Nudo di donna EGON SCHIELE
giovedì 6 febbraio 2014
IL PIEDISTALLO VUOTO. FANTASMI DALL' EST EUROPA
di Antonella Colaninno
Il muro di Berlino ha rappresentato il simbolo dell'alienazione dell'individuo e delle sue libertà, all'interno di un sistema socialista che per più di un lungo ventennio ha creato geograficamente e ancor più intellettualmente, una frattura nella cultura dell'Europa nella storia contemporanea. La caduta del muro nel 1989, aprì definitivamente il passaggio delle frontiere e realizzò il superamento delle barriere culturali ed ideologiche che avevano impedito la realizzazione delle speranze individuali e dello sviluppo economico della società. Un tempo talmente lungo che non ha prodotto una crescita in divenire ma un rallentamento della creatività e di ogni impulso propositivo che ancora si respira nell'immaginario collettivo di chi porta con sè il vissuto di quell'esperienza, come un fantasma inatteso e ingombrante. A venticinque anni dalla caduta del muro, la mostra "Il piedistallo vuoto. Fantasmi dall'Est Europa" riassume la storia di un'epoca difficile attraverso le opere di oltre quaranta artisti che non hanno trovato voce nella cultura socialista di quegli anni. Uno sguardo che si estende sull'arte contemporanea dell'Est Europa nella creatività di quegli artisti che hanno vissuto il clima socialista nell'anticipazione delle sue premesse e nell'esperienza della sua fine. Il piedistallo vuoto è la metafora di un passato che potenzialmente potrebbe diventare ancora in atto, pur avendo concluso storicamente il proprio corso. Un'ombra che accompagna il presente che si traduce nel rapporto "tra visibilità ed invisibilità" come "lo spettro di un imperativo etico che torna". Un'arte che si racconta negli aneliti composti e rivoluzionari delle posizioni anticonformiste del decennio caldo del regime (anni Settanta) e nell'esperienza visionaria del post socialismo tra gestualità come espressione della ritrovata affermazione della propria individualità, ed archeologia della memoria.
Pubblicato da Antonella Colaninno
Il piedistallo vuoto. Fantasmi dall'Est Europa
a cura di Marco Scotini
24 gennaio / 16 marzo 2014
Museo Civico Archeologico
via dell'Archiginnasio, 2 Bologna
In foto: immagine di copertina del catalogo; una sequenza della performance "Egalitè" di Kovlyna; una sequenza di un video in mostra; scultura di Adrian Paci; "Space Chain" di Yona Friedman, 1959; "Collapsed Pillar" di Petra Feriancova, 2013; un graffito sul muro di Berlino (parte del muro non abbattuta).
venerdì 3 gennaio 2014
I VINCITORI DELLA V EDIZIONE DEL CELESTE PRIZE
di Antonella Colaninno
Lo scorso 7 dicembre a Roma, nello Spazio Fienaroli in
Trastevere, i 40 finalisti del Celeste Prize hanno decretato i vincitori di
questa quinta edizione del premio internazionale per l’arte contemporanea,
insieme al pubblico e al curatore Ami Barak che ha così commentato la
premiazione delle opere vincitrici: […] “More importantly the works
resonated with great intelligence and sophistication which proves that talent
nowadays is not only aesthetic but also intellectual.”
Ogni
vincitore è stato scelto nell’ambito delle categorie nelle queli il premio è
suddiviso: Painting & Graphics Prize; Photography & Digital Graphics Prize; Video
& Animation Prize;
Installation, Sculpture, Live Media & Performance Prize;
Curator’s Choice Prize; Visitors Choice Prize.
Installation, Sculpture, Live Media & Performance Prize;
Curator’s Choice Prize; Visitors Choice Prize.
The Sorrow the Joy
Brings di Noa Giniger, è parte di una serie di collages ognuno dei quali
contiene un salice piangente. La nostra interpretazione del mondo sublima la
natura stessa delle cose, sottolineando come ogni cosa sia relativa al nostro
sguardo e come la materia si presti a dar forma alle nostre emozioni e ad “organizzare un intero complesso di concetti affatto fisici
come gli stati emozionali” In The
sorrow the joy brings un salice piangente diventa la speranza di una
dimensione felice nel suo invertire il proprio ordine costituito, collocandosi
nel mondo con i propri rami all’insù.
