Nudo di donna EGON SCHIELE















lunedì 12 maggio 2014

“CAPITALI SI NASCE O SI DIVENTA?






di Antonella Colaninno

E’ quanto mai attuale parlare del ruolo delle città in relazione all'essere Capitali Europee della Cultura. In particolare nel ritenere che gli aspetti della tradizione locale siano un punto di forza esclusivo per delineare l’immagine vincente di una città e che la collaborazione tra il settore della cultura e quello del turismo sia semplice e scontato. Ma è realmente così? Spesso accade invece, che l’immagine di una città in tutto il suo complesso contesto storico ed artistico sia indebolita da quegli aspetti strettamente locali che cercano non l’esclusività di un’idea ma piuttosto, il coinvolgimento di un numero rilevante di operatori culturali sul territorio che nel presentare punti di vista ed obiettivi spesso differenti finiscono con il dimenticare l’unicità dello sforzo comune a danno della chiarezza della comunicazione. Il marketing territoriale acquista valore di immagine se inserito all'interno di una strategia economica e culturale certamente urbana ma in una visione più ampia nell'ambito di una dimensione internazionale. Di qui l’interrogativo su quali siano i metodi più idonei da adottare per valorizzare l’immagine della CEC sia all'interno del proprio contesto urbano che al suo esterno senza correre il rischio di rivendicare con autoreferenzialità aspetti locali che finirebbero inevitabilmente per apparire esagerati ed ottenere un esito affatto producente. Un rischio in cui si potrebbe facilmente incorrere se si considera il ruolo “mistificatore” che potrebbe assumere la campagna di costruzione mediatica intorno al marketing. E’ sempre importante creare una collaborazione tra settore culturale e settore turistico mentre spesso accade che nella promozione turistica vengano esclusi gli aspetti legati alla attualità culturale privilegiando quelli tradizionali. Le prime Capitali Europee della Cultura (CEC) erano chiamate Città Europee della Cultura ed Amsterdam, Atene, Berlino, Firenze, e Parigi tra il 1985 ed il 1989 erano considerate da tempo grandi capitali della cultura ed il titolo di CEC non modificò il loro ruolo nell'immagine dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale. La prima città a divenire capitale europea e ad utilizzare il titolo di CEC fu Glasgow nel 1990.Le strategie di marketing territoriale rilanciarono l’immagine della città che nel 1990 potè contare sullo sviluppo del turismo culturale con uno sguardo particolare alla creatività contemporanea ponendosi come centro per le “produzioni artistiche innovative”. Anversa nel 1993 “utilizzò invece il programma CEC anche a fini di comunicazione civica, per ricordare ai cittadini  e ai media locali il suo passato di città aperta e interculturale, nel contesto delle tensioni generate dal successo elettorale del Vlaams Blok, dopo una campagna contro la crescente immigrazione da paesi extracomunitari”. Un esempio questo di Anversa certamente positivo che conferma come una buona strategia di comunicazione di una CEC non deve allontanarsi dalla realtà, non deve creare aspettative impossibili e soprattutto, deve mantenere viva l’attenzione dell’opinione pubblica. Bisogna puntare sempre sulla diversità di una città e considerare propri anche quei fattori negativi della tradizione culturale correndo il rischio di apparire “minacciosi, devianti e trasgressivi” come nel caso del tema hitleriano di Linz 2009. Il modello di Glasgow  si impose a partire dagli anni Novanta come vincente, influenzando le successive candidature a capitale europea delle città su un buon programma di collegamento tra la programmazione culturale ed il marketing territoriale. Nel corso degli anni per le candidature CEC sono state inserite nella comunicazione una serie di tematiche che variano dalla  partecipazione dei cittadini all'inclusione sociale, sino al multiculturalismo, ai beni culturali ed al rapporto tra cultura ed ecologia. Una CEC  potrà definirsi tale se riuscirà a costruire ed a comunicare la giusta immagine di se stessa nella sua unicità urbana e nella complessità delle proprie contraddizioni.

