Nudo di donna EGON SCHIELE















giovedì 28 luglio 2011

VALERIO ADAMI






Sono tante le influenze nell'arte di Valerio Adami, artista bolognese (1935) esponente della Pop Art italiana. Nella sue figure si incontrano echi della metafisica di de Chirico, un certo rigore formale che si ispira al Ritorno all’ordine, ma anche motivi desunti dal primo cubismo di Braque e Picasso, oltre a evidenti riferimenti alle prospettive inusuali usate da Francis Bacon. Adami è considerato l’erede del linguaggio della Pop Art, declinato in una originale visione che raffredda le tinte acide di Andy Warhol ed enfatizza le campiture e il valore del segno di Roy Lichtenstein, in uno stile molto vicino a quello dell’illustrazione e del linguaggio del fumetto. La geometrizzazione della linea e il simbolismo del colore intrecciano una narrazione surreale nella quale la classicità dialoga con quell’immediatezza della comunicazione tipica del messaggio illustrato. Una teatralità che non trascura neppure i riferimenti alle inquadrature di taglio fotografico dell’americano Edward Hopper. Composizioni lineari dal tratto deciso, caratterizzate da vaste campiture di colore e da atmosfere raffinate rappresentano l’anima di una pittore colto e seducente.

Scritto da Antonella Colaninno

Valerio AdamiSan Francesco della Scarpa
piazzetta Carducci, Lecce
dal 24 luglio al 4 0ttobre



sabato 23 luglio 2011

LUCIAN FREUD



“La mia opera è puramente autobiografica”. “Parla di me e di ciò che mi circonda”
Aveva 88 anni Lucian Freud (1922 - 2011), artista tedesco nato a Berlino nel 1922, nipote di Sigmund Freud e figlio dell’architetto Ernst e della scultrice Jane MacAdam Freud. Si è spento a Londra lo scorso 20 luglio.
Un poeta surrealista, narratore dell’animo umano e delle sue follie, tra verità dell’inconscio, inquietudine e profonde solitudini. Raccontare Lucian Freud interprete di uno stile personalissimo eppure così vicino alla tradizione di quel realismo spagnolo freddo e contemplativo allo stesso tempo e all'ossequiosa metafisica razionalista, è compito non facile. La sua pennellata è in grado di rendere il peso della materia e i solchi dell’animo umano, di scolpire il colore da cui prende forma il volume e lo spessore psicologico delle figure umane. L'eleganza cromatica rileva una profondità prospettica da inquadratura fotografica, senza trascurare la percezione del freddo e del vuoto, della resa tattile e dell'indagine psicologica, dell'emozione sorpresa. I corpi bloccano la tensione di un movimento, si mostrano in una nudità che svela ogni profonda desolazione, che non ha pudore delle proprie pulsioni. Si avverte una velatura di indifferenza verso il mondo esterno, lasciato al di fuori da una compressione emotiva a cui è contrapposto un senso quasi di possesso dell’artista per le sue figure, pervase dalla sua personalità. La pittura di Freud ha qualcosa di irriverente, che non sdegna mai di esprimere le sue verità attraverso ogni dettaglio pur restando sempre discreta e audacemente garbata. “Per me dipingere la gente nuda, che si tratti di amanti, figli o amici, non è mai una questione di erotismo. Io e il modello siamo impegnati a realizzare un dipinto, non stiamo facendo l’amore”. Alle volte ci sembra quasi di cogliere qualcosa di grottesco nei dipini di Freud, che supera la dimensione puramente pittorica sfiorando la teatralità e l’incedere letterario.
“Cosa chiedo ad un dipinto? Gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre, convincere”.
Scritto da Antonella Colaninno








venerdì 22 luglio 2011

“COMPAGNIA DEI SUPER – GETTONATI” O ARMATA BRANCALEONE?






