Nudo di donna EGON SCHIELE















martedì 1 gennaio 2013

SULLE VIE DELLA SETA ANTICHI SENTIERI TRA ORIENTE ED OCCIDENTE



di Antonella Colaninno

Il mondo antico esercitava un’intensa attività di scambi commerciali a cui si univano gli spostamenti di soldati e di pellegrini, tutti quanti mossi da spirito di conoscenza e di potere. Queste peregrinazioni determinarono dei veri e propri percorsi che sono stati identificati nelle Vie della Seta per via dell’importanza del commercio di questo tessuto prezioso. Sulle Vie della Seta tra VII e XIV secolo si incrociarono una moltitudine di popoli e di culture dove anche la nostra penisola ha lasciato importanti testimonianze. Presso Palazzo delle Esposizioni di Roma è in corso sino al prossimo 10 marzo, una interessante mostra dal titolo Sulla Via della Seta, antichi sentieri tra Oriente e Occidente che ricostruisce il lungo viaggio dei popoli da Oriente ad Occidente, attraverso le quattro città simbolo del tempo: Chang’an, l’attuale Xi’an e all’epoca “capitale cosmopolita della dinastia cinese dei Tang”; Turfan, “città oasi del deserto del Gobi”; Samarcanda, importante centro vitale per il commercio e la cultura; e Baghdad, “capitale del mondo islamico e sede del califfato.”
Il mare rappresentava lo snodo vitale di questi traffici commerciali. Dalla Siria si giungeva al Mar Mediterraneo e Venezia e Genova furono le principali città italiane interessate ai rapporti con l’estremo oriente. Viaggiatori e mercanti italiani, tra cui ben note sono le imprese di Marco Polo, cercarono fortuna in Cina, negli anni del dominio mongolo (1272 – 1368). A testimoniare questi rapporti sono esposte nella sezione dedicata alle relazioni tra le città italiane e l’Oriente, una serie di miniature ed un manoscritto mercantile del XIV secolo che riporta alcuni consigli di viaggio con l’indicazione dei relativi tempi di percorrenza. Fiore all’occhiello, l'immancabile Milione di Marco Polo nella sua edizione originale redatta a mano, oltre ad un’edizione a caratteri a stampa. Ad arricchire la sezione, l’esposizione di alcuni prodotti che rilevano la diversa tipologia di commerci che dalla seta finiva per interessare anche i beni di lusso. L'intero percorso espositivo offre la possibilità di ammirare preziosi manufatti ceramici, trame ed orditi raffinati ed importanti pitture su tavola


Pubblicato da Antonella Colaninno

Mostra visitata il 12 dicembre 2012


Mostra organizzata da American Museum of Natural History, New York
in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo and Codice. Idee per la Cultura, Torino

