Nudo di donna EGON SCHIELE















lunedì 22 giugno 2015

CODICE ITALIA ALLA 56. BIENNALE DI VENEZIA


di Antonella Colaninno

Con un allestimento di opere site-specific di 15 autori e tre omaggi all’arte italiana di importanti artisti internazionali, il Padiglione Italia  della 56. Biennale di Venezia reinventa il senso del tempo investendo sul rapporto tra arte e società. Il curatore Vincenzo Trione ha pensato a un lavoro di ricerca che avesse i “caratteri originali della creatività italiana” e segnasse la linea guida per una nuova estetica attraverso il recupero della memoria. Codice Italia rappresenta, infatti, un punto di continuità con il passato e, allo stesso tempo, intende superare la linea del tempo per riappropriarsi del presente ma con lo sguardo rivolto verso la storia, al “codice genetico del nostro stile”. Gli artisti di Codice Italia “[…] si sottraggono alla dittatura del presente per offrire un retroterra alle loro avventure linguistiche, interrogano immagini lontane, i loro gesti racchiudono segreti rimandi alla storia dell’arte. Scelgono, perciò, di passeggiare tra le stanze di un passato che si insinua nell’attualità come un archivio di frammenti che vogliono convocare. Qui. Ora. Fino a renderli irriconoscibili”. Le installazioni ripercorrono alcune delle grandi stagioni dell’arte italiana: l’Arte povera e la Transavanguardia, con la presenza di artisti come Jannis Kounellis, Mimmo Paladino e Nino Longobardi, ma interpretano anche la libertà di visione di voci isolate e originali di artisti quali Vanessa Beecroft e Claudio Parmiggiani. Questa importante riflessione sulla memoria, che si accompagna al tentativo di conciliare le diversità culturali tra passato e presente, si avvale dell’omaggio che tre artisti internazionali hanno voluto dedicare alla storia dell’arte italiana: Peter Greenaway, William Kentridge e Jean-Marie Straub. A Umberto Eco è, invece, affidata una riflessione sulla “reinvenzione della memoria” nella videoinstallazione del regista Davide Ferrario. Il percorso espositivo è organizzato all'interno di stanze scenografiche nelle quali ogni artista racconta la propria poetica attraverso le grandi installazioni che “si consegnano a noi […] come luoghi ibridi, in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione”.


Nella classicità delle sculture di Vanessa Beecroft, lo sguardo sul tempo si perde tra richiami archeologici e avanguardia di pensiero mentre l’archivio della memoria di Nino Longobardi si muove tra pittura e scultura sullo sfondo di un colonnato. Sul filo del passato, la figura solitaria di Mimmo Paladino evoca memorie lontane tra numeri, segni e strane geometrie. “Le loro sono profanazioni: non innalzano la storia dell’arte sopra un piedistallo irraggiungibile, ma ne negano l’aura. Consacrano e sviliscono i modelli . Smontano e rimontano episodi di altre epoche, per disporre le loro rimembranze all’interno di una discontinua trama. In bilico tra rispetto e trasgressione, elaborano discorsi aperti a sconfinamenti e a interruzioni, suggerendo una sintassi dominata da echi poco evidenti”. Un Padiglione Italia interessante che si colloca tra pensiero e materia al bivio di un percorso sul tempo che riscopre la stanza come luogo del sogno e  della riflessione, come palco di un teatro immaginario della memoria dove il passato confluisce sul presente tra le scenografie simboliche del contemporaneo.

Artisti in mostra: Allis/Filliol; Andrea Aquilanti; Francesco Barocco; Vanessa Beecroft; Antonio Biasucci; Giuseppe Caccavale; Paolo Gioli; Jannis Kounellis, Nino Longobardi; Marzia Migliora; Luca Monterastelli; Mimmo Paladino; Claudio Parmiggiani; Nicola Samorì; Aldo Tambellini.