In un articolo di Antonio Armano pubblicato sul settimanale Saturno si parla dei “gettoni”di presenza dati agli autori per la partecipazione alle serate culturali. L’autore ricorda gli anni '50 quando il nome gettoni, veniva usato per intitolare una collana Einaudi diretta da Ennio Vittorini. Il mio ricordo va invece a tempi più recenti e si associa a una monetina dal taglio particolare, il famoso gettone, che possiamo ormai considerare simbolo di un'epoca, che consentiva di parlare al telefono. Ricordo di ragazzi che mi chiedevano di comporre in cabina un numero di telefono e di chiedere di una tal ragazza che evidentemente si negava alle loro insistenti telefonate. Ma i gettoni sono stati per me non solo occasione di anonime telefonate galeotte, ma anche di fugaci appuntamenti dei miei amori giovanili, lontani dalle orecchie indiscrete dei miei genitori.
Ma si sa che la storia fa il suo corso e che tutto cambia, ma chi l’avrebbe mai detto che una strana monetina che innescava avventure passionali sarebbe poi diventata per estensione di senso, il compenso per la presenza degli autori agli eventi culturali? Altra cosa che dire il telefono la tua voce…se un gettone ha un valore che oscilla dai 5000 ai 50,000 euro! Colpa del “festivalismo”delle festivalate o della “festivalite”? E perché poi pagare solo gli scrittori? Qual è il ruolo dei moderatori o dei presentatori che poi lavorano per redigere i testi critici dei volumi letti? E che garantisco, spesso devono comprarsi persino i testi…E si sa, loro non vanno certo a finire nelle classifiche dei più letti o sarebbe il caso di dire, dei “più gettonati”. Insomma, la “cultura” assume sempre più le dimensioni di un grande business. Ma perché poi cedere all’euforia di un festival? O accontentarsi dell’ormai consueta e desueta frase fatta “incontri con gli autori”? L’Italia è il paese dei festival, non più solo di quello sanremese che impone modelli nei quali credo non si voglia riconoscere più nessuno. Siamo costretti a subire clichès, dalla politica alla letteratura, sino a un’arte che provocatoriamente ci dice che non è più cosa nostra. Alle volte basta scrivere un libro o meglio, farselo scrivere, scomodare qualche conoscenza e il gioco è fatto, qualche festival di provincia di qua e di là e siamo tutti scrittori, qualche spinta giusta che fa lievitare le vendite e si finisce nel giro dei “vip”. Per non parlare del povero spettatore che si ritrova lo stesso autore e lo stesso libro in ogni dove, una sorta di tournèe del provincialismo. A tutto questo poi si aggiungono le case editrici che in accordo con gli autori e gli organizzatori puntano ad un rilancio della propria immagine, dove il mercato dell’arte fa da esemplare modello con i suoi scandalosi progetti di vendita e di promozione di artisti che più convengono ai bisogni ma sul cui valore ci sarebbe molto da dire. Ma vi siete mai chiesti quanta gente partecipa a questi eventi? Chi fa cultura punta a incrementare un dibattito che sia di natura filosofica, scientifica, letteraria non fa differenza, creando punti di osservazione e di riflessione. Non mi è chiaro il perché poi, un festival debba tra l’altro investire sullo sviluppo di un territorio per il quale ci sono esperti di settore nelle amministrazioni preposte a farlo. Ma l’Italia è il paese del “così fan tutte” e della colpa è di Berlusconi. Ma fortunatamente c’è anche chi del Festival ne fa una giusta causa riuscendo a legare nel tempo i luoghi all’evento e a promuovere una strategia di affinità elettive tra il promotore e il fruitore di cultura. C’è chi è disposto a scommetterci, come Pier Luigi Sacco, e chi invece, come Diego Marani pensa che “l’Italia affondi nell’acqua alta dell’ignoranza mentre una muraglia di festival culturali tengono all’asciutto la poca intelligenza rimasta”. Certo, se poi si finisce per confondere la cultura con l’autoreferenzialità della erudizione i conti non tornano. 

