una vera e propria professione in grado di interagire con le altre esperienze lavorative. Gli artisti hanno scelto i loro ospiti da una lista di 1000 professionisti compilata appositamente dall’Istituto sociologico dell’Università di Zurigo. I lavori sono stati allestiti presso l’Helmaus e la Lowenbraukunst, ma la novità più interessante di questa edizione è la recente costruzione del Pavillon of Reflection, una piattaforma galleggiante sul lago di Zurigo, nelle vicinanze del Bellevue e del Teatro dell’Opera, adibita a cinema, piscina e caffè, che proietta una serie di film documentari realizzati da registi della Zurcher Hochschule der Kunst. 


Città d’accoglienza, Zurigo è tradizionalmente nota per essere stata storicamente crocevia di artisti pacifisti, attivisti, e scrittori ma soprattutto centro di aggregazione per le avanguardie contemporanee, una città che ha saputo coniugare nel tempo la crescita culturale allo sviluppo economico ponendosi a modello di una società integrata e sostenibile.


Pubblicato da Antonella Colaninno

domenica 5 giugno 2016

I MITI ARTIFICIALI DI MIMMO ROTELLA




di Antonella Colaninno

“Strappare i manifesti dai muri è l’unica rivalsa, l’unica protesta contro una società che ha perduto il gusto dei mutamenti e delle trasformazioni.” Così dichiarava Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – 2006)) a proposito della sua pratica di strappare i manifesti dai muri per poi ridurli in frammenti e riutilizzarli al contrario. Rotella risente del clima caldo della politica di quegli anni, quando per strada si usava strappare i manifesti politici degli avversari, e i muri apparivano così scrostati e invasi da frammenti di carta, tra avanzi di colore, di immagini e di parole. Lo strappo è un gesto di protesta, non solo sociale ma rivolto anche al linguaggio realista dell’arte, alla pittura da cavalletto, al realismo delle ideologie che invadono gli spazi pubblici. Un gesto di rivoluzione verso il potere dell’immagine e la sua forza alienante, che dilaga sui manifesti pubblicitari.  L’arte di Rotella si colloca sulla tradizione del recupero dei materiali, un po’ come ha fatto Burri con le “muffe” e i “catrami”, sulla scia della avanguardia dadaista che ha rivoluzionato l’estetica decretando la morte dell’arte. Il suo lavoro informale finisce per affermare alla fine il ruolo della materia e soprattutto dell’immagine, se pur nelle sue svariate combinazioni di smembramento e ricomposizione che consentono all’artista di partecipare e di intervenire attraverso una manipolazione, sulla realtà, con decollages e reportages.

                                                     
C’è da parte dell’artista la volontà di appropriarsi dell’oggetto che si reinventa attraverso i suoi stessi processi comunicativi. Nei reportages infatti Rotella utilizza il mezzo meccanico  per documentare e ricreare la realtà, e le immagini dei quotidiani, delle riviste e dei posters pubblicitari vengono riportate fotomeccanicamente su tele emulsionate. “Il mondo di immagini violentissime che ci circonda (segnaletica stradale, cartelloni, manifesti, semafori, automobili coloratissime, pubblicità) non può non colpire la retina e la fantasia del pittore, al di fuori di ogni pretesto figurativo in senso tradizionale. Nel mio lavoro io cerco di tener conto delle impressioni e degli shock che ricevo continuamente.” L’arte non è più solo un prodotto individuale, un’esperienza emotiva, ma in Rotella si apre alla società e all’immaginario collettivo, diventa essa stessa prodotto culturale di massa.  La strada, la realtà urbana entrano nei territori dell’arte, sono essi stessi oggetto artistico condiviso. Negli artypo, fogli di prove di stampa usati in tipografia per avviare le macchine, scompare completamente l’intervento dell’artista se non nel passaggio tutto concettuale, di questi oggetti, irrilevanti e destinati al macero, nel processo comunicativo dell’arte, in una decontestualizzazione e ricollocazione da ready made duchampiano. Rotella riconosce l’aspetto illusorio e visionario della rèclame, ma ne subisce il fascino, per questo le immagini dei divi della pubblicità pur nella loro artificialità, ritornano nella seconda fase del suo lavoro.

 Nella percezione di queste immagini si resta disorientati per la varietà e la quantità di informazioni a cui lo spettatore è sottoposto: sfugge la complessità delle immagini così come la loro particolarità di dettagli. Anche lo sguardo infine diventa artificioso e si perde nei sensi confusi, per la convivenza di immagini diverse su un’unica porzione di spazio, quasi a voler rappresentare, unendosi e confondendosi tra loro, la grande complessità dei tempi contemporanei. Perché in fondo qual è il compito dell’arte se non quello di rivelare e raccontare la condizione umana, e di mettere in discussione con coraggio la morale? 
Pubblicato da Antonella Colaninno