a cura di Mark Norell

sezione italiana a cura di Luca Molà, Maria Ludovica Rosati e Alexandra Wetzel

mercoledì 26 dicembre 2012

BENEDETTE FOTO! Carmelo Bene visto da Claudio Abate






di Antonella Colaninno

Il teatro surreale di Carmelo Bene raccontato dalle fotografie di Claudio Abate.
L’immaginario poetico e dissacratore del teatro contemporaneo di Carmelo Bene ha rivoluzionato la scena del teatro italiano del Novecento e ha fatto molto discutere per la sua originalità e la sua estrema e provocatoria contemporaneità tutta giocata sul ruolo delle immagini e dei suoni. Il corpo diventa lo strumento della comunicazione diretta con il pubblico, l’elemento predominante di una narrazione che affida alle luci e alla novità dei costumi e del trucco l’elemento principale della composizione scenica.
A dieci anni dalla scomparsa di Carmelo Bene, Palazzo delle Esposizioni celebra la figura complessa di questo artista e del suo teatro attraverso gli scatti di Claudio Abate, unica testimonianza visiva che ci è stata tramandata.
Le foto di Claudio Abate svolgono un ruolo importante nella vita di Carmelo Bene; fu infatti, grazie ai suoi scatti che l’artista fu scagionato dalle accuse di oltraggio per lo spettacolo Cristo 63. Il titolo della mostra “Benedette foto!” trae origine dalle parole pronunciate dallo stesso artista in merito a questa vicenda, ricordando l’effetto salvifico della sua testimonianza fotografica.
Circa 120 fotografie a colori e in bianco e nero documentano sulla scena, tra il debutto e le prove, il lavoro di recitazione tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 del Novecento, dei 10 tra i primi spettacoli di Carmelo Bene: Cristo 63; Salomè da e di Oscar Wilde, Faust o Margherita; Pinocchio ’63; Il Rosa e il Nero da di a G. M. Lewis; Nostra Signora dei Turchi; Salvatore Giuliano. Vita di una rosa rossa; Arden of Feversham; Don Chisciotte. Un percorso affascinante che non manca di emozionare il visitatore, che pone al centro la ricerca continua della dimensione dello spazio quale valore assoluto, dove ogni esperienza umana si disperde. Il presente rappresenta l'unica esperienza alienante del sè in una riflessione surreale sul tempo e sulla sua paradossale ambiguità.
L’ultima sezione della mostra è dedicata  alle riprese della Salomè (1972). L’archivio di Claudio Abate, a parte questa esperienza sul teatro, è incentrato sul lavoro delle arti visive e di artisti come: Pino Pascali; Jannis Kounellis; Eliseo Mattiacci; Fabio Mauri; Gino De Dominicis; i Neuen Wilden tedeschi e gli artisti della Scuola di San Lorenzo.
 

Pubblicato da Antonella Colaninno
Mostra visitata il 12 dicembre

In alto, in ordine: Carmelo Bene (Faust) in Faust o Margherita, Teatro dei Satiri, Roma 1966; Carmelo Bene (Faust) in Faust o Margherita, Teatro dei Satiri, Roma 1966; Carmelo Bene in Salomè, lungometraggio 1972; Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio ’66, Teatro Centrale, Roma 1966; Veruscka in Salomè (lungometraggio); Veruscka in Salomè; Carmelo Bene(Onorio) e Veruscka (Myrrhine) in Salomè (lungometraggio, 1972).

venerdì 21 dicembre 2012

RENATO GUTTUSO






“Quanno finisci di travirsarla tutta e infini arriva a capo della viuzza, si trova ad aviri il sciato grosso come quanno si tocca la riva allo stremo delle forzi doppo ‘na longa natata” Andrea Camilleri (da La Vucciria Renato Guttuso)



di Antonella Colaninno



Non è semplice cercare di raccontare il mondo così come lo vedeva Renato Guttuso (Bagheria, 1912 – Roma, 1987) che del suo tempo e del suo mestiere ha fatto passione di vita e di arte.“Se io potessi, per una attenzione del Padreterno, scegliere un momento nella storia e un mestiere sceglierei questo tempo e il mestiere del pittore.” Sempre attento alle relazioni con altri artisti, Guttuso ha mantenuto viva in sé una certa “sicilitudine.” L’amore per la vita e per il colore, e un erotismo mai nascosto sono solo una parte di una visione del mondo dove l’ombra della morte resta una presenza vigile, una nota stridente che serpeggia misteriosa tra la vitalità della gente e dei colori dei suoi mercati. Una visione antica di amore e di morte, di erotismo e di passione che traduce il mito e la storia nel presente perché il vero protagonista in Guttuso è l’uomo e la sua storia.