Pubblicato da Antonella Colaninno

Fonti: Franco Bianchini da Artlab 11

NOTE: Inclusione sociale e partecipazione dei cittadini: 1996/Copenhagen; 1998/Stoccolma; 2000/Helsinki; 2003/Graz; 2008/Liverpool; 2014/Umea; 2016/San Sebastiano (ed altre).
 Rapporto tra cultura ed ecologia: 1996/Copenhagen; 1998/Stoccolma; 2000/Reykjavik     (molto sensibili le città nordiche).
Multiculturalismo: 2001/Rotterdam; 2007/Lussemburgo; 2008/Sravanger.
Beni culturali: 1996/Copenhagen; 2000 Praga (ed altre)


venerdì 9 maggio 2014

FRIDA KAHLO IMMAGINI E COLORI DAI SENSI




“Mi considervano surrealista ma non ho mai dipinto sogni. Quel che ho raffigurato era ciò che sentivo, la mia realtà.” Frida Kahlo

di Antonella Colaninno

Entrare nel mondo di Frida Kahlo (1907-1954) richiede un passaggio privilegiato attraverso l’ingresso della sfera dei sensi. Avverto una certa difficoltà a percorrere le vie del colore e della magia, tra enigmi di fiori, visioni oscure di paesaggi alchemici e l’esuberanza dell'autorappresentazione forse, perché nascono dalla sofferenza e dall’immobilità. Frida Kahlo come tutti sanno, inizierà a dipingere dopo un grave incidente che all'età di 18 anni, la costringerà a restare per un lungo tempo a letto. Le numerose fratture riportate in diverse parti del corpo e la conseguente convalescenza le apriranno le porte di un mondo segreto di energie nascoste. Saranno gli autoritratti a raccontare la complessità di un mondo interiore che si svela allo specchio, quello nel quale Frida osserva la sua immagine distesa riflessa per  tutto il giorno, l’alter ego della propria dimensione. Riflesso di corpo malato e di amore che diventa valore iconografico di un’epoca. La triste  vicenda autobiografica accompagna le storie del mondo contadino con la sua passione rivoluzionaria che anima lo spirito contemporaneo. Il Messico si riflette e  si intreccia nelle vicende umane dell’artista e nel suo attivismo politico, spirito ribelle e creativo ripercorre l’immaginario dei simboli della cultura popolare ed il folklore primitivo dei segni tra colori e codici della cultura messicana. Introdotta nel mondo surrealista del sogno, delle visioni e delle linee segrete, Frida Kahlo seguirà piuttosto un realismo magico personale in cui è possibile cogliere citazioni colte desunte dalla pittura del passato accanto alla rappresentazione naif di gusto popolare e alla tradizione rurale del murales: resterà affascinati da grandi dipinti di Diego Ribera. Nei suoi dipinti il segno scarno e pulito si riempie di colore e di suggestioni fantastiche, elementi fantasiosi di ibridi accostamenti di forme e colori così limpidi nel realismo eppure così misteriosi nella rappresentazione raccontano atmosfere umide e sognanti. In una lettera a Rivera così scriveva Picasso: “Né Derain, né tu, né io siamo capaci di dipingere una testa come quella di Frida Kahlo.”

Pubblicato da Antonella Colaninno





 In foto: alcune fotografie ed autoritratti e la copertina di Vogue a lei dedicata.

In mostra a Roma presso le Scuderie del Quirinale 

giovedì 1 maggio 2014

PASOLINI ROMA




"Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l'erba, la gioventù. L'amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile.
Come finirà tutto ciò? Lo ignoro."
Pier Paolo Pasolini


di Antonella Colaninno

Una vita contro eppure dentro la storia quella di Pier Paolo Pasolini, vissuta a braccia aperte ma con a fianco l’ombra del sospetto  e la fierezza di un pensare senza veli. Un intellettuale, un artista, e una grande passione per il cinema e l’arte ma forse, una cosa sola: un grande poeta. Ma chi era Pier Paolo Pasolini davvero, quale il suo ruolo per la storia oggi e quale per quella a lui contemporanea. Una vita vissuta nel mezzo, tra antico e moderno, tra amore e odio, tra slanci e repulsioni, tra vita di provincia e desiderio di cambiamento, tra la miseria del sottoproletariato e la sete di conoscenza, tra riflessione e azione. Quando la storia di un intellettuale incontra le storie dei “ragazzi di vita” delle borgate romane lì, tutto incomincia. 

