Nudo di donna EGON SCHIELE















venerdì 25 aprile 2014

LA STORIA DEL MUSEE D’ORSAY E DELLE SUE COLLEZIONI IN MOSTRA A ROMA








“Il Musèe d’Orsay fu inaugurato dal presidente della Repubblica francese, Francois Mitterand, il 1 dicembre 1986 e aprì le porte al pubblico il 9 dicembre. E’ diventato uno dei musei più importanti al mondo, che conta mediamente circa due milioni e mezzo di visitatori l’anno” per una collezione di circa 4000 opere.

di Antonella Colaninno

L’intervento architettonico di Gae Aulenti sull’antica stazione ferroviaria progettata secondo criteri monumentali e decorativi dall’architetto Victor Laloux, ha trasformato l’edificio inaugurato nel 1900, anno della grande Esposizione Universale di Parigi, nel prestigioso Musèe d’ Orsay. Alcuni passaggi fondamentali di questo restauro e degli interventi di allestimento realizzati a partire dal 1985, sono illustrati nella mostra romana dal titolo “Musèe d’Orsay. Capolavori.” in corso presso il Complesso del Vittoriano. Bozzetti, grafici, sezioni e filmati raccontano gli sviluppi di un progetto che si volle affidare all’architetto italiano dopo aver definitivamente bloccato la volontà di demolire la stazione. Una decisione resa possibile grazie alle posizioni dell’allora ministro francese agli Affari Culturali Jacques Duhamel e al contributo di Georges Pompidou. La Gare d’Orsay fu così, salvata  dalla demolizione e nel 1973 “venne inclusa nell’inventario dei monumenti storici da quella stessa Commissione Superiore dei Monumenti Storici che pochi anni prima non aveva posto ostacolo alla sua distruzione”. L’idea di una nuova destinazione d’uso per la Gare d’Orsay nacque dall’esigenza di creare una nuova collocazione ai dipinti degli Impressionisti della Galerie nationale du Jeu de Paume. La Direzione dei Musei di Francia dispose  la creazione di un nuovo museo che si sarebbe aggiunto al Louvre e al Musèe National d’Art moderne e la Gare d’Orsay interpretava al meglio le esigenze di una società in cambiamento per la modernità della sua struttura con l’ampia copertura a volta in cemento. Il 20 ottobre 1977  l’allora presidente della Repubblica Valèry Giscard d’Estaing rese ufficiale il progetto della trasformazione della vecchia stazione ferroviaria in museo. Nel 1978 la Gare d’Orsay e l’albergo di lusso di Laloux  vennero dichiarati monumenti storici e nel 1980 su concorso ad invito, venne conferito l’incarico all’architetto italiano Gae Aulenti. Il restauro dovette considerare in primis, la tutela delle strutture, degli spazi e delle decorazioni  ma allo stesso tempo, ripensare agli spazi aperti della stazione come funzionali a contenere una importante collezione d’arte. Il nuovo museo avrebbe fatto un passo avanti rispetto al Louvre e avrebbe considerato tutte le arti del secondo Ottocento del panorama internazionale fino al 1910 e a seguire, “data che segnava l’inizio della collezione del Musèe national d’Art Moderne”.  Le collezioni  furono costituite attraverso gli acquisti dello stato e alle importanti donazioni dei collezionisti. Una parte della collezione del Musèe d’Orsay di gusto conservatore proviene dalle acquisizioni del Louvre e del Musèe du Luxembourg (1818) dai Salon dove venivano ammesse le opere che passavano al giudizio severo e insindacabile della giuria. “I Salon erano dunque espressione del gusto artistico ufficiale, che privilegiava la grande pittura di storia o mitologica e il ritratto: ogni deviazione dalla tradizione accademica era programmaticamente bandita”.  Le opere impressioniste considerate lontane dalla tradizione, finirono nel museo attraverso le donazioni spesso contestate, perché i Salon  solo dopo il 1870 mostrarono una certa apertura verso le opere della scuola di Barbizon che segnò un profondo rinnovamento della pittura di paesaggio, che prese le distanze dagli schemi accademici preferendo una maggiore aderenza allo studio diretto del vero. Nel 1895 furono acquisiti 121 quadri della scuola di Barbizon grazie alla donazione di Georges Thomy Thièry, “fondatore dei grandi magazzini del Louvre e gestore dell’albergo d’Orsay”, donazione che permise al museo di arricchirsi di opere come Angelus di Millet. Un’ulteriore donazione fu quella di Alfred Chauchard sempre per i dipinti della scuola francese e quella di Etienne Moreau-Nèlaton con ben 125 dipinti, 5000 disegni, 3000 stampe e documenti tra cui si annoverano Le Dèjeuner sur l’herbe di Manet, I papaveri di Monet ed opere di Pissarro, Sisley, Delacroix e Corot. Altre importanti opere furono acquisite attraverso l’acquisto negli atelier d’artista dopo la  morte dei pittori. Gli anni  tra le due guerre costituirono un periodo importante per le donazioni di cui si ricorda quella di Jacques Doucet, Auguste Pellerin e Antonin Personnaz.