Una vita vissuta tra Milano, Palermo e Roma tra artisti ed intellettuali. Alberto Moravia, Giacomo Manzù, Leonardo Sciascia, Eugenio Montale, Pablo Neruda, Luchino Visconti, Vittorio De Sica e Pierpaolo Pasolini ebbero con lui un’intensa collaborazione artistica, e poi l’amico Picasso a cui dedicò una serie di opere tra cui Il Convivio (1973), nella quale Picasso pittore siede tra alcuni dei suoi personaggi come la donna de Les demoiselles e l’Arlecchino pensoso. 
In occasione del centenario della sua nascita, Roma dedica all’artista siciliano una grande mostra, la prima antologica sull’intero percorso artistico di Guttuso che a Roma trascorse più di 50 anni di vita. Oltre 100 opere raccontano il suo impegno di artista nella società, spesso criticato da aspre polemiche quando il suo linguaggio si fa provocatore e rompe gli schemi iconografici tradizionali. La Crocifissione (1940,41) con la Maddalena denudata e le croci collocate frontalmente l’una alle altre, sollevò la disapprovazione degli ambienti cattolici e fu condannata dal Vaticano. Guttuso amava dipingere tele di grande formato, pensava fosse un atto dovuto ad un pittore.“Io di solito aspetto che mi vengano le idee, non le vado mai a cercare, un giorno ero seduto al caffè Greco, proprio nella sala che ho dipinto, e ho cominciato a pensare che era un tema che mi si addiceva. C’era de Chirico da un lato, seduto. Ho continuato a pensare al progetto e quando si è un po’ maturato ho incominciato a fare qualche disegno […] in questo quadro c’è un elemento catalizzatore, Giorgio de Chirico, anche se il fascino del luogo nasce anche dalla gente che ci è passata, da Buffalo Bill a Gabriele D’Annunzio. […] nel quadro ci sono molti elementi dechirichiani, penso a “il sogno del poeta” a “il ritratto premonitore di Guillaume Apollinaire […]. Volevo però dare, sia pure con un solo segno, il senso della storia che è passata.”

Guttuso racconta così, le immagini di una storia attraverso altre storie, dando vita ad un sentimento collettivo che traccia il disegno di un’epoca e si concentra sul tempo dell’uomo. Nella Vucciria (1974), l’esaltazione del colore e la sinuosità delle forme enfatizzano un sentimento di morte. Le carni appese ed il piano inclinato sullo sfondo dove la frutta e gli ortaggi sembrano ruotare in un vortice, esprimono il senso del tempo e del suo inesorabile passaggio. Cesare Brandi scrive che “[…] il quadro brucia, il quadro, con tanti timbri quasi violenti che si cozzano, in realtà vive entro contorni di pece, listato e lutto. […] come su un fondo nero, come dipinto su una lastra di lavagna […]” Una chiara allusione alla sua terra, la Sicilia, così piena di vita e di colori ma segnata da un destino di paura e di morte. Lo stesso Guttuso scriveva: “E’ un quadro nero […] mentre dipingevo, mi sono accorto come tutta quella abbondanza di vita contenesse, nel fondo, un senso distruttivo. Senza che io ci pensassi o volessi, la tela esalava un sentimento di morte.”

In Guttuso la memoria è il filo conduttore delle sue storie. La memoria di sé, riprodotta negli autoritratti, la memoria dei luoghi che attraverso i colori esprimono le sensazioni  dei profumi e dei sapori. E infine, la memoria della storia e delle tante storie che la compongono. Le atmosfere cupe della guerra e la luce della Sicilia, la memoria letteraria e quella neorealista desunta dal cinema e dagli ambienti popolari. Tutto il Novecento si racconta nell’umanità di Renato Guttuso, con le sue passioni e le sue storie di dolore, ancora così antica per essere contemporanea, ma così attuale pur restando anacronistica.







“Chi ripercorre la sua pittura, come le motivazioni che passo passo ne hanno giustificato le ragioni, è di fronte a un grado di passionalità partecipativa, di vitalismo, sorprendenti, e certo di portata tutt’altro che inattuale.” Enrico Crispolti  
Mostra visitata il 12 dicembre

In alto, in ordine: Guttuso e Marta Marzotto; Il caffè greco; La Vucciria (particolare); Amanti (?); Figura femminile.