Quattro capitali europee raccontano l’autenticità di una figura complessa come quella di Pasolini attraverso quattro mostre che celebrano l’unicità del suo pensiero: Barcellona, Parigi, Berlino e Roma, la città che lo ha “adottato” e che gli ha dato fama e oblio. Pasolini arriva a Roma nel 1950, negli anni del dopoguerra, del Neorealismo, della Dolce vita e della tradizione della Scuola romana, dove le energie creative convivono accanto alla miseria e al degrado morale, dove l’attrazione per la città e la voglia di allontanarsi lo legheranno alla capitale in un rapporto passionale di umori contrastanti. Roma offrirà a lui bellezza e successo  ispirando le trame dei film e dei suoi romanzi ma, allo stesso tempo, le difficoltà economiche al suo arrivo in città lo porteranno tra le vite dell’umanità dispersa delle borgate, tra quel sottoproletariato di cui racconterà le miserie quotidiane interpretandole  in chiave poetica. 

Radicali le sue posizioni sul malcostume della società italiana che si avvia al declino culturale e morale, quando tutto il male del mondo appare sotto tutta la bellezza del mondo, quando la bellezza dimentica la propria immagine per vestirsi di abiti che gli altri vogliono farle indossare, quando la borghesia diventa vittima della propria ricchezza e la povertà si piega sotto il peso della propria incapacità a reagire. Vittima delle proprie idee, Pasolini sarà  condannato alla persecuzione dei poteri forti e dell’informazione che cercherà di demolire la sua immagine anche alla luce della sua diversità sessuale, sino all’assassinio nel 1975. La mostra romana ricostruisce l’intricata vicenda umana e professionale di Pasolini artista ripercorrendo i luoghi, gli amori, l’impegno e le vicende drammatiche che hanno contrassegnato la vita di un personaggio scomodo. Citazioni di poesie e pensieri personali, oggetti, disegni, fotografie,dipinti e materiale inedito, filmati e interviste in cui Pasolini si racconta aprono un percorso ricco di spunti e di riflessioni sulla sensibilità profonda, fragile e inquieta di un uomo che ancora oggi resta per molti un mistero.


Pubblicato da Antonella Colaninno





In foto: una sequenza di immagini di Pasolini regista ed un suo autoritratto.



domenica 27 aprile 2014

L’800 INGLESE NELLA COLLEZIONE PEREZ




[…] riemerse solo da pochi decenni da un cono d'ombra in cui la critica d'arte coeva le aveva costrette sin dal loro apparire […]

di Antonella Colaninno

Immaginare l’arte dentro una cornice rappresenta oggi, un pensiero quasi contro tendenza se pensiamo ai numerosi tentativi di portare l’arte fuori dal quadro alla conquista dello spazio e di strumenti di espressione alternativi. La tradizione della pittura induce a riflettere sui valori poetici e letterari di una rappresentazione figurativa di perfezione formale e di un’estetica che sul finire dell’Ottocento, in piena rivoluzione del costume e della società, pone la donna al centro di un percorso di riscoperta della bellezza che si sublima nella visione eterna del desiderio. Nel suo essere estasi e tormento, la donna mostra la sua sensualità  languida e indolente, spirituale e raffinata, mito di quella decadenza che si nutre di semplicità e purezza, prendendo le distanze dal mondo reale. In questa ricerca del bello, nasce la consapevolezza dell’arte per l’arte nella sua naturale seduzione, della vita stessa al servizio dell’arte che cerca di essere magica e al tempo stesso, inaccessibile. Leggenda, mito e fiaba popolano la visione di un mondo che riscopre la dimensione sensoriale cercando di liberarsi dal peso morale della cultura vittoriana, sviluppando la poetica del gusto e della cura del particolare e della decorazione. Un’ interessante mostra in corso presso il Chiostro del Bramante illustra la ricchezza di quel movimento estetico nato in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento che pure se in una visione comune, ha prodotto varietà di sfumature. La mostra romana presenta una serie di opere provenienti dalla collezione del ricco mecenate messicano Juan Antonio Pèrez Simon che comprende importanti dipinti dei pittori dell’Ottocento inglese e di uno dei suoi esponenti di spicco: Lawrence Alma-Tadema come il suo capolavoro: Le rose di Eliogabalo, una tela di grandi dimensioni esposta alla Royal Academy nel 1888. Sotto una cascata di petali di rose si svolge il banchetto del crudele imperatore romano che tra i fiori inebria e “schiaccia” i suoi convitati. Il mito classico del ciclo delle stagioni e della primavera ispira Il canto della primavera (1913) di John W. Waterhouse e la malinconica consapevolezza della giovane donna di Arthur Hughes in La nube passa. "[...] muse o modelle, femmes fatales, eroine d'amore, streghe,incantatrici, principesse; l'essere angelicato che può diventare demonio, la salvezza che può diventare tentazione."