Scritto da Antonella Colaninno

mercoledì 20 luglio 2011

ESPRIT MEDITERRANEEN


Michele Roberto

Mario Cresci Le tre ferite



Credere a una possibile dimensione di mediterraneità ancora da scoprire è il tema di un’interessante mostra fotografica in corso presso la Pinacoteca Provinciale Corrado Giaquinto di Bari. Superare l’idea di Mediterraneo come luogo geografico e come stereotipo di una storia legata alle relazioni tra i popoli per cercare di cogliere invece  nuovi significati che l’obiettivo fotografico traduce in simboliche interpretazioni.
Una vastità infinita di esperienze rese ancora più preziose dallo sguardo di prospettive diverse e da una sensibilità che ha voluto vedere ancora più in profondità delle acque di questo mare. Che cos’è il Mediterraneo? Mare dell’incontro, dell’orizzonte possibile…il mare dei segreti, degli umori e delle emozioni della gente. E’ il senso della conoscenza, la voglia di narrare se stessi attraverso le storie del mondo, per come il mondo si svela al nostro sguardo. Far riaffiorare le storie evocando le suggestioni dei luoghi, interrogando il tempo. E’ il mare della storia, degli sbarchi dei clandestini, delle rotte che uniscono i continenti, punto d’incontro di culture millenarie, che nell’immaginario fotografico diventa una prospettiva multietnica nella quale raccontare un po’ di sé e delle proprie vite. Geografie variegate caratterizzate da una diversità di elementi naturalistici tra giochi di luce e inquadrature scenografiche, storie di volti e presenze solitarie e scorci che evocano ricordi di esperienze vissute. Tutto questo e non solo è il Mediterraneo, dolce e intenso mare di trasparenti emozioni evocato nell’immaginario delle sue acque, delle luci del giorno e delle notti, delle terre che lo circondano, della ricchezza della gente che lo abita, della follia umana che degrada le sue coste. Ma Mediterraneo è anche tutto quello che la terraferma rappresenta, storia cultura, arte, tradizione, mito, turismo, gioie e dolori, ansie e prospettive. Una presenza che si avverte nel rapporto segreto che Alessandro Cirillo crea tra gli oggetti e la gestualità, nell’evocazione simbolica dei luoghi di Francesco Cianciotta e nei volti di Carmelo Nicosia, Cristina Bari, Carmela Lovero e Guillermina De Gennaro. Luoghi e storia rivivono nello sguardo attento di Giuseppe Fanizza, tra le pareti a calce bianca di vecchi edifici ristrutturati dove si incontrano la memoria degli arredi antichi e il design tipico delle ceramiche della tradizione locale. Domingo Milella riscopre l’affinità tra i luoghi di geografie lontane, Fabio Barile cattura nel suo obiettivo il cinismo di una attualità che denuncia lo scempio delle coste, a cui si associa il silenzio asfittico delle baraccopoli degli scatti di Michele Cera e lo stridente colpo d’occhio sulla modernità di Cosmo Laera. La tristezza di vecchie piazze abbandonate sembra rivendicare le attenzioni del tempo nelle immagini di Donato Del Giudice, mentre il trash di una certa sensibilità contemporanea disturba la naturalezza del paesaggio di Francesca Speranza. Michele Roberto punta il suo obiettivo sulla raffinata sobrietà dei templi antichi che dominano la natura come perfette architetture di paesaggio e sulla sensualità di alcuni giochi decorativi, cogliendo l’armonia di una grazia antica. E ancora la poesia della pietra e dei sapori semplici di Nicola Centoducati, la luce e gli azzurri infiniti di Franco Pierno, gli scorci deserti dei luoghi ancora selvaggi di Gaetano Gianzi così vicine alle atmosfere acquerellate degli illustratori inglesi, e il romanticismo degli scatti di Giuseppe De Mattia, tra chianche, muri a calce bianca, fiori di campo selvatici e roseti rampicanti. Le antiche sculture di pietra di Mario Cresci raccontano un universo fragile e intimamente solitario mentre l’inusuale piazza San Marco di Gianni Zanni mostra una Venezia disincantata. Il Mediterraneo è il luogo dove la modernità è quel flusso di speranza che attraversa il passato e la natura selvaggia, tra la sacralità di una devozione popolare avvertita dalla sensibilità di Luigi Minerva, tra le barche ancorate stanche e corrose dalla salsedine di Beppe Gernone e le agavi selvagge inerpicate sulle scogliere rocciose a ridosso di un mare cristallino di Francesco Mezzina e Francesco Radino, sino ai quartieri di periferia, alle discariche abusive, e ai luoghi della solitudine di Luciano Ferrara.
Scritto da Antonella Colaninno