Per l’artista statunitense Alexander
Solomon in (David and the Climb Up),
l’idea di paesaggio contemporaneo esprime il senso del limite, di qualcosa che
finisce mentre altro inizia e che sfiora l’astrazione proprio attraverso la
cesura di continuità dove tutto diventa precarietà, difficoltà a superare ciò
che è finito.
Ink Ribbon Finger
Prints di Pavel Braila vincitore per la sezione Photography & Digital
Graphics Prize, è una performance surreale e poetica in cui un gruppo di dattilografi
batte contemporaneamente su vecchie macchine da scrivere un testo sulla propria
vita, sotto l’attenta ma stravagante direzione dell’artista stesso che veste i
panni di un direttore d’orchestra un po’ sui generis.
Sull’idea di originalità di una visione che unisce arte e musica si
traduce il video di LAB FINAER feat. Felix Weinold, un gruppo di artisti
tedeschi, dal titolo White Noise. Un disco vuoto su cui non è inciso nulla, non
emette suono ma nei solchi incide la polvere che crea “un rumore-scultura”.
Ring di Dominique Blais
si ispira alla tetralogia di Wagner Der Ring des Nibelungen. Una installazione
di quattro candele accese sistemate di fronte ad una camera oscura e sul
pavimento, davanti ad ogni opera, è collocata una scultura in bronzo realizzata
con la tecnica della cera persa. Sono lo spettro di ciò che resta delle candele
usate per produrre l’immagine fotografica che testimonia il senso del fluire
del tempo. www.premioceleste.it/opera/ido:235998/
Una tematica tutta al femminile si svolge nella performance dell’artista
americana Ana Prvacki, che nel titolo DIY-Do
it yourself Chivarly riassume l’esortazione ad essere cavalieri di se stessi.
Il comportamento cerimonioso e raffinato di galanteria dell’uomo verso la
donna, ispirato al mondo cavalleresco medievale, si traduce qui al femminile, in
un rapporto simbiotico tra soggetto ed oggetto. L’artista si spoglia degli
abiti togliendone uno per volta per buttarli sul pavimento e coprire dei punti
oscuri di discontinuità che rappresentano idealmente, degli ostacoli da
superare.
Infine, Cristina Gardumi con il suo Adults
don’t exhist è la vincitrice per la sezione Visitors Choice Prize. Nel suo
stile tra visionario e fantastico, Cristina racconta quel passaggio delicato
che corrisponde all’ingresso nel mondo degli adulti. Se le antiche civiltà e i
popoli tribali hanno contribuito alla costruzione di un mito, le società
contemporanee hanno demolito la leggenda svuotando di senso il mito collettivo.
Questa fondamentale età di passaggio che inizia il nuovo cammino sulle strade
della responsabilità e della consapevolezza, si perde nel suo valore di insieme
per trasferirsi in una dimensione strettamente personale che si annulla nella
mancanza di barriere dei social network: “E’la
vita privata che diventa epica”. Ma siamo in fondo, diventati davvero
adulti, o continuiamo a muoverci in una dimensione anacronistica dove il tempo
scorre mentre noi restiamo fermi?
Pubblicato da Antonella Colaninno
In foto: due momenti della premiazione; the Sorrow the Joy Brings di Noa Giniger vincitore per la sezione Painting & Graphic Prize; David and the Climb Up di Alexander
Solomon vincitore per la sezione Photography
& Digital Graphics Prize; Adults
don’t exhist di Cristina Gardumi vincitore della sezione Visitors Choice Prize.
domenica 15 dicembre 2013
LEGAMI E CORRISPONDENZE IMMAGINI E PAROLE ATTRAVERSO IL 900 ROMANO
di Antonella Colaninno
Un percorso espositivo tra arte e letteratura per raccontare il
Novecento e le collezioni della Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale.
Un’epoca di grande fermento culturale scandita dalle guerre e dalla ripresa
economica abbraccia in un comune universo poetico, scrittori ed artisti in un
vincolo di “legami e corrispondenze” tra immagini e parole. Architetti,
scrittori, poeti ed artisti intrecciano spontaneamente, le loro relazioni negli
studi d’artista, nei salotti letterari, per le strade e in quei caffè storici
tra le botteghe e le vie della capitale come nel celebre Caffè Greco.