L’esposizione romana si snoda attraverso cinque sezioni: la prima mostra “il nucleo originario della collezione”, quello sull’arte dei Salon, di gusto accademico apprezzata dalla critica e dal grande pubblico. Segue la sezione dedicata al rinnovamento della Scuola di Barbizon, primo approccio en plein air verso lo studio della luce che tra il 1830 ed il 1870, anticipa la pittura impressionista. La terza sezione è dedicata alla modernità del nuovo gusto impressionista che predilige non solo la veduta di campagna, ma tutto ciò che richiama il cambiamento con la presentazione di quei soggetti cari alla società del progresso. Segue la sezione dedicata alla “declinazione simbolista” della pittura del secondo Ottocento, ricca di forme e soggetti ma soprattutto di slancio emotivo. La mostra si chiude con l’esperienza dei pointillisti e di una pittura che partendo dallo studio della luce degli impressionisti, si spinge oltre verso la segmentazione della stessa, sino alla visione altra del dato realistico. Le pennellate a piccoli ed esili tratti costituiscono materia indipendente dalla stessa natura. Un periodo di grande ricerca che riporta l’attenzione sulla decorazione mentre sperimenta nuove tecniche che “dal cloisonnisme di Gaugin ai Nabis” si apre al Novecento e alle sue grandi correnti artistiche.

UN PO' DI STORIA...
Il suolo su cui oggi si trova il Musèe d'Orsay ha una storia antica che risale ai primi anni del Seicento, quando Margherita di Valois, figlia di Caterina de' Medici, decise di fare edificare un elegante palazzo che sarebbe stata la sua dimora proprio lì dove scorre la Senna e dove sorgeva esattamente sulla riva opposta, la residenza di Enrico IV, il sovrano-sposo che l'aveva ripudiata. Qui Margherita vi abitò dal 1609 al 1615, anno della sua morte e sino al 1623 il palazzo rimase di proprietà della famiglia finchè il re Luigi XIII,erede legittimo, decise di vendere la residenza per far fronte ai debiti lasciati dalla defunta. Dalla proprietà di Caterina negli anni, si è esteso un asse viario che comprende l'attuale rue de Lille, un tempo l'asse principale del giardino, e sono sorte una serie di importanti ed eleganti dimore, come quella della duchessa di Borbone che oggi è sede dell'Assemblea Nazionale. La zona che rimase inedificata visse per lunghi anni in uno stato di degrado sino agli inizi del Settecento quando Charles Boucher d'Orsay si adoperò per il recupero della zona che fu chiamata quai d'Orsey  Nel 1751, "una piccola parte del cantiere, nella zona orientale dell'attuale stazione", fu sistemata ed utilizzata per gli spostamenti dei regnanti e degli ufficiali e dopo la Rivoluzione, fu trasformata in una caserma. Accanto a questa caserma nel 1810, fu iniziata la costruzione per volere di Napoleone, del Palais d'Orsay, sede del Ministero degli Affari Esteri, completata nel 1938 e assegnata in seguito, alla Corte dei Conti e al Consiglio di Stato. Nel 1871 il quartiere fu incendiato a seguito degli scontri della Comune ed il Palazzo perse le strutture portanti e le preziose decorazioni. Dopo venticinque anni, il rudere sarà venduto dallo Stato francese alla Compagnia ferroviaria di Orlèans che affiderà i lavori all'architetto Victor Laloux per i quali saranno impiegati 12.000 tonnellate di metallo, il doppio rispetto alla quantità utilizzata per la costruzione della Tour Eiffel.