domenica 17 luglio 2011

ILLUMInazioni 54a Biennale d'Arte Contemporanea











Pensare a Venezia come il luogo della contemporaneità della memoria credo sia la giusta riflessione per iniziare le mie considerazioni sulla Biennale. L’intera città è coinvolta in un dialogo con la contemporaneità nel quale confluiscono le memorie storiche dei suoi palazzi e delle sue collezioni d’arte, lasciando sconfinare gli spazi nell’atemporalità del non luogo della creatività.

Anche le ILLUMInazioni della Curriger sembrano voler superare le frontiere del tempo e creare punti di contatto tra passato e modernità, mettendo in relazione le singole identità e considerando la diversità una ricchezza e la sperimentazione un passo in avanti per la conoscenza. La scelta della Curriger di inserire tre opere di Tintoretto, considerato il pittore della luce e di un linguaggio innovativo, sottolinea la modernità della sua arte così diversa per il proprio tempo, riscoprendo la differenza come valore culturale aggiunto. Tintoretto è l’esempio di un passato che possiamo pensare nel suo valore di contemporaneità per essere ancora oggi un punto di riferimento per molti artisti anche nella attualità del suo essere stato un moderno ante litteram.

L’andata al Calvario di Peter Bruegel il vecchio interpretata dall’artista e scrittore polacco Lech Majewski nella suggestiva Chiesa di San Lio è sicuramente tra gli eventi collaterali più interessanti di questa Biennale, che spiega quanto possa essere attuale l’anacronismo di Bruegel, artista sicuramente moderno per la cultura del suo tempo. Il racconto delle torture inflitte dalla chiesa si snoda tra silenziose scenografie di  presagi di morte, in una veste surreale quanto metafisica, e diventa il simbolo delle tante violenze esplicite o celate sotto un crudele cinismo, che la nostra società infligge ai suoi “attori”. Il racconto ricorda i due sacrifici, quello anonimo delle milizie spagnole per punire gli eretici delle Fiandre nel 1563, e l'altro mitico della crocifissione, e viene proiettato in sequenze video su due arazzi digitali posti ai lati dell’altare maggiore. Gli strati di prospettiva e i fenomeni atmosferici portano lo spettatore a vivere gli eventi in prima persona.

Il ritorno di Pino Pascali a Venezia, già premio alla scultura nel ’68, in occasione della 34° Biennale, si avvale di un saggio di opere di artisti pugliesi e di artisti internazionali che dal 1997 ad oggi sono stati insigniti del Premio Pino Pascali. La mostra presenta opere di Pino Pascali e una serie di documenti e di cimeli provenienti dall’archivio della Fondazione omonima, tra carte, scenografie, collage e rare fotografie di Luigi Ghirri come Chiesa di Santo Stefano, Polignano a Mare del 1987, esposte per l’occasione al piano nobile di Palazzo Bianchi Michiel dal Brusà, sul Canal Grande. Pino Pascali rappresenta la contemporaneità di un passato più recente che si attualizza nel suo essere mito. Opere dedicate all’acqua come Progetto di balena (1966), Scogliera (1966), la serie dedicata alle navi e ai pesci, un tema caro a Pascali che scriveva. “[…] sono nato dove c’è il mare”, ma anche opere dedicate all’Africa e alla guerra. L’immaginario di Pascali è un universo libero e romantico nel quale si esorcizzano le paure e si recupera la ritualità di culture antiche. Egli ricostruisce la realtà con ironia e curiosità, mescolando i linguaggi e i materiali, guardando alla contemporaneità attraverso l’antico, sfiorando il paradosso e la provocazione, suscitando sottili osservazioni sulla rivoluzione culturale e ambientale in un distacco simbolico e intellettuale. “L’arte è trovare un sistema per cambiare[ …] quello che faccio è l’opposto della tecnica come ricerca, l’opposto della logica e della scienza”. I simboli sono l’espressione delle nostre emozioni e del nostro rapporto con il mondo. Pascali affermava che “dalla civiltà di consumo nasce un oggetto, invece i negri quando fanno gli oggetti creano una civiltà”.