Roma è ancora una città di provincia in quegli anni, diventata solo da qualche decennio la nuova capitale d’Italia, ma la sua mondanità e la sua ricchezza artistica
affascinarono molti scrittori che qui decisero di trascorrere parte della loro
vita. Chiusa in un’economia agricola che fa del turismo la sua principale fonte
di ricchezza, Roma è ben lontana da quel modernismo figlio dell’economia
industriale delle grandi città del nord, ma la rivoluzione del costume non
mancherà di portare anche nella città, nuove prospettive nel campo delle arti e
della letteratura a cui molto contribuirono il Futurismo ed il suo fondatore
Tommaso Marinetti. Gabriele D’Annunzio giunse nella capitale nel 1881per i suoi studi e vi
soggiornò fino al 1889 collaborando con i giornali e le riviste locali. Affascinato dalla vitalità della città si ispirò alla
leggerezza della vita mondana romana nell' opera letteraria il Piacere che
attinge al simbolismo della pittura di Adolfo De Carolis e di Camillo Innocenti per la sensualità
dei suoi passi letterari e agli stati d’animo decadenti dei paesaggi di Nino
Costa dove il dato realistico si confonde con quello emotivo. Le vicende del protagonista Andrea
Sperelli sono quelle dello stesso autore che vive in solitudine il fascino
degli ambienti romani […] non la Roma dei
Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fori, ma
la Roma delle ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il
Colosseo per la Villa dei Medici, il Campo Vaccino, per la Piazza di Spagna,
l’Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca
dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata grandiosità
imperiale[…]” Dagli stessi suoi amici artisti D’Annunzio fu considerato
“l’ultimo cantore della campagna romana” e alle sue tematiche estetizzanti si ispirarono i preraffaeliti GIuseppe Cellini e Giulio Aristide Sartorio. Lo stesso Sartorio, nel Trittico delle Vergini volle come modella la giovane sposa di D'Annunzio, Maria Hardouin di Gallese. Nella raccolta di poesie intitolata Isaotta Guttadauro del 1886, Gabriele D'Annunzio affidò l'illustrazione delle pagine ad un gruppo di artisti romani tra i quali Giuseppe Cellini, Onorato Carlandi, Giulio Aristide Sartorio, Enrico Colemann e tanti altri, quasi tutti abituali frequentatori del famoso Caffè Greco. D'Annunzio seppe conciliare il suo spirito libero e la sua grande apertura mentale all'ambiente di provincia della capitale, un clima che difficilmente poteva assecondare il suo essere un globale ante litteram, con una visione europea della cultura. Anche l'esperienza del Futurismo e di Filippo Tommaso Marinetti si lega alla capitale. Nella Filippica Contra Roma passatista Marinetti descrive una città priva di slanci come Venezia e Firenze, perchè parassita del turismo e carente di una economia imprenditoriale. Il Futurismo si impose a Roma nel 1913 con l'apertura della galleria futurista di Giuseppe Sprovieri in via del Tritone, 125 e per la presenza dell'abitazione di Balla in un vecchio convento di via Paisiello. C'è una nuova visione del mondo che entra prepotente nella sfera personale. Ogni forma d'arte, plastica o letteraria, si trasforma in azione, in plauso alla vita, in desiderio di cambiamento. Il Futurismo pensava di dipingere "gli equivalenti plastici e cromatici dei rumori e degli odori [...]" e se Balla era attratto dallo studio del movimento in sè come valore oggettivo,Boccioni preferiva studiare i valori soggettivi riflessi negli stati d'animo. Intenso fu l'impegno di Marinetti nella capitale dove fondò il periodico "Roma futurista", ma fu il teatro l'aspetto più importante per l'apertura alle avanguardie nella capitale. Nel 1917 vanno in scena i balletti russi al teatro Costanzi, mentre intensa prosegue l'attività del teatro Sperimentale degli Indipendenti sito nei sotterranei di via degli Avignonesi. Il teatro futurista lascia molto all'improvvisazione,alla satira, alla recitazione libera e proteso verso l'esterno, preferisce uscire dalle mura e per le strade, incontra la gente.
Molto ci sarebbe ancora da raccontare su questo interessante quanto affascinante percorso di legami e corrispondenze tra artisti e scrittori nella capitale nel corso del Novecento, ma sarebbe riduttivo riportare qui considerazioni che meriterebbero uno studio più approfondito piuttosto che una semplice lettura, per la quantità e l'importanza delle fonti documentarie.