Pubblicato da Antonella Colaninno


In foto: Edgar Degas: Ballerine che salgono una scala; Jules-Alexis Muenier: La lezione di catechismo; Giuseppe De Nittis: Place des Pyramides; Henri Geoffroy: Il giorno di visita all’ospedale; Edgar Degas: L’orchestra dell’Operà; una delle sale interne del Musèe d’Orsay.

lunedì 10 marzo 2014

QUANDO L’EROE MUORE






“Vienna sprizzava vitalità da tutti i pori, era diventata una metropoli, lo si vedeva e percepiva in tutto il mondo tranne lì, nella città stessa, che nel gran desiderio di autoannientarsi non si era accorta di essere finita d’un tratto al vertice del movimento che si definiva moderno. E questo perché l’autoanalisi e l’autodistruzione erano diventate elementi centrali del nuovo pensiero, mentre infuriava il –secolo nevrotico-, come lo definiva Kafka. E non c’era luogo in cui i nervi fossero a fior di pelle […] più che a Vienna” Florian Illies

di Antonella Colaninno

Leggendo le pagine di “1913” di Florian Illies , "L'anno prima della tempesta" ripercorro insieme all’autore gli “atti” di un viaggio ideale nei luoghi reali della storia tra gli atelier d’artista dove trovano forma le genesi dei capolavori letterari e le sperimentazioni artistiche e fanno capolino alcuni attimi di vita privata dei personaggi. Approdo così,  a Vienna nelle stanze d’artista di Gustav Klimt e di Egon Schiele, in quella Vienna che Lou Andreas-Salomè percepiva come la “città più erotica del mondo” (F. I.), un erotismo che avvolge nella morbida sensualità di Klimt ma che si trasforma nella carnalità scarna ed anatomica di Schiele esprimendo tutto lo smarrimento di una generazione alimentata dalle fragilità dell’uomo. La Vienna che Arthur Schnitzler definirà sarcasticamente priva di valori e antisemita nel suo libro "Il sottotenente Gustl", attraverso l’asprezza priva di slanci del suo protagonista. L’Espressionismo tedesco tradurrà l’ansia collettiva nell’ incapacità di aprirsi ad una narrazione lineare, nello spazio annullato la potenza espressiva evoca e distrugge l’immagine e affiora il mostruoso nel naufragio dell’io desolato e redento nell’ urlo più famoso di tutti i tempi che lo anticipa.  La malattia si fa epigono di un ‘anima straziata e sola, di una identità perduta che ha smarrito la sua dimensione  esistenziale. Un malessere diffuso che parte dall’inconscio e porta la sua eco lontano, negli spazi dell’arte e della letteratura. Nella città di Praga incontriamo Kafka che “soffre per la paura che la sua creatività si sia esaurita”. La sua è una dimensione umana confusa e distruttiva che si riflette nei personaggi malati delle sue trame e si dilata schiacciandoli,  lasciandoli come outsider al di fuori del gioco inesorabile della dialettica della vita nella quale privi di passioni e di illusioni si lasciano travolgere. L’inquietudine cammina come un’ombra accanto agli eventi, tiene il passo senza mai raggiungerli, senza mai comprenderli fino in fondo. “E allora, tutti a Vienna! La -centrale- della modernità nel 1913”. Vienna, la città che fa l’occhiolino alle grandi capitali europee: Berlino, Parigi e Monaco. La città di Oskar Kokoschka e del suo espressionismo introspettivo e analitico, e di Sigmund Freud e della sua psicanalisi. “Ed era lì che infuriavano le battaglie sull’inconscio, sui sogni, le dispute sulla nuova musica, la nuova visione, la nuova architettura, la nuova logica, la nuova morale” (Florian Illies).