Il tema di una possibile frontiera senza tempo, dove gli spazi sono immaginari e geograficamente sperimentali, è trattato nel progetto Xijing a cura di Beatrice Leanza e organizzato dalla Associazione Arthub Asia e dalla Fondazione Bevilacqua La Masa che ha offerto gli spazi della propia sede di Piazza San Marco per ospitare il progetto. Xijing che vuol dire capitale dell’Ovest, nasce dal collettivo dei tre Xijing men (Chen Shaoxiong, 1964; Tsuyoshi Osawa, 1962; e Gimhongsok, 1965) che operano da cinque anni e sono la realtà forse più importante dell’area asiatica. Si tratta di una interessante invenzione geopolitica che “accomuna” le capitali del Nord, del Sud e dell’Est del mondo. Un ricerca filosofico geografica che nasce dalla fantasia dei luoghi e da una cartografia dell’immaginario. Una specie di Arcadia postmoderna che coniuga politica e storia, paesaggio urbano ed economia.

La ricerca visionaria di Jan Fabre, artista surreale irriverente e ironico, unisce perfettamente passato e contemporaneità in una visione che recupera l’attualità del valore simbolico attraverso la simbologia dell’immagine. Pietas è il titolo di questa esposizione con sede presso la Nuova Scuola Grande di Santa Maria della Misericordia, una chiesa sconsacrata del XVI secolo, un’iniziativa promossa dal GAMeC di Bergamo, dallo State Museum of Contemporary Art di Salonicco e dal Kunsthistorisches Museum di Vienna e curata da Giacinto di Pietrantonio e Katerina Koshina. La rilettura della Pietà di Michelangelo, nella quale il Cristo ha il volto dell’artista, nasconde dietro l’apparente provocazione dello scambio di identità la profondità del messaggio religioso. Il teschio che si sovrappone alle sembianze di Maria diventa a simbolo di un destino di morte ineluttabile ma anche di quella compassione di un sentire comune che fa di una madre l’interprete perfetta delle sofferenze del proprio figlio. Il cervello tenuto nella mano vorrebbe forse inneggiare alla sacralità di questo organo che Fabre considera la parte più importante e persino più sensuale del corpo, tanto da affermare che “senza immaginazione non esiste erezione”. Un’indagine sul valore della diversità di cui il cervello rappresenta l’unicità e la preziosità di ogni individuo.

Ca’ Rezzonico, Museo del Settecento veneziano, ospita la personale dello scultore americano Berry X Ball dal titolo Portraits and Masterpieces che presenta una ventina di sculture provenienti dalle collezioni americane che danno una lettura contemporanea di alcune opere scultoree della classicità. Esse creano, nella traduzione plastica, un ponte ideale con il passato dove l’antico diventa la chiave di lettura del moderno. Un dualismo che spesso è presente nell’artista americano anche a livello formale come nell’opera Dual-dual Portrait che considera la differenza come l’unica possibile forma di unicità.

L’atrio di Palazzo Reale in piazza San Marco accoglie l’installazione del giovane talento siciliano Alessandro Librio dal titolo Palermo in Venice. Una lettura emotivamente forte ma delicata e poetica allo stesso tempo, della fragilità umana dinanzi all’oscurità della mafia. Una sedia al centro e di spalle un’altra coperta completamente da un panno nero; per terra, un vaso con fiori bianchi simbolo dell’innocenza e della purezza di tante vite spezzate. Il vento che muove la stoffa lascia presagire l’arrivo di qualcosa di oscuro di cui si percepisce la presenza minacciosa.