Pubblicato da Antonella Colaninno
In foto: immagine del catalogo della mostra "Legami e corrispondenze. Immagini e parole attraverso il 900 romano"; Gabriele D'Annunzio; La Sultana, 1913 di Camillo Innocenti; Donna con fiori - Nudo di donna con rose, 1910 di Adolfo De Carolis; Frigidarium, 1882 di Alessandro Pigna; Le Vergini savie e le Vergini stolte, 1890-1891 di Giulio Aristide Sartorio; particolare dell'opera di G.A. Sartorio; Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale; una delle sale interne allestite in occasione della mostra.
Legami e corrispondenze
Immagini e parole attraverso il 900 romano.
28 febbraio - 29 settembre 2013
Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale
domenica 1 dicembre 2013
MUSEO LABORATORIO DELLA MENTE
di Antonella Colaninno
Ci sono luoghi che
raccontano storie di vita, altri che raccontano il lento dimenticarsi del sé dove la
vita si perde nei labirinti della psiche umana. Attraverso la rievocazione
delle storie e la ricostruzione degli spazi il
Museo Laboratorio della Mente racconta il lento degenerarsi della percezione e
lo smarrimento per la perdita della memoria. La realtà del disagio mentale
nella sua complessità rivive nei portatori di storie e denota la perdita del
ricordo, lo scollamento dalla dimensione temporale senza la quale si smarrisce il
senso del proprio esistere. Una riflessione sul valore del tempo per costruirsi
la propria identità partendo dagli “sguardi degli esclusi", metafora delle esclusioni sociali di tutti i tempi. Una bocca bloccata
nell’atto di comunicare aspetta di ascoltare la tua voce per sciogliere la
propria, “ha bisogno della tua voce per parlare,” ha bisogno di ascoltare i
tuoi suoni per sentirsi, mentre nello specchio cerca di ritrovare la sua
immagine. E’importante riscoprire i modi del sentire e collocarsi nel tempo
attraverso la memoria che consente di “riconoscersi ogni giorno della vita.”
Vite spezzate dal manicomio e gesti di rabbia raccolti in una creatività
ossessiva che disegna e incide per affermare la propria “presenza negata” e
atti di protesta per rivendicare il diritto alla volontà come quello della
paziente Lia Traverso che nei primi anni Settanta mise in atto lo sciopero
della fame per poter ottenere l’uso della forchetta e del coltello per chi come
loro, privati degli oggetti e dei ricordi, mangiavano con le mani. Un percorso che racconta
il disagio emotivo di persone con storie difficili che la psichiatria
istituzionale aveva decretato come malati di mente “accomunati da uno stesso infelice
destino”ma che i ritratti realizzati negli anni Trenta del secolo scorso da
Romolo Righetti, psichiatra del Santa Maria della Pietà evidenziano come le
diversità di ogni persona rifiuti l’idea di una indistinta omologazione. Ogni
stanza scandisce il percorso di visita e da il titolo alle sezioni in cui è
suddiviso l’allestimento: da “entrare fuori uscire dentro” e “la fabbrica del
cambiamento” si passa ai “modi del sentire” dove “una successione d’ambienti
rimandano uno all’altro in un gioco misto tra alterazioni percettive e
preconcetti comuni, perché da vicino nessuno è normale.” Dalla sezione dedicata
ai “ritratti”si passa alle “dimore del corpo”sino agli “inventori di mondi”,
per terminare con “l’istituzione chiusa” che si raggiunge passando attraverso un corridoio con
tre ambienti: la fagotteria, dove i pazienti ricoverati lasciavano in custodia
abiti e averi; la stanza del medico e la camera di contenzione. Infine, “la
fabbrica del cambiamento”racconta le fasi che portarono alla chiusura
dell’Ospedale Psichiatrico con un’installazione sul caos degli oggetti per
raccontare l’epilogo del manicomio e documentare la sua trasformazione in un
più adeguato centro di assistenza psichiatrica.