Pubblicato da Antonella Colaninno




In foto: Florian Illies; foto d’epoca; opera di Egon Schiele; opera di Egon Schiele; copertina di “1913 L’anno prima della tempesta” di Florian Illies

venerdì 14 febbraio 2014

ARTE FIERA BOLOGNA





di Antonella Colaninno

Anche quest'anno continua l'impegno di Arte Fiera di investire sul collezionismo con un fondo acquisizioni rilanciato già lo scorso anno, con uno stanziamento di 100.000 euro per l'edizione del 2014. Un impegno che ha voluto riportare l'attenzione anche sull'Ottocento e sulla grande tradizione della pittura italiana della seconda metà del secolo e della grande stagione del primo Novecento, assecondando un gusto ed un interesse riscoperto sul mercato. Da Boldini a Fattori, da Lega a Signorini sino a De Nittis e Zandomeneghi, in un percorso di grande pregio che ha visto la presenza in fiera di gallerie d'arte specializzate sull'arte moderna. Un'altra novità per questa 38a edizione di Arte Fiera è stata la presenza della fotografia d'autore. Bologna Fiere ha infatti, siglato "un accordo pluriennale" con MIA Fair, la più importante fiera italiana del settore firmata Fabio Castelli che ha aperto la partecipazione alle gallerie che lavorano nell'ambito della fotografia d'autore. Una presenza di 172 gallerie per dare "sostegno" al rilancio del mercato italiano che punta al collezionismo di qualità e alla tradizione della pittura italiana del secondo Ottocento. Una grande scommessa per Arte Fiera 2014 che ha visto raddoppiare i visitatori della scorsa edizione, riconfermando Bologna come importante centro per il mercato dell'arte internazionale con uno sguardo attento alle proposte dei giovani artisti cinesi e all'arte dei paesi dell'Est Europa. SH Contemporary è la fiera d'arte contemporanea di Shangai prodotta da Bologna Fiere che dopo la cancellazione del programma autunnale dello scorso anno, ripartirà il prossimo settembre sotto la nuova direzione di Guido Mologni, cofondatore a Bulow di un club privato per i collezionisti della città. Una nuova frontiera culturale per Arte Fiera che si è affermata nel panorama della scena artistica internazionale anche nell'est asiatico. La Cina è ormai, un mercato sempre più in crescita per collezionisti e appassionati, con un forte sviluppo culturale che ha visto negli ultimi tempi, la nascita di nuovi musei, l'apertura di una nuova sede della casa d'aste Christie's e il progetto della futura nascita della new free-trade zone di Shangai, per rafforzare il ruolo economico della città, già principale polo finanziario della Cina continentale. 

Pubblicato da Antonella Colaninno

In foto: l'Ottocento italiano; visitatori tra gli stand; il presidente di Bologna Fiere Duccio Campagnoli con Gianni Morandi; un'opera del fondo acquisizioni 2014: Mario Dondero, "Pierpaolo Pasolini e sua madre Susanna fotografati nella loro casa all'Eur", 1962.