I padiglioni di questa 54a edizione della Biennale che quest’anno si arricchisce della presenza di altri 12 paesi, possono ricondursi pur nella diversità delle tematiche trattate, all’importanza del valore simbolico nell’interpretazione della realtà, come nell’esperienza di Christian Boltanski e del Padiglione francese curato da Jean Hubert Martin. Un padiglione certamente tra i più interessanti per il valore filosofico dell’opera e la qualità umana che lo contraddistingue. Chance è il titolo di una serie di installazioni; un lungo nastro di fotografie di neonati si muove velocemente nello spazio su un rullo gigante e si ferma su un’immagine a caso proiettando quel volto sul monitor. Si determina così il senso della casualità e quindi della fatalità degli eventi della vita che sono regolati dall’incedere della storia e dal potere di Dio che “afferra gli individui…e li rigetta nel vuoto”. “Alla mia età, ho l’impressione di camminare su un campo minato. I miei amici saltano in aria ed io continuo fino alla prossima esplosione”, afferma l’artista. “In ogni momento avrei potuto prendere una decisione contraria, ma non avevo alcuna possibilità di scelta[…]” Pur nella nostra unicità sostiene Boltanski, noi saremo sostituiti perché fa parte del progetto di “continuazione della vita” e, in quanto umani, proveremo a lottare contro il destino. Una riflessione profonda sul senso della vita e della storia nella quale si perpetua la memoria delle tante esistenze vittime di un progetto di vita già scritto.

“Una fuga dal centro”per ritrovare se stessi ed “evitare di essere ciò che gli altri si aspettano”. Questo il tema dell’opera L’inadeguato dell’artista spagnola Dora Garcia presente nel Padiglione spagnolo a cura di Katya Garcia-Antòn. L’inadeguatezza sfiora tutti gli ambiti del sociale, compreso quello artistico e solo restando “ai margini” è possibile sopravvivere ed essere creativi. Un’implicazione che come è ben evidente, sfiora la riflessione politica ed economica di un sistema spesso alienante per il rispetto della libertà dell’individuo. La fragilità sostiene l’artista, non è nell’inadeguatezza, “[…] ma in tutto ciò che consideriamo adeguato”. L’opera si svolge di continuo, per necessità propria e non risponde alle logiche di spettacolo e di pubblico; infatti, l’arte è per tutti ma solo l’èlite lo sa” (Katya Garcia-Anton).

Speech Matters è il titolo del Padiglione danese a cura di Katerina Gregos che ospita una collettiva di pittura, fotografia, installazione di fumetti incentrata sull’importanza della libertà di parola che investe anche il settore della creatività come forma autonoma di espressione, sulla quale la Danimarca si è sempre contraddistinta per la libertà di opinione. Un argomento di portata internazionale che investe i diversi settori sociali e che spesso è stato sminuito da una forma di comunicazione mediatica che se da una parte ne ha allargato la portata, dall’altra ne ha svuotato il senso, sottovalutando gli aspetti politici e culturali del fenomeno.

Il Padiglione del Venezuela a cura di Luis Hurtado riconduce le sue sperimentazioni al tema del simbolo e della sacralità ad esso connessa nelle opere-performance di Clemencia Labin con il suo video girato nel quartiere di Santa Lucia di Maracaibo nel quale si riflette sullo spazio come simbolo di aggregazione che diventa pubblico grazie all’arte. La sua performance Culto al cuerpo richiama antichi rituali anche nell’uso della maschera. Il simbolo è anche la chiave di lettura dell’irriverente ironia di Francisco Bassim, e della preziosa scultura di carta di Yoshi con chiari riferimenti alla semplicità, alla purezza e alla trasparenza.