Pubblicato da Antonella Colaninno
Il Museo Laboratorio della
Mente è stato realizzato da Studio Azzuro, Museo Laboratorio della Mente, in
collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale A.S.L. Roma E
Piazza Santa Maria della
Pietà, Padiglione 6
Roma
Nelle foto: illustrazione dello schema del percorso museale; immagine del manifesto che accoglie il visitatore all'ingresso del Padiglione 6; un lavoro di Studio Azzurro.
sabato 2 novembre 2013
UN'ECONOMIA SOMMERSA PER UN PATRIMONIO TRAFUGATO
di Antonella Colaninno
I nostri beni culturali devono fare i conti con un traffico illecito internazionale dove le antichità italiane sono ai primi posti di una classifica sconcertante. Una storia lunga che risale al secondo conflitto mondiale quando i russi in quel lontano maggio del 1945, occuparono la sede dell'ambasciata italiana a Berlino e trafugarono in Unione Sovietica importanti opere d'arte di inestimabile valore provenienti in gran parte dalla Galleria Nazionale d'arte antica di Palazzo Barberini. Una storia infelice, testimoniata dal breve memoriale di Massimo Baistrocchi, diplomatico della Farnesina impegnato nella ricerca delle opere d'arte scomparse. Il Baistrocchi racconta che i russi si sentivano legittimati dal furto che consideravano la giusta ricompensa per i danni subiti durante il conflitto e che per tutelare il riserbo sulla faccenda, le istituzioni museali sovietiche non si sentivano autorizzate a rivelare la quantità di opere d'arte conservate nei depositi. In un articolo pubblicato un pò di tempo fa sul Corriere, Sergio Rizzo scrive: "Baistrocchi cita calcoli di esperti tedeschi, secondo i quali il numero di opere d'arte scomparse dalla Germania dopo quel maggio del 1945 sarebbe di circa un milione, di cui 250mila definite "di grande valore", oltre a circa "4milioni 600mila libri e 3 chilometri di archivi". I quadri furono il prezzo con cui molti ebrei pagarono il proprio esilio ma furono soprattutto il bottino preferito per molti tedeschi. Dalle rivelazioni del Baistrocchi apprendiamo che "dal 1945 al 1952 gli alleati restituirono all'Italia 252.068 oggetti d'arte, mentre a seguito dell'accordo De Gasperi-Adenauer tra il 1953 ed il 1974 il governo federale tedesco rese 40 opere trafugate opponendosi però al rimpatrio di altre opere che i nazisti avevano acquistato ma esportato illegalmente. Tra le opere che i tedeschi si rifiutarono di consegnare, considerandole divenute proprietà della Bundesrepublik, figurano i nove dipinti di Sebastiano Ricci della collezione de Robilant e provenienti dal soffitto di Palazzo Mocenigo a Venezia (che si trovano oggi alla Gemaldegalerie di Berlino), il dipinto della Visitazione di Francesco Guarino ed il Kouros proveniente dalla collezione Amelung di Roma, tutte opere che dopo l'acquisto erano state trasportate in Germania con il corriere diplomatico, senza quindi le prescritte autorizzazioni doganali". Una situazione resa ancor più difficile nel 1974 quando la Germania "ha considerato scaduto l'accordo fra De Gasperi e Adenauer" ed esasperata nel 2000 quando la Federazione russa ha approvato una legge che nazionalizza le opere d'arte presenti nei musei. Ma le motivazioni si mostrano ben chiare sin dall'inizio se leggiamo le rivelazioni del Baistrocchi in merito "alle decine di esperti e di storici dell'arte" incaricati dalle autorità sovietiche di far razzie per completare le proprie collezioni museali. Il traffico di beni culturali tra furti e commercio illegale colloca l'Italia ai primi posti di una triste vicenda aggravata dall'attività dei tombaroli e dall'azione malavitosa delle mafie. La refurtiva giunta in Svizzera, viene affidata ad una compravendita internazionale che coinvolge collezionisti, istituzioni museali e case d'aste. Ma siamo certi che la compravendita sia fatta in assoluta buona fede senza suscitare il benchè minimo dubbio sulla provenienza delle opere da parte dell'acquirente? Un traffico illegale che spesso coinvolge le case d'aste, nelle cui sedi i carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, archeologico e del paesaggio hanno recuperato il materiale della refurtiva, giunto qui dopo una normale trattativa di vendita. Come nel caso della Santa Caterina d'Alessandria di Bernardino Strozzi, "scomparso da una villa fiorentina nell'aprile del 1944 e riapparso alla casa d'aste Sotheby's di Milano nel 2009". Il recupero delle opere d'arte trafugate segue lunghi percorsi di difficoltà diplomatiche e giudiziarie che spesso sono il frutto di strani compromessi tra i governi, come è accaduto per i 15 argenti di Morgantina del Metropolitan Museum tornati in Italia dopo un accordo firmato dall'allora ministro dei Beni Culturali Rocco Buttiglione che prevedeva la restituzione delle opere dopo quattro anni agli Usa che, a loro volta, dopo altri quattro anni, avrebbero dovuto restituirle all'Italia per un periodo complessivo di quarant'anni. Molte sono le opere rubate nelle chiese dalle mafie, avvolte da vicende inquietanti e misteriose, come il caso della Natività di Caravaggio rubata dalla mafia nell'Oratorio della Chiesa di San Lorenzo in San Francesco a Palermo e ad oggi ancora disperso. Un patrimonio immenso registrato nella banca dati dei carabinieri per una cifra pari a quasi 2 milioni di oggetti scomparsi. Una percentuale altissima che non ripaga del successo dei molti ritrovamenti e che mette in luce probabilmente, nelle difficoltà del recupero, la mancanza di una legge adeguata che tuteli con giuste sanzioni il valore della nostra cultura.