giovedì 6 febbraio 2014

IL PIEDISTALLO VUOTO. FANTASMI DALL' EST EUROPA








di Antonella Colaninno

Il muro di Berlino ha rappresentato il simbolo dell'alienazione dell'individuo e delle sue libertà, all'interno di un sistema socialista che per più di un lungo ventennio ha creato geograficamente e ancor più intellettualmente, una frattura nella cultura dell'Europa nella storia contemporanea. La caduta del muro nel 1989, aprì definitivamente il passaggio delle frontiere e realizzò il superamento delle barriere culturali ed ideologiche che avevano impedito la realizzazione delle speranze individuali e dello sviluppo economico della società. Un tempo talmente lungo che non ha prodotto una crescita in divenire ma un rallentamento della creatività e di ogni impulso propositivo che ancora si respira nell'immaginario collettivo di chi porta con sè il vissuto di quell'esperienza, come un fantasma inatteso e ingombrante. A venticinque anni dalla caduta del muro, la mostra "Il piedistallo vuoto. Fantasmi dall'Est Europa" riassume la storia di un'epoca difficile attraverso le opere di oltre quaranta artisti che non hanno trovato voce nella cultura socialista di quegli anni. Uno sguardo che si estende sull'arte contemporanea dell'Est Europa nella creatività di quegli artisti che hanno vissuto il clima socialista nell'anticipazione delle sue premesse e nell'esperienza della sua fine. Il piedistallo vuoto è la metafora di un passato che potenzialmente potrebbe diventare ancora in atto, pur avendo concluso storicamente il proprio corso. Un'ombra che accompagna il presente che si traduce nel rapporto "tra visibilità ed invisibilità" come "lo spettro di un imperativo etico che torna". Un'arte che si racconta negli aneliti composti e rivoluzionari delle posizioni anticonformiste del decennio caldo del regime (anni Settanta) e nell'esperienza visionaria del post socialismo tra gestualità come espressione della ritrovata affermazione della propria individualità, ed archeologia della memoria.


Pubblicato da Antonella Colaninno

Il piedistallo vuoto. Fantasmi dall'Est Europa
a cura di Marco Scotini
24 gennaio / 16 marzo 2014
Museo Civico Archeologico
via dell'Archiginnasio, 2 Bologna

In foto: immagine di copertina del catalogo; una sequenza della performance "Egalitè" di Kovlyna; una sequenza di un video in mostra; scultura di Adrian Paci; "Space Chain" di Yona Friedman, 1959; "Collapsed Pillar" di Petra Feriancova, 2013; un graffito sul muro di Berlino (parte del muro non abbattuta).

venerdì 3 gennaio 2014

I VINCITORI DELLA V EDIZIONE DEL CELESTE PRIZE



di Antonella Colaninno

Lo scorso 7 dicembre a Roma, nello Spazio Fienaroli in Trastevere, i 40 finalisti del Celeste Prize hanno decretato i vincitori di questa quinta edizione del premio internazionale per l’arte contemporanea, insieme al pubblico e al curatore Ami Barak che ha così commentato la premiazione delle opere vincitrici: […] “More importantly the works resonated with great intelligence and sophistication which proves that talent nowadays is not only aesthetic but also intellectual.”
Ogni vincitore è stato scelto nell’ambito delle categorie nelle queli il premio è suddiviso: Painting & Graphics Prize; Photography & Digital Graphics Prize; Video & Animation Prize;
Installation, Sculpture, Live Media & Performance Prize;
Curator’s Choice Prize; Visitors Choice Prize.
The Sorrow the Joy Brings di Noa Giniger, è parte di una serie di collages ognuno dei quali contiene un salice piangente. La nostra interpretazione del mondo sublima la natura stessa delle cose, sottolineando come ogni cosa sia relativa al nostro sguardo e come la materia si presti a dar forma alle nostre emozioni e ad “organizzare un  intero complesso di concetti affatto fisici come gli stati emozionali” In The sorrow the joy brings un salice piangente diventa la speranza di una dimensione felice nel suo invertire il proprio ordine costituito, collocandosi nel mondo con i propri rami all’insù.

Per  l’artista statunitense Alexander Solomon in (David and the Climb Up), l’idea di paesaggio contemporaneo esprime il senso del limite, di qualcosa che finisce mentre altro inizia e che sfiora l’astrazione proprio attraverso la cesura di continuità dove tutto diventa precarietà, difficoltà a superare ciò che è finito.

Ink Ribbon Finger Prints di Pavel Braila vincitore per la sezione Photography & Digital Graphics Prize, è una performance surreale e poetica in cui un gruppo di dattilografi batte contemporaneamente su vecchie macchine da scrivere un testo sulla propria vita, sotto l’attenta ma stravagante direzione dell’artista stesso che veste i panni di un direttore d’orchestra un po’ sui generis.