Pubblicato da Antonella Colaninno



In foto: Lawrence Alma-Tadema, Le nozze di Eliogabalo (1888); William C. Wonter, La suonatrice di Saz (1988); Frederic Leighton, Crenaia, la ninfa del fiume Dargle (1880); John W. Waterhouse, Il canto della primavera (1913); Chiostro del Bramante.

venerdì 25 aprile 2014

LA STORIA DEL MUSEE D’ORSAY E DELLE SUE COLLEZIONI IN MOSTRA A ROMA








“Il Musèe d’Orsay fu inaugurato dal presidente della Repubblica francese, Francois Mitterand, il 1 dicembre 1986 e aprì le porte al pubblico il 9 dicembre. E’ diventato uno dei musei più importanti al mondo, che conta mediamente circa due milioni e mezzo di visitatori l’anno” per una collezione di circa 4000 opere.

di Antonella Colaninno

L’intervento architettonico di Gae Aulenti sull’antica stazione ferroviaria progettata secondo criteri monumentali e decorativi dall’architetto Victor Laloux, ha trasformato l’edificio inaugurato nel 1900, anno della grande Esposizione Universale di Parigi, nel prestigioso Musèe d’ Orsay. Alcuni passaggi fondamentali di questo restauro e degli interventi di allestimento realizzati a partire dal 1985, sono illustrati nella mostra romana dal titolo “Musèe d’Orsay. Capolavori.” in corso presso il Complesso del Vittoriano. Bozzetti, grafici, sezioni e filmati raccontano gli sviluppi di un progetto che si volle affidare all’architetto italiano dopo aver definitivamente bloccato la volontà di demolire la stazione. Una decisione resa possibile grazie alle posizioni dell’allora ministro francese agli Affari Culturali Jacques Duhamel e al contributo di Georges Pompidou. La Gare d’Orsay fu così, salvata  dalla demolizione e nel 1973 “venne inclusa nell’inventario dei monumenti storici da quella stessa Commissione Superiore dei Monumenti Storici che pochi anni prima non aveva posto ostacolo alla sua distruzione”. L’idea di una nuova destinazione d’uso per la Gare d’Orsay nacque dall’esigenza di creare una nuova collocazione ai dipinti degli Impressionisti della Galerie nationale du Jeu de Paume. La Direzione dei Musei di Francia dispose  la creazione di un nuovo museo che si sarebbe aggiunto al Louvre e al Musèe National d’Art moderne e la Gare d’Orsay interpretava al meglio le esigenze di una società in cambiamento per la modernità della sua struttura con l’ampia copertura a volta in cemento. Il 20 ottobre 1977  l’allora presidente della Repubblica Valèry Giscard d’Estaing rese ufficiale il progetto della trasformazione della vecchia stazione ferroviaria in museo. Nel 1978 la Gare d’Orsay e l’albergo di lusso di Laloux  vennero dichiarati monumenti storici e nel 1980 su concorso ad invito, venne conferito l’incarico all’architetto italiano Gae Aulenti. Il restauro dovette considerare in primis, la tutela delle strutture, degli spazi e delle decorazioni  ma allo stesso tempo, ripensare agli spazi aperti della stazione come funzionali a contenere una importante collezione d’arte. Il nuovo museo avrebbe fatto un passo avanti rispetto al Louvre e avrebbe considerato tutte le arti del secondo Ottocento del panorama internazionale fino al 1910 e a seguire, “data che segnava l’inizio della collezione del Musèe national d’Art Moderne”.  Le collezioni  furono costituite attraverso gli acquisti dello stato e alle importanti donazioni dei collezionisti. Una parte della collezione del Musèe d’Orsay di gusto conservatore proviene dalle acquisizioni del Louvre e del Musèe du Luxembourg (1818) dai Salon dove venivano ammesse le opere che passavano al giudizio severo e insindacabile della giuria. “I Salon erano dunque espressione del gusto artistico ufficiale, che privilegiava la grande pittura di storia o mitologica e il ritratto: ogni deviazione dalla tradizione accademica era programmaticamente bandita”.  Le opere impressioniste considerate lontane dalla tradizione, finirono nel museo attraverso le donazioni spesso contestate, perché i Salon  solo dopo il 1870 mostrarono una certa apertura verso le opere della scuola di Barbizon che segnò un profondo rinnovamento della pittura di paesaggio, che prese le distanze dagli schemi accademici preferendo una maggiore aderenza allo studio diretto del vero. Nel 1895 furono acquisiti 121 quadri della scuola di Barbizon grazie alla donazione di Georges Thomy Thièry, “fondatore dei grandi magazzini del Louvre e gestore dell’albergo d’Orsay”, donazione che permise al museo di arricchirsi di opere come Angelus di Millet. Un’ulteriore donazione fu quella di Alfred Chauchard sempre per i dipinti della scuola francese e quella di Etienne Moreau-Nèlaton con ben 125 dipinti, 5000 disegni, 3000 stampe e documenti tra cui si annoverano Le Dèjeuner sur l’herbe di Manet, I papaveri di Monet ed opere di Pissarro, Sisley, Delacroix e Corot. Altre importanti opere furono acquisite attraverso l’acquisto negli atelier d’artista dopo la  morte dei pittori. Gli anni  tra le due guerre costituirono un periodo importante per le donazioni di cui si ricorda quella di Jacques Doucet, Auguste Pellerin e Antonin Personnaz.