Pubblicato da Antonella Colaninno

mercoledì 5 dicembre 2012

CELESTE PRIZE 2012



di Antonella Colaninno

Sabato 1 dicembre si è conclusa l’edizione 2012 del Celeste Prize, curata da Katia Garcia –Anton. I vincitori sono stati scelti attraverso il voto degli artisti finalisti, durante la mostra allestita presso la Centrale Montemartini di Roma. Oltre 1400 artisti provenienti da tutto il mondo si sono confrontati con il proprio lavoro, sottoponendolo all’attenzione della curatrice e del comitato di selezione. Quattro le categorie tra Pittura, Fotografia, Installazione & Scultura, e Video & Animation Price, a cui si aggiunge il Premio del pubblico.
Per la sezione Pittura, il premio va all’artista tedesca Antoinette Von Saurma e al suo inchiostro su carta dal titolo Sendai in the snow. Una commovente rappresentazione di un paesaggio del Sendai presso Fukoshima dopo la tragedia dello Tsunami, descritto attraverso il deserto dei suoi fantasmi, di ombre ormai vuote private delle forme di vita. L’immobolità del paesaggio si ispira alle immagini giapponesi, all’ordine di queste composizioni e alle costanti evocazioni poetiche.
L’opera dal titolo Pietà dell’artista inglese David Birkin si aggiudica il primo premio per la sezione Fotografia. Una grande campitura dai colori del mare ricavata da polveri di lapislazzuli copre l’immagine relativa alla notizia di una donna afghana ai funerali di sua figlia. Come spiega l’artista, i pigmenti di lapislazzuli hanno un significato simbolico che rimanda al colore dell’abito della Vergine Maria delle iconografie rinascimentali. Il manto che copre il soggetto della foto ha il valore di una censura morale verso il rispetto del dolore e del silenzio e si eleva a una invocazione alla preghiera.
Curtains è il titolo dell’installazione dell’artista spagnolo Jaime de la Jara vincitore del primo premio per la sezione Installazione & Scultura. Una serie di rigide tende oscure occupano le pareti di una stanza buia senza finestre. Una lettura trasversale ed un'analisi politico-sociale per comprendere ciò che nascosto, non ci è permesso vedere, traslando il significato del soggetto attraverso una lettura dei significati concettuali.  
Landsape - Ipotesi 35 è la fotografia di Giovanni Guadagnoli che si aggiudica il premio del Pubblico. Un paesaggio velato resta sospeso tra la leggerezza dell’aria e la durezza della terra, tra l’immaginazione e il senso della realtà. Se la macchina che percorre l’asfalto rappresenta la volontà del cammino che intraprendiamo verso un futuro che non conosciamo, il volo dell’aereo è invece, l’altra metà della nostra essenza.
Il video dell’artista spagnola Cristina Nunez dal titolo Someone to love è il vincitore dell’ultima sezione Video & Animation. Una straordinaria testimonianza di vita che nasce dall’esigenza di raccontarsi attraverso la storia della propria famiglia e di scoprire le verità sino ad allora sconosciute da cui è possibile spiegare ogni possibile concatenazione degli eventi. L’artista sceglie di montare le fotografie per dittici e trittici per cercare relazioni ed analogie con i suoi parenti, per trovare punti comuni e cercare di comprendere il suo comportamento. Una serie di autoscatti costituiscono il progetto di una auto analisi che mette a nudo la propria anima, nel tentativo di liberarla da ansie, rabbie e paure. Un progetto che vuole porsi al servizio degli altri insegnando le facoltà terapautiche dell’autoscatto come autoanalisi. “Someone to love is my autobiography in self portraits […] family pictures and other photographs, mounted together on a video, and united by my voice which narrats the story of my life […].”
“[…] my mission: to teach my method to others, so that people can learn to convert their own pain into works of art.”