Sull’idea di originalità di una visione che unisce arte e musica si traduce il video di LAB FINAER feat. Felix Weinold, un gruppo di artisti tedeschi, dal titolo White Noise. Un disco vuoto su cui non è inciso nulla, non emette suono ma nei solchi incide la polvere che crea “un rumore-scultura”.

Ring di Dominique Blais si ispira alla tetralogia di Wagner Der Ring des Nibelungen. Una installazione di quattro candele accese sistemate di fronte ad una camera oscura e sul pavimento, davanti ad ogni opera, è collocata una scultura in bronzo realizzata con la tecnica della cera persa. Sono lo spettro di ciò che resta delle candele usate per produrre l’immagine fotografica che testimonia il senso del fluire del tempo. www.premioceleste.it/opera/ido:235998/

Una tematica tutta al femminile si svolge nella performance dell’artista americana Ana Prvacki, che nel titolo DIY-Do it yourself Chivarly riassume l’esortazione ad essere cavalieri di se stessi. Il comportamento cerimonioso e raffinato di galanteria dell’uomo verso la donna, ispirato al mondo cavalleresco medievale, si traduce qui al femminile, in un rapporto simbiotico tra soggetto ed oggetto. L’artista si spoglia degli abiti togliendone uno per volta per buttarli sul pavimento e coprire dei punti oscuri di discontinuità che rappresentano idealmente, degli ostacoli da superare.

Infine, Cristina Gardumi con il suo Adults don’t exhist è la vincitrice per la sezione Visitors Choice Prize. Nel suo stile tra visionario e fantastico, Cristina racconta quel passaggio delicato che corrisponde all’ingresso nel mondo degli adulti. Se le antiche civiltà e i popoli tribali hanno contribuito alla costruzione di un mito, le società contemporanee hanno demolito la leggenda svuotando di senso il mito collettivo. Questa fondamentale età di passaggio che inizia il nuovo cammino sulle strade della responsabilità e della consapevolezza, si perde nel suo valore di insieme per trasferirsi in una dimensione strettamente personale che si annulla nella mancanza di barriere dei social network: “E’la vita privata che diventa epica”. Ma siamo in fondo, diventati davvero adulti, o continuiamo a muoverci in una dimensione anacronistica dove il tempo scorre mentre noi restiamo fermi?


Pubblicato da Antonella Colaninno


In foto: due momenti della premiazione; the Sorrow the Joy Brings di Noa Giniger vincitore per la sezione Painting & Graphic Prize; David and the Climb Up di Alexander Solomon vincitore per la sezione Photography & Digital Graphics Prize; Adults don’t exhist di Cristina Gardumi vincitore della sezione Visitors Choice Prize.

domenica 15 dicembre 2013

LEGAMI E CORRISPONDENZE IMMAGINI E PAROLE ATTRAVERSO IL 900 ROMANO








di Antonella Colaninno

Un percorso espositivo tra arte e letteratura per raccontare il Novecento e le collezioni della Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale. Un’epoca di grande fermento culturale scandita dalle guerre e dalla ripresa economica abbraccia in un comune universo poetico, scrittori ed artisti in un vincolo di “legami e corrispondenze” tra immagini e parole. Architetti, scrittori, poeti ed artisti intrecciano spontaneamente, le loro relazioni negli studi d’artista, nei salotti letterari, per le strade e in quei caffè storici tra le botteghe e le vie della capitale come nel celebre Caffè Greco.