Nel titolo denuncia L’arte non è cosa nostra del Padiglione Italia di questa 54a Biennale curato da Vittorio Sgarbi si coglie la sottile provocazione di una precisa scelta curatoriale che lascia a ben 200 esponenti della cultura la valutazione delle opere degli artisti più interessanti di questo primo decennio del nuovo millennio, selezionati da un Comitato tecnico scientifico composto non da critici d’arte ma da intellettuali, tra scrittori, poeti e registi di rilievo internazionale. Una scelta forte che mette in discussione il ruolo del curatore, figura controversa per alcuni, ma professionalmente riconosciuta in ogni manifestazione che si rispetti. L’arte non è interpretata dalla logica del critico curatore ma dal mondo della cultura in genere che da’ una risposta variegata ad un mercato italiano altrettanto eterogeneo e riflette sul proprio ruolo all’interno di un circuito internazionale sempre più competitivo. Una scelta indubbiamente trasversale e democratica che lascia però perplessi e che impone non scelte ragionate ma accostamenti di gusto e personalità diverse che rispecchiano quelle di un collezionismo e di un possibile mercato di nicchia. Un padiglione quello italiano, che non dimentica di commemorare i 150 anni dell’Unità d’Italia con un progetto di esposizioni nelle varie regioni italiane a cui si associano le venti Accademie di Belle Arti. Il Padiglione Italia ha previsto anche la presenza dei maggiori artisti italiani all’estero che espongono le loro opere negli 89 Istituti italiani di Cultura, presenti all’interno del Padiglione attraverso schermi televisivi. Al di là di ogni polemica e possibile giudizio, credo che questo Padiglione rispecchi quell’idea di confusione che ha investito la società italiana e che più che una sorta di contenitore del cattivo gusto debba essere piuttosto considerato (nella mancanza di una univocità di “gusto”), come lo specchio del disorientamento dei nostri tempi. In fondo l’arte contemporanea induce a perplessità, suscita riflessioni, scandalizza, provoca, si interroga, cerca un proprio ruolo, tenta di ricostruirsi una sua identità. C’è da chiedersi però, quanto questa scelta sia ragionata o piuttosto sia una volontà di esserci senza voler entrare nel merito di un ruolo, quello appunto del curatore, sul quale Sgarbi ha in fondo, delle perplessità e a cui il titolo “L’arte non è cosa nostra” può, con un gioco di parole e di significati fare riferimento. Una scelta che provocatoriamente mette in gioco anche il ruolo del critico, sempre più schiavo del mercato e di alcune volontà politiche che penalizzano la democrazia dell’arte e per l’arte e che sembra voler dire semplicemente, che forse l’arte non è più cosa nostra. Una frase questa, che può anche essere interpretata alla luce del ruolo dell’artista come una protesta verso un diritto alienato, quello appunto di poter essere liberamente un creativo, spesso compromesso dalle logiche del business. Una volontà progettuale o una provocazione? Una contestazione o una precisa scelta di immagine? Quali siano le reali motivazioni di questa scelta curatoriale possiamo solo ipotizzarle. Questo Padiglione Italia resta un’esperienza certamente particolare che rispecchia le insicurezze di un momento storico delicato a cui si vuole affiancare la testimonianza dell’attuale stato dell’arte italiana, vista da una prospettiva socioculturale di nicchia, a cui ben si riferirebbe la citazione della curatrice spagnola Garcia Antòn: “l’arte è per tutti ma solo l’èlite lo sa”. Esperienze pittoriche come quelle di Agostino Arrivabene con le visioni di San Sebastiano sul tema sacro delle cronache dei santi e nello specifico di Jacopo da Varagine si accostano alle provocazioni di Veneziani e del suo Cristo in croce sui cui slip si legge la scritta “IO VESTO PRADA” e all’irriverenza dei due nudi reali di Gaetano Pesce che esortano a non toccare perché trattasi di opere d’arte. Padiglione della provocazione o scelta di marketing, questo contenitore di arte italiana, tra riflessioni di natura storica e comunicazioni da slogan pubblicitari, resta forse un luogo per soffermarsi a riflettere, cercando di trovare l’equilibrio che possa ristabilire ruoli e meriti in una democrazia di fatto piuttosto che studiata a tavolino.