Pubblicato da Antonella Colaninno
Nelle foto in ordine: la miniera di Merkers in Germania; "12 aprile 1945: il generale Eisenhower ispeziona le opere d'arte trafugate dai nazisti e ritrovate nella miniera di Merkers in Germania"; un soldato nella miniera di Merkers: la Venere di Morgantina "trafugata e poi tagliata in tre pezzi"; la Natività di Caravaggio.
domenica 27 ottobre 2013
AL PAN DI NAPOLI LA X EDIZIONE DI PREMIO CELESTE
http://www.premioceleste.it/opera/ido:222829
http://www.premioceleste.it/opera/ido:225923
Nelle foto in ordine: Steven Music con Andrea Bruciati e Ryts Monet; Silvia Mariotti accanto alla sua fotografia; A guardare il cielo si diventa cielo di Paola Angelini, vincitrice per la sezione Pittura e Grafica; Try n.1 (serie Attempts) di Silvia Mariotti, vincitrice per la sezione Fotografia e Grafica digitale; Black flag revival di Ryts Monet, vincitore per la sezione Installazione, Scultura & Perormance; Bacio di Lorenzo Morri, vincitore per la sezione Video e Animazione; CV di Francesco Cagnin, vincitore del Premio del Curatore; L'Arca di Noè di Carlo Fiele vincitore del Premio del Pubblico.
mercoledì 28 agosto 2013
PARLIAMO DI CONTEMPORANEO...I MUSEI DAL NOVECENTO AL NUOVO MILLENNIO
"La grande arte italiana si ferma a Tiepolo" Antonio Paolucci, Ministro per i Beni Culturali, 1995
di Antonella Colaninno
L'Italia e il contemporaneo non è sempre stato un binomio di grandi affinità elettive. Mentre l'Europa era impegnata nell'apertura di importanti musei di arte contemporanea l'Italia preferiva investire nell'arte del passato tra conservazione ed acquisizioni. Nell'arco degli ultimi vent'anni del secolo scorso, proprio in quei travolgenti anni Ottanta di furori e decadenze, si avvia in Europa una vera e propria "campagna"di costruzione di centri per l'arte contemporanea che vede la nascita a Madrid nel 1986 del Centro de Arte Contemporanea Reina Sofia, primo museo nazionale spagnolo per il contemporaneo, a Monchengladbach nel 1982 del Museo Abteiberg e nel 1984 della nuova sezione della Neue StaatsGallerie di Stoccarda, costruite rispettivamente dall'architetto austriaco Hans Hollein e dall'inglese James Stirling. Sempre negli anni Ottanta la Francia istituisce sotto il governo del ministro della cultura francese Jack Lang, i Fondi Regionali per l'Arte Contemporanea per un programma di investimenti nella realizzazione di "centri di produzione artistica." Nell'ultimo decennio del secolo scorso l'Italia puntava sulle sue tre importanti risorse del contemporaneo come il Centro per l'Arte Contemporanea Luigi Pecci di Prato voluto dai Pecci, nota famiglia di industriali nel settore tessile e realizzato da Italo Gamberini, la Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, nata su decreto regio nel 1883 e con sede fino al 1915 a Palazzo Esposizioni prima di essere trasferita nella sede attuale di Palazzo delle Belle Arti e il Castello di Rivoli nei pressi di Torino, residenza sabauda rimasta incompiuta su progetto di Flippo Juvarra. Negli stessi anni, in Europa si aprono nuovi spazi museali per il contemporaneo su progetto di architetti di fama internazionale. L'americano Frank O'Gehry firma il progetto per il Guggenheim Bilbao, mentre Renzo Piano realizza nel 1997 la struttura per la Fondazione Beyeler di Basilea. Un altro americano Richard Meier costruisce nel 1992 il Museum d'Art Contemporanei di Barcellona in occasione delle Olimpiadi. Il 1995 segna la nascita del Museum of Modern Art di San Francisco "a firma" del ticinese Mario Botta, mentre di Rem Koolhas è la Kunsthalle di Rotterdam. Apre il nuovo millennio la Tate Gallery