Pubblicato da Antonella Colaninno

Nelle immagini: Sendai in the snow; Pietà; Curtains; Landscape-Ipotesi 35; Someone to love; Steven Music e il Celeste Prize Team.




domenica 25 novembre 2012

PICASSO ILLUSTRATORE




di Antonella Colaninno

I disegni dei grandi artisti illustrano le opere narrative e spesso si sviluppano come un racconto nel racconto. Il modello letterario rappresenta solo un punto di partenza da cui si crea un percorso intellettuale e artistico nuovo. Le opere grafiche dei libri di artista di Pablo Picasso (1881-1973) illustrano le pagine di importanti capolavori letterari, come Le Metamorfosi di Ovidio (1931) e il Il capolavoro sconosciuto di Honorè de Balzac (1931) le cui edizioni furono curate dal mercante d’arte e editore Ambrosie Vollard e dall’editore Albert Skira. Questi lavori entrano a pieno titolo nell’attività pittorica di Picasso e non possono essere considerate opere minori poiché lo stesso artista amava definirsi illustratore-pittore. In questi disegni vengono riproposti i temi cari a Picasso come la mitologia, l’erotismo e la creazione artistica. Le illustrazioni per le Metamorfosi di Ovidio risalgono agli anni ’30-’31 del 1900. Picasso è qui un disegnatore classico dalla linea morbida e pulita, priva di ombreggiature chiaroscurali. Nonostante l’assenza di chiaroscuro, la linea di contorno chiude al suo interno forme morbide e voluttuose che hanno una intensa plasticità. Picasso gioca con gli opposti e con la linea leggera allarga gli spazi e crea i volumi riempiendoli di vuoto. Nell’assenza di plasticità le forme diventano leggere e creano morbide volumetrie. Nella fusione dei corpi avviene la “metamorfosi” in cui si annullano i limiti fisici e l’uomo si trasforma in energia cosmica acquisendo la conoscenza divina. In Ovidio le metamorfosi avvengono per mano degli dei. In Picasso la fusione dei corpi ha una valenza erotica che si avvale del mito di Eros e Thanatos e unisce in simbiosi non soltanto i corpi ma anche le anime, diventando esperienza assoluta. L’atto sessuale, punto limite di unione della fisicità, è allo stesso tempo il suo superamento perché diventa acquisizione dello spirito. Per lui l’antichità è il mistero, è l’inquietudine del mito e non un’arcadia. La linea è il limite tra finito e infinito, tra unità e molteplicità, tra amore e morte. Le metamorfosi si riallacciano al mito della creazione ma in chiave erotica. Nel 1926 Ambroise Vollard propone a Picasso di illustrare Il capolavoro sconosciuto di Balzac. Nel 1927 Picasso realizza 12 acqueforti per il libro dando forma ad un disegno che si esprime per chiaroscuri e si articola sul tema del pittore e della modella. In Picasso le acqueforti hanno un’unità figurativa e narrativa poiché c’è un’organizzazione spaziale tra le figure, una dialettica tra finito e infinito che crea la narrazione. Le figure non si fondono nello spazio ma lo scandiscono con la loro fisicità.