Pubblicato da Antonella Colaninno  

In foto: Venezia (by A. Colaninno); Vincenzo Trione; Vanessa Beecroft (Genova, 1969); Luca Monterastelli (Forlimpopoli, 1983); Mimmo Paladino (Paduli, 1948); Claudio Parmiggiani (Luzzara, 1943).

giovedì 4 giugno 2015

NUOVA OGGETTIVITA’ ARTE IN GERMANIA AL TEMPO DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR 1919-1933



by Antonella Colaninno

La Repubblica di Weimar è la forma di democrazia tedesca che dal 1919 al 1933 ha raccolto i frammenti di una società in declino dopo la fine del primo conflitto mondiale mentre la Germania si preparava all’avvento del Nazismo tra le macerie spirituali del degrado morale e dell’”isolamento umano”. Nella disperazione sociale lo sguardo dell’artista si rivolse all’esterno rapito dal dramma della miseria  e dello scenario di morte che contava due milioni di soldati ammazzati e oltre quattro milioni tra invalidi e feriti di guerra. I 14 anni della Repubblica di Weimar raccolsero anche le tendenze culturali di una nuova visione del mondo figlia della modernizzazione e della urbanizzazione oltre che dello sviluppo tecnologico ed industriale che determinò il “mutamento delle identità di genere” . “La prima democrazia tedesca è un fertile laboratorio di esperienze culturali che vede il tramonto dell’espressionismo, le esuberanti attività antiartistiche dei dadaisti, la fondazione del Bauhaus e l’emergere di un nuovo realismo, variamente definito postespressionismo, neonaturalismo, verismo o realismo magico. In parte ispirati dalla pittura metafisica, i diversi artisti associati  a questa nuova figurazione formano un gruppo eterogeneo e non sono vincolati da un manifesto programmatico, da una tendenza politica o da un’unica provenienza geografica: ciò che li accomuna è piuttosto uno scetticismo verso la direzione intrapresa dalla società tedesca e la consapevolezza dell’isolamento umano che questi cambiamenti comportano”. Questi artisti rappresentano una nuova oggettività, un realismo a tratti metafisico e analitico che non lascia spazio alle emozioni , che registra la realtà con sguardo distaccato lasciando che sia la realtà a raccontare se stessa. Nella singolare personalità del proprio stile, gli artisti di questo periodo lasciano emergere il disagio collettivo di identità che si trasformano ed illustrano quegli aspetti del sociale sino ad allora in ombra come l’omosessualità, la violenza della prostituzione e il vagheggiamento di una dimensione romantica della sessualità. Le incisioni di Otto Dix rappresentano attraverso il crudo realismo e la ferocia dei particolari, la devastazione della guerra e l’arido scenario di morte. Con sarcasmo, l’artista racconta la disperazione degli sguardi dei protagonisti di “Giocatori di carte” una partita a tre tra corpi derelitti e amputati negli arti. Denuncia politica, corruzione del potere, emancipazione femminile e degrado sociale sono solo alcuni dei temi trattati dalla Neue Sachlichkeit. Il cambiamento di ruoli,  il mutamento delle identità e la costante urbanizzazione delle città determinano una alienazione sociale che è possibile rilevare attraverso la resa distaccata dei soggetti ritratti e dalla fissità dello sguardo nei volti che traduce quell’isolamento dell’individuo nel proprio spazio esistenziale. Una analisi della società che ribalta ruoli e valori e lascia emergere tipologie umane sino ad allora emarginate. Si pensi alla Margot di Rudolf Schlichter o ai Ragazzi innamorati di Christian Schad che aprono lo sguardo sulla diversità dell’amore, quasi un riscatto della dolcezza contro il dilagare della prostituzione. Spesso questi artisti dipingono episodi legati alla cronaca nera attraverso la rappresentazione violenta di omicidi a sfondo sessuale che si fissa nell’immaginario collettivo di un’epoca alla ricerca di una dimensione affettiva nel malessere diffuso di un vuoto di valori. Una nuova generazione di artisti che la follia del Terzo Reich definirà degenerata ma che in fondo, ha dato voce ad una rivoluzione espressiva del segno senza mai tradire il proprio sguardo obiettivo e disincantato sul mondo.


Pubblicato da Antonella Colaninno



Mostra visitata il 9 maggio 2015
Nuova oggettività. Arte in Germania al tempo della Repubblica di Weimar 1919-1933
Museo Correr Venezia –dal 1 maggio al 30 agosto 2015

In foto: Museo Correr Venezia (by A.Colaninno), Christian Schad, Autoritratto con modella, 1927; Margot di Rudolf Schlichter, 1924; August Sander, Segretaria presso la Radio della Germania Occidentale a Colonia, fotografia 1931.