of Modern Art di Londra "nell'ex centrale elettrica di Bankside sul Tamigi", grazie agli interventi di ristrutturazione degli architetti svizzeri Herzog & De Meuron. Uno scenario così ricco e vitale da far riflettere su come proprio in quegli anni in cui incominciava a delinearsi la grande crisi globale, si trovassero risorse e si investissero ingenti somme di denaro nel settore culturale. Soprattutto se si pensa che la gestione delle risorse non è mai svincolata da ragioni di natura politica ed è sempre piuttosto controversa la decisione su dove far confluire gli investimenti che si divide fra chi promuove la crescita dell'arte contemporanea e chi invece, prendendo in scarsa considerazione gli investimenti su forme di espressione legate al cambiamento del costume, preferisce impegnarsi sul fronte dell'arte antica, rinascimentale e tardo barocca. La storia dei musei italiani legati alla cultura contemporanea riflette il desiderio di cavalcare il presente nella consapevolezza dei grandi cambiamenti in atto nel passaggio epocale al nuovo millennio. Un ventennio certamente in crescita che risveglia l'interesse degli enti locali tra regioni, province e comuni e vede la creazione di spazi per il contemporaneo. Nel 1989 apre a Trento la Galleria Civica e nel 1996 il Centro Arti Visive Pescheria nell'ex mercato del pesce di Pesaro, a cui è stata annessa nel 2001 la Chiesa del Suffragio confinante con l'edificio del mercato. A La Spezia si inaugura il CAMEC (Centro Arte Moderna e Contemporanea) con la direzione di Bruno Corà e con la nuova destinazione d'uso di un ex palazzo di Giustizia dei primi anni del secolo. In provincia di Cuneo (a Caraglio) il recupero di un antico filatoio apre le porte al CESAC (Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee), mentre nel 1998 il quattrocentesco Palazzo delle Papesse di Siena si apre al contemporaneo. Il Trentino Alto Adige dopo la nascita della Galleria Civica-Centro di Ricerca sulla Contemporaneità di Trento nel 1989 sotto la direzione di Danilo Eccher completa la trilogia sul conteporaneo con il MART (Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto) inaugurato nel 2002, con la Merano Arte di Merano e con il Museion di Bolzano. Le istituzioni si fanno attente anche a sud e cercano di creare un'area di sviluppo del contemporaneo e di superare i limiti dei "confini" territoriali strettamente legati alla tradizione locale. Nel 2004 nasce il MAN (Museo d'Arte Provincia di Nuoro) con la direzione di Cristina Collu, preceduto qualche anno prima nel 2001 dalla Galleria Civica d'Arte Contemporanea Montevergini di Siracusa in un ex convento di clausura. Ma è Napoli con l'apertura del PAN (Palazzo delle Arti Napoli) nel 1998 diretto da Julia Draganovic e Marina Vergiani e del MADRE nel 2005 a porsi come centro propulsore più importante del Mezzogiorno per l'arte contemporanea. Tra le altre realtà presenti sul territorio a sud d'Italia si aggiunge il Museo Comunale Pino Pascali di Polignano, inaugurato nel 1998 con una grande mostra antologica di Pino Pascali nel trentennale della sua somparsa. Il museo, diretto da Rosalba Branà, è dal 2012 Fondazione Pino Pascali istituita per iniziativa del Comune di Polignano e della Regione Puglia, nella nuova sede dell'ex mattatoio comunale sul lungomare della città. Di recentissima fondazione è il MACS di Catania inaugurato nel giugno 2013 con la mostra Furia Corporis di Alfio Giurato a cura di Alberto Agazzani. Il nuovo polo museale sotto la direzione di Giuseppina Napoli è sito in via dei Crociferi all'interno della Badia Piccola del Convento delle Benedettine