Scritto da Antonella Colaninno








lunedì 4 luglio 2011

PALAZZO MADAMA TORINO E LA RICOSTRUZIONE DEL PRIMO SENATO.



Per chi volesse essere deputato per un giorno e sentirsi, se pur nella finzione, pioniere del primo Parlamento italiano, può prendere posto a Palazzo Madama di Torino nell’aula del primo Senato, ricostruito in occasione dei festeggiamenti dell’Unità d’Italia. L'emozione è garantita, tra rievocazione storica e partecipazione.La ricca scenografia è stata realizzata dal Teatro Regio, con un percorso multimediale di immagini della storia del Senato, di suoni e voci dei senatori e“tre importanti discorsi di Vittorio Emanuele II, Cavour e d’Azeglio e, a cadenza mensile, nove dibattiti parlamentari”. Sugli scranni è possibile trovare ulteriore materiale per la conoscenza della storia, mentre all'interno, è prevista anche un’area creativa con giochi e spazi dove colorare e disegnare.

Il 2 aprile 1860, Vittorio Emanuele II pronuncia il Discorso della Corona in occasione della inaugurazione del Parlamento "[...] l'Italia non è più l'Italia dei Romani, nè quella del Medioevo: non deve essere più il campo aperto alle ambizioni straniere, ma deve essere bensì l'Italia degli italiani".


Camillo Cavour, presidente del Consiglio dei Ministri, il 9 aprile 1861 interviene in Senato sui rapporti dello Stato con la Chiesa Cattolica. "Noi proclamiamo, o signori, il principio della separazione della Chiesa dallo Stato, il principio della libertà della Chiesa, il principio della libertà religiosa". 

Il 3 dicembre 1864, il senatore Massimo d’Azeglio si pronuncia circa il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. “Le nazioni si governano bene e fioriscono quando le conducono uomini onesti, di carattere fermo e sensato…se invece le conducono uomini di poco carattere e meno giudizio, mettete il governo a Torino, a Roma, a Firenze, o dove volete, sempre s’andrà di male in peggio”.

Discorsi ormai lontani, se paragonati all'odierno orientamento della politica italiana, che sembrerebbe voler tornare indietro nel tempo, agli albori di una vicenda italiana preunitaria.

Palazzo Madama fu dal 1848 la sede del Senato Subalpino poi diventato primo Senato del Regno d’Italia dal 1861 al 1864. L’8 maggio del 1848, Ernest Melano fece allestire la prima aula del Senato a perimetro rettangolare, per dividere nettamente la destra dalla sinistra. Nel 1859, l’aula si trasformò in una sorta di anfiteatro poiché divenuta insufficiente in seguito all’annessione della Lombardia e dei ducati. L’aula fu dichiarata monumento nazionale nel 1866 e smontata nel 1927 per ridare l’originaria configurazione settecentesca all’edificio.

UN PO’ DI STORIA…

Lo Statuto Albertino (1848 - 1948), concesso da Carlo Alberto al Regno di Sardegna, fu la prima forma di costituzione e rappresentò la nascita di un sistema costituzionale. Il sistema di rappresentanza del Parlamento fu bicamerale ed istituì due nuovi organi: la Camera dei Deputati e il Senato, formati da soli uomini. I Deputati erano votati da elettori maschi di età superiore ai 25 anni, sino al 1946 quando le donne poterono essere elette e andare a votare. I Senatori, di età non inferiore ai 40 anni, erano nominati dal re e lo erano a vita; venivano scelti nell’ambito di categorie precise come le alte cariche della Chiesa, militari, ambasciatori, …Alcuni di essi furono magistrati, come Cesare Alfieri di Sostegno, Carlo Cadorna, Giuseppe Manno