L’esposizione romana si snoda attraverso cinque sezioni: la prima mostra “il nucleo originario della collezione”, quello sull’arte dei Salon, di gusto accademico apprezzata dalla critica e dal grande pubblico. Segue la sezione dedicata al rinnovamento della Scuola di Barbizon, primo approccio en plein air verso lo studio della luce che tra il 1830 ed il 1870, anticipa la pittura impressionista. La terza sezione è dedicata alla modernità del nuovo gusto impressionista che predilige non solo la veduta di campagna, ma tutto ciò che richiama il cambiamento con la presentazione di quei soggetti cari alla società del progresso. Segue la sezione dedicata alla “declinazione simbolista” della pittura del secondo Ottocento, ricca di forme e soggetti ma soprattutto di slancio emotivo. La mostra si chiude con l’esperienza dei pointillisti e di una pittura che partendo dallo studio della luce degli impressionisti, si spinge oltre verso la segmentazione della stessa, sino alla visione altra del dato realistico. Le pennellate a piccoli ed esili tratti costituiscono materia indipendente dalla stessa natura. Un periodo di grande ricerca che riporta l’attenzione sulla decorazione mentre sperimenta nuove tecniche che “dal cloisonnisme di Gaugin ai Nabis” si apre al Novecento e alle sue grandi correnti artistiche.