già bene UNESCO, con la vicina chiesa di San Benedetto capolavoro del tardo barocco siciliano. Molto ha fatto discutere nella capitale, la nascita nel 2009 del MAXXI (Museo Nazionale di Arte e Architettura del XXI seolo) su progetto dell'architetto anglo-iracheno Zaha Hadid e del MACRO (Museo Arte Contemporanea Roma) su intervento di Odile Decq che come un fulmine a ciel sereno apre nuove prospettive sul contemporaneo in una realtà come quella romana, fortemente legata alle varie facies di una storia dell'arte ricca e complessa che ha visto spesso il fiorire di nuove epoche e di nuovi stili sulla distruzione delle antiche vestigia come accadde per la zona dei Fori Imperiali. Con la fondazione delle istituzioni museali romane nasce il dibattito sulla figura dell'archistar e su un modo di progettare che sublima l'idea come atto individuale, lontano da quel fare architettura che abbraccia le reali esigenze di una comunità e guarda al bene comune, tematiche di cui si è discusso nell'ultima Biennale Architettura diretta da David Chipperfield. Ripercorrendo le tappe dei più significativi interventi di musealizzazione delle collezioni di arte contemporanea ricordiamo la Galleria Civica di Modena fondata nel 1959 che inizia ad operare nel contemporaneo nel 1983 con due importanti collezioni dedicate al disegno e alla fotografia e che vede la direzione di Angela Vettese fino al 2009 e, dal 1982, la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Forti di Verona. In Sicilia dal 1997 è attiva la Galleria Civica d'Arte Contemporanea Montevergini di Siracusa allestita negli ambienti di un convento del XVIII secolo. Tra le recenti istituzioni ricordiamo anche il MAMbo di Bologna inaugurato nel 2005 nella struttura dell'ex Forno del Pane sotto la direzione di Gianfranco Maraniello che rappresenta l'evoluzione della Galleria d'Arte Moderna nata nel 1975. Il MARCA (Museo delle Arti Catanzaro) nato nel 2008 grazie all'impegno della Provincia e diretto da Alberto Fiz segna la scena contemporanea di una realtà periferica come la Calabria. Con i suoi 1000 mq di superficie dislocati su tre piani, ospita una ricca collezione di opere databili a partire dal XVII secolo fino ai nostri giorni. Nel 2o09 dopo un lungo intervento di restauro ha riaperto a Pistoia Palazzo Fabroni, un edificio del tardo '500 inaugurato alla fine degli anni '80 che raccoglie nella sua collezione artisti contemporanei e maestri pistoiesi del '900, mentre a Siena l'SMS Contemporanea opera sul contemporaneo all'interno del Complesso di Santa Maria della Scala. Il Museo Arcos di Benevento apre le porte nel 2005 alla guida di Danilo Eccher e Claudia Gioia, così come in Friuli Venezia Giulia la GC.AC (Galleria Comunale d'Arte Contemporanea) di Monfalcone (Udine) viene inaugurata nel 2002 nell'ex mercato del pesce della città e sotto la direzione di Andrea Bruciati lavora sui giovani talenti italiani emergenti. Il PAC (Padiglione d'Arte Contemporanea) di Milano rappresenta una realtà "ante litteram" se consideriamo che costruito negli anni Cinquanta, diventa spazio espositivo per il contemporaneo nel 1979 su iniziatia del Comune. Infine, il Museo del Novecento di Milano apre nel dicembre del 2010 nel Palazzo dell'Arengario, un'architettura razionalista che con i suoi 3000 mq di superficie accoglie una importante collezione di arte moderna e contemporanea.
Pubblicato da Antonella Colaninno
Nelle foto: Palazzo Fabroni, Pistoia; Castello di Rivoli; Cappella del Castello; Scala; MART di Rovereto; MAN di Nuoro; MAMbo di Bologna; MADRE di Napoli; MADRE
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