Pubblicato da Antonella Colaninno


FIABA E DESTINO


      
di Antonella Colaninno


Fiaba e Destino è il titolo di una trilogia di acqueforti e incisioni di Marc Chagall divisa per temi e ispirata a capolavori letterari. Realizzate tra gli anni '20 e gli anni '30 del secolo scorso, le acqueforti illustrano le ANIME MORTE dell'omonimo romanzo di N. Gogol del1842, LE FAVOLE di La Fontaine, e la BIBBIA. Chagall realizzò questo ciclo su richiesta del famoso mercante d'arte francese Ambroise Vollard. La trilogia seguiva un percorso espositivo per sezioni tematiche, ma con una propria unità narrativa nel suo insieme. Chagall infatti esplora la sfera istintiva e primitiva del mondo animale con La Fontaine, per proseguire verso la sfera dell'umano con Gogol e infine, verso una dimensione spirituale con la Bibbia. Le ANIME MORTE esprimono tutta l'anima russa di Chagall, la sua malinconia per la lontananza da Vitebsk (in quegli anni Chagall viveva a Parigi). Le incisioni di questo periodo sono cariche di umanità e di aspetti grotteschi, tipici dello stile dell'autore russo, sensibile a decrivere alcuni aspetti dell'animo umano. Le incisioni ispirate alle FAVOLE di La Fontaine non hanno un intento narrativo-moralistico e sono una semplice rappresentazione di quel mondo animale istintivo, ben lontano dall'umanizzazione del favolista francese. Le acqueforti ispirate alla BIBBIA ( "La colomba dell'arca", "Abramo piange Sara") propongono infine, figure dalla gestualità lenta, nell'intento di staccarsi dalla dimensione reale per volare verso l'eterno. In questa sezione, Chagall esprime tutta la sua natura di visionario e la stessa Bibbia è concepita come opera visionaria. La Bibbia è per lui una storia di uomini millenari che entrano in comunione con l'eterno. La grandezza dei personaggi che la rappresentano non è nella loro azione, ma nella spiritualità, perché l'uomo è un essere imperfetto, segnato dal peccato originale. La Bibbia chiude la trilogia e rappresenta l'epilogo di questo viaggio dell'uomo alla ricerca della fede e del senso della propria esistenza.

Pubblicato da Antonella Colaninno

venerdì 23 novembre 2012

LA FARMACIA NELLA TERRA DI FEDERICO II



di Antonella Colaninno
MOSTRA DI CERAMICHE, STRUMENTI, UTENSILI, RICETTARI DELL’ARTE FARMACEUTICA. 

Nelle librerie delle spezierie erano conservati i testi di farmacopea, prontuari che elencavano i principi chimici, la posologia, le indicazioni e le controindicazioni degli estratti medici. La mostra“La farmacia nella terra di Federico II” racconta attraverso i materiali esposti, la storia di più di un secolo di farmacopea (1892-2010). Nel 1892 venne pubblicata la prima farmacopea del Regno d’Italia scritta con rigore scientifico, mentre si ha testimonianza, a partire dalla seconda metà del 1500, dell'esistenza delle prime farmacopee sotto il controllo dell’autorità comunale, si pensi ai comuni di Bergamo, Piacenza, Torino, Parma, Venezia, Bologna e Mantova. Fu Federico II nel 1234 a vietare la professione del farmacista a coloro che non fossero autorizzati, “elevando gli studi in farmacia a livello universitario”. Sin dal XX secolo, la farmacia rappresentò sia l’officina che il luogo di vendita, come documentano una serie di utensili tra cui un reagentario completo di valigetta in legno che contiene ancora oggi tutte le boccette necessarie per le analisi chimiche, un cilindro in vetro graduato e una vecchia cassa con manovelle per i conti. Vecchi libri, boccette di vetro blu, fotografie d’epoca e una grande insegna Liberty arricchiscono il percorso della mostra, tra alchimie e preziose ceramiche dipinte. Una serie di albarelli di varia dimensione, datati dal XVI al XVIII secolo completano questo percorso tra scienza e artigianato. Ceramiche dipinte nei colori tipici del blu e dell’ocra su fondo panna e nelle tonalità del blu e del bianco si caratterizzano per il disegno di una figura di donna nella parte centrale o per la variante con emblema dell’ordine francescano (braccia incrociate su una croce). Alcuni albarelli riportano al centro l’emblema dei Carafa di Andria, dei santi Vito, Antonio e Nicola e della Vergine Maria. Una serie di albarelli di diverse dimensioni datati al XVIII secolo sono firmati Francesco Saverio Marinaro. Dipinti in ocra e blu cobalto rappresentano invece paesaggi fantastici con animali a simbolo di una natura libera e incontaminata. Tra gli esemplari più significativi, un'anforetta quadrilobata in ocra e azzurro di fine XVIII secolo e un’anfora biansata con scena di caccia alla cerva in primo piano, sullo sfondo di un paesaggio fantastico.

Pubblicato da Antonella Colaninno