UN PO' DI STORIA...
Il suolo su cui oggi si trova il Musèe d'Orsay ha una storia antica che risale ai primi anni del Seicento, quando Margherita di Valois, figlia di Caterina de' Medici, decise di fare edificare un elegante palazzo che sarebbe stata la sua dimora proprio lì dove scorre la Senna e dove sorgeva esattamente sulla riva opposta, la residenza di Enrico IV, il sovrano-sposo che l'aveva ripudiata. Qui Margherita vi abitò dal 1609 al 1615, anno della sua morte e sino al 1623 il palazzo rimase di proprietà della famiglia finchè il re Luigi XIII,erede legittimo, decise di vendere la residenza per far fronte ai debiti lasciati dalla defunta. Dalla proprietà di Caterina negli anni, si è esteso un asse viario che comprende l'attuale rue de Lille, un tempo l'asse principale del giardino, e sono sorte una serie di importanti ed eleganti dimore, come quella della duchessa di Borbone che oggi è sede dell'Assemblea Nazionale. La zona che rimase inedificata visse per lunghi anni in uno stato di degrado sino agli inizi del Settecento quando Charles Boucher d'Orsay si adoperò per il recupero della zona che fu chiamata quai d'Orsey  Nel 1751, "una piccola parte del cantiere, nella zona orientale dell'attuale stazione", fu sistemata ed utilizzata per gli spostamenti dei regnanti e degli ufficiali e dopo la Rivoluzione, fu trasformata in una caserma. Accanto a questa caserma nel 1810, fu iniziata la costruzione per volere di Napoleone, del Palais d'Orsay, sede del Ministero degli Affari Esteri, completata nel 1938 e assegnata in seguito, alla Corte dei Conti e al Consiglio di Stato. Nel 1871 il quartiere fu incendiato a seguito degli scontri della Comune ed il Palazzo perse le strutture portanti e le preziose decorazioni. Dopo venticinque anni, il rudere sarà venduto dallo Stato francese alla Compagnia ferroviaria di Orlèans che affiderà i lavori all'architetto Victor Laloux per i quali saranno impiegati 12.000 tonnellate di metallo, il doppio rispetto alla quantità utilizzata per la costruzione della Tour Eiffel.

Pubblicato da Antonella Colaninno


In foto: Edgar Degas: Ballerine che salgono una scala; Jules-Alexis Muenier: La lezione di catechismo; Giuseppe De Nittis: Place des Pyramides; Henri Geoffroy: Il giorno di visita all’ospedale; Edgar Degas: L’orchestra dell’Operà; una delle sale interne del Musèe d’Orsay.

lunedì 10 marzo 2014

QUANDO L’EROE MUORE






“Vienna sprizzava vitalità da tutti i pori, era diventata una metropoli, lo si vedeva e percepiva in tutto il mondo tranne lì, nella città stessa, che nel gran desiderio di autoannientarsi non si era accorta di essere finita d’un tratto al vertice del movimento che si definiva moderno. E questo perché l’autoanalisi e l’autodistruzione erano diventate elementi centrali del nuovo pensiero, mentre infuriava il –secolo nevrotico-, come lo definiva Kafka. E non c’era luogo in cui i nervi fossero a fior di pelle […] più che a Vienna” Florian Illies

di Antonella Colaninno

Leggendo le pagine di “1913” di Florian Illies , "L'anno prima della tempesta" ripercorro insieme all’autore gli “atti” di un viaggio ideale nei luoghi reali della storia tra gli atelier d’artista dove trovano forma le genesi dei capolavori letterari e le sperimentazioni artistiche e fanno capolino alcuni attimi di vita privata dei personaggi. Approdo così,  a Vienna nelle stanze d’artista di Gustav Klimt e di Egon Schiele, in quella Vienna che Lou Andreas-Salomè percepiva come la “città più erotica del mondo” (F. I.), un erotismo che avvolge nella morbida sensualità di Klimt ma che si trasforma nella carnalità scarna ed anatomica di Schiele esprimendo tutto lo smarrimento di una generazione alimentata dalle fragilità dell’uomo. La Vienna che Arthur Schnitzler definirà sarcasticamente priva di valori e antisemita nel suo libro "Il sottotenente Gustl", attraverso l’asprezza priva di slanci del suo protagonista. L’Espressionismo tedesco tradurrà l’ansia collettiva nell’ incapacità di aprirsi ad una narrazione lineare, nello spazio annullato la potenza espressiva evoca e distrugge l’immagine e affiora il mostruoso nel naufragio dell’io desolato e redento nell’ urlo più famoso di tutti i tempi che lo anticipa.  La malattia si fa epigono di un ‘anima straziata e sola, di una identità perduta che ha smarrito la sua dimensione  esistenziale. Un malessere diffuso che parte dall’inconscio e porta la sua eco lontano, negli spazi dell’arte e della letteratura. Nella città di Praga incontriamo Kafka che “soffre per la paura che la sua creatività si sia esaurita”. La sua è una dimensione umana confusa e distruttiva che si riflette nei personaggi malati delle sue trame e si dilata schiacciandoli,  lasciandoli come outsider al di fuori del gioco inesorabile della dialettica della vita nella quale privi di passioni e di illusioni si lasciano travolgere. L’inquietudine cammina come un’ombra accanto agli eventi, tiene il passo senza mai raggiungerli, senza mai comprenderli fino in fondo. “E allora, tutti a Vienna! La -centrale- della modernità nel 1913”. Vienna, la città che fa l’occhiolino alle grandi capitali europee: Berlino, Parigi e Monaco. La città di Oskar Kokoschka e del suo espressionismo introspettivo e analitico, e di Sigmund Freud e della sua psicanalisi. “Ed era lì che infuriavano le battaglie sull’inconscio, sui sogni, le dispute sulla nuova musica, la nuova visione, la nuova architettura, la nuova logica, la nuova morale” (Florian Illies).