Roma è ancora una città di provincia in quegli anni, diventata solo da qualche decennio la nuova capitale d’Italia, ma la sua mondanità e la sua ricchezza artistica affascinarono molti scrittori che qui decisero di trascorrere parte della loro vita. Chiusa in un’economia agricola che fa del turismo la sua principale fonte di ricchezza, Roma è ben lontana da quel modernismo figlio dell’economia industriale delle grandi città del nord, ma la rivoluzione del costume non mancherà di portare anche nella città, nuove prospettive nel campo delle arti e della letteratura a cui molto contribuirono il Futurismo ed il suo fondatore Tommaso Marinetti. Gabriele D’Annunzio giunse nella capitale nel 1881per i suoi studi e vi soggiornò fino al 1889 collaborando con i giornali e le riviste locali. Affascinato dalla vitalità della città si ispirò alla leggerezza della vita mondana romana nell' opera letteraria il Piacere che attinge al simbolismo della pittura di Adolfo De Carolis e di Camillo Innocenti per la sensualità dei suoi passi letterari e agli stati d’animo decadenti dei paesaggi di Nino Costa dove il dato realistico si confonde con quello emotivo. Le vicende del protagonista Andrea Sperelli sono quelle dello stesso autore che vive in solitudine il fascino degli ambienti romani […] non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli Archi, delle Terme, dei Fori, ma la Roma delle ville, delle Fontane, delle Chiese. Egli avrebbe dato tutto il Colosseo per la Villa dei Medici, il Campo Vaccino, per la Piazza di Spagna, l’Arco di Tito per la Fontanella delle Tartarughe. La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata grandiosità imperiale[…]” Dagli stessi suoi amici artisti D’Annunzio fu considerato “l’ultimo cantore della campagna romana” e alle sue tematiche estetizzanti si ispirarono i preraffaeliti GIuseppe Cellini e Giulio Aristide Sartorio. Lo stesso Sartorio, nel Trittico delle Vergini volle come modella la giovane sposa di D'Annunzio, Maria Hardouin di Gallese. Nella raccolta di poesie intitolata Isaotta Guttadauro del 1886, Gabriele D'Annunzio affidò l'illustrazione delle pagine ad un gruppo di artisti romani tra i quali Giuseppe Cellini, Onorato Carlandi, Giulio Aristide Sartorio, Enrico Colemann e tanti altri, quasi tutti abituali frequentatori del famoso Caffè Greco. D'Annunzio seppe conciliare il suo spirito libero e la sua grande apertura mentale all'ambiente di provincia della capitale, un clima che difficilmente poteva assecondare il suo essere un globale ante litteram, con una visione europea della cultura. Anche l'esperienza del Futurismo e di Filippo Tommaso Marinetti si lega alla capitale. Nella Filippica Contra Roma passatista Marinetti descrive una città priva di slanci come Venezia e Firenze, perchè parassita del turismo e carente di una economia imprenditoriale. Il Futurismo si impose a Roma nel 1913 con l'apertura della galleria futurista di Giuseppe Sprovieri in via del Tritone, 125 e per la presenza dell'abitazione di Balla in un vecchio convento di via Paisiello. C'è una nuova visione del mondo che entra prepotente nella sfera personale. Ogni forma d'arte, plastica o letteraria, si trasforma in azione, in plauso alla vita, in desiderio di cambiamento. Il Futurismo pensava di dipingere "gli equivalenti plastici e cromatici dei rumori e degli odori [...]" e se Balla era attratto dallo studio del movimento in sè come valore oggettivo,Boccioni preferiva studiare i valori soggettivi riflessi negli stati d'animo. Intenso fu l'impegno di Marinetti nella capitale dove fondò il periodico "Roma futurista", ma fu il teatro l'aspetto più importante per l'apertura alle avanguardie nella capitale. Nel 1917 vanno in scena i balletti russi al teatro Costanzi, mentre intensa prosegue l'attività del teatro Sperimentale degli Indipendenti sito nei sotterranei di via degli Avignonesi. Il teatro futurista lascia molto all'improvvisazione,alla satira, alla recitazione libera e proteso verso l'esterno, preferisce uscire dalle mura e per le strade, incontra la gente.
Molto ci sarebbe ancora da raccontare su questo interessante quanto affascinante percorso di legami e corrispondenze tra artisti e scrittori nella capitale nel corso del Novecento, ma sarebbe riduttivo riportare qui considerazioni che meriterebbero uno studio più approfondito piuttosto che una semplice lettura, per la quantità e l'importanza delle fonti documentarie.

Pubblicato da Antonella Colaninno





In foto: immagine del catalogo della mostra "Legami e corrispondenze. Immagini e parole attraverso il 900 romano"; Gabriele D'Annunzio; La Sultana, 1913 di Camillo Innocenti; Donna con fiori - Nudo di donna con rose, 1910 di Adolfo De Carolis; Frigidarium, 1882 di Alessandro Pigna; Le Vergini savie e le Vergini stolte, 1890-1891 di Giulio Aristide Sartorio; particolare dell'opera di G.A. Sartorio; Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale; una delle sale interne allestite in occasione della mostra.

Legami e corrispondenze
Immagini e parole attraverso il 900 romano.
28 febbraio - 29 settembre 2013
Galleria d'Arte Moderna di Roma Capitale 

domenica 1 dicembre 2013

MUSEO LABORATORIO DELLA MENTE





di Antonella Colaninno

Ci sono luoghi che raccontano storie di vita, altri che raccontano il lento dimenticarsi del sé dove la vita si perde nei labirinti della psiche umana. Attraverso la rievocazione delle storie e la ricostruzione degli spazi il Museo Laboratorio della Mente racconta il lento degenerarsi della percezione e lo smarrimento per la perdita della memoria. La realtà del disagio mentale nella sua complessità rivive nei portatori di storie e denota la perdita del ricordo, lo scollamento dalla dimensione temporale senza la quale si smarrisce il senso del proprio esistere. Una riflessione sul valore del tempo per costruirsi la propria identità partendo dagli “sguardi degli esclusi", metafora delle esclusioni sociali di tutti i tempi. Una bocca bloccata nell’atto di comunicare aspetta di ascoltare la tua voce per sciogliere la propria, “ha bisogno della tua voce per parlare,” ha bisogno di ascoltare i tuoi suoni per sentirsi, mentre nello specchio cerca di ritrovare la sua immagine. E’importante riscoprire i modi del sentire e collocarsi nel tempo attraverso la memoria che consente di “riconoscersi ogni giorno della vita.” Vite spezzate dal manicomio e gesti di rabbia raccolti in una creatività ossessiva che disegna e incide per affermare la propria “presenza negata” e atti di protesta per rivendicare il diritto alla volontà come quello della paziente Lia Traverso che nei primi anni Settanta mise in atto lo sciopero della fame per poter ottenere l’uso della forchetta e del coltello per chi come loro, privati degli oggetti e dei ricordi, mangiavano con le mani. Un percorso che racconta il disagio emotivo di persone con storie difficili che la psichiatria istituzionale aveva decretato come malati di mente “accomunati da uno stesso infelice destino”ma che i ritratti realizzati negli anni Trenta del secolo scorso da Romolo Righetti, psichiatra del Santa Maria della Pietà evidenziano come le diversità di ogni persona rifiuti l’idea di una indistinta omologazione. Ogni stanza scandisce il percorso di visita e da il titolo alle sezioni in cui è suddiviso l’allestimento: da “entrare fuori uscire dentro” e “la fabbrica del cambiamento” si passa ai “modi del sentire” dove “una successione d’ambienti rimandano uno all’altro in un gioco misto tra alterazioni percettive e preconcetti comuni, perché da vicino nessuno è normale.” Dalla sezione dedicata ai “ritratti”si passa alle “dimore del corpo”sino agli “inventori di mondi”, per terminare con “l’istituzione chiusa” che si raggiunge passando attraverso un corridoio con tre ambienti: la fagotteria, dove i pazienti ricoverati lasciavano in custodia abiti e averi; la stanza del medico e la camera di contenzione. Infine, “la fabbrica del cambiamento”racconta le fasi che portarono alla chiusura dell’Ospedale Psichiatrico con un’installazione sul caos degli oggetti per raccontare l’epilogo del manicomio e documentare la sua trasformazione in un più adeguato centro di assistenza psichiatrica.

Pubblicato da Antonella Colaninno

Il Museo Laboratorio della Mente è stato realizzato da Studio Azzuro, Museo Laboratorio della Mente, in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale A.S.L. Roma E

Piazza Santa Maria della Pietà, Padiglione 6

Roma

Nelle foto: illustrazione dello schema del percorso museale; immagine del manifesto che accoglie il visitatore all'ingresso del Padiglione 6; un lavoro di Studio Azzurro.