Pubblicato da Antonella Colaninno




In foto: Florian Illies; foto d’epoca; opera di Egon Schiele; opera di Egon Schiele; copertina di “1913 L’anno prima della tempesta” di Florian Illies

venerdì 14 febbraio 2014

ARTE FIERA BOLOGNA





di Antonella Colaninno

Anche quest'anno continua l'impegno di Arte Fiera di investire sul collezionismo con un fondo acquisizioni rilanciato già lo scorso anno, con uno stanziamento di 100.000 euro per l'edizione del 2014. Un impegno che ha voluto riportare l'attenzione anche sull'Ottocento e sulla grande tradizione della pittura italiana della seconda metà del secolo e della grande stagione del primo Novecento, assecondando un gusto ed un interesse riscoperto sul mercato. Da Boldini a Fattori, da Lega a Signorini sino a De Nittis e Zandomeneghi, in un percorso di grande pregio che ha visto la presenza in fiera di gallerie d'arte specializzate sull'arte moderna. Un'altra novità per questa 38a edizione di Arte Fiera è stata la presenza della fotografia d'autore. Bologna Fiere ha infatti, siglato "un accordo pluriennale" con MIA Fair, la più importante fiera italiana del settore firmata Fabio Castelli che ha aperto la partecipazione alle gallerie che lavorano nell'ambito della fotografia d'autore. Una presenza di 172 gallerie per dare "sostegno" al rilancio del mercato italiano che punta al collezionismo di qualità e alla tradizione della pittura italiana del secondo Ottocento. Una grande scommessa per Arte Fiera 2014 che ha visto raddoppiare i visitatori della scorsa edizione, riconfermando Bologna come importante centro per il mercato dell'arte internazionale con uno sguardo attento alle proposte dei giovani artisti cinesi e all'arte dei paesi dell'Est Europa. SH Contemporary è la fiera d'arte contemporanea di Shangai prodotta da Bologna Fiere che dopo la cancellazione del programma autunnale dello scorso anno, ripartirà il prossimo settembre sotto la nuova direzione di Guido Mologni, cofondatore a Bulow di un club privato per i collezionisti della città. Una nuova frontiera culturale per Arte Fiera che si è affermata nel panorama della scena artistica internazionale anche nell'est asiatico. La Cina è ormai, un mercato sempre più in crescita per collezionisti e appassionati, con un forte sviluppo culturale che ha visto negli ultimi tempi, la nascita di nuovi musei, l'apertura di una nuova sede della casa d'aste Christie's e il progetto della futura nascita della new free-trade zone di Shangai, per rafforzare il ruolo economico della città, già principale polo finanziario della Cina continentale. 

Pubblicato da Antonella Colaninno

In foto: l'Ottocento italiano; visitatori tra gli stand; il presidente di Bologna Fiere Duccio Campagnoli con Gianni Morandi; un'opera del fondo acquisizioni 2014: Mario Dondero, "Pierpaolo Pasolini e sua madre Susanna fotografati nella loro casa all'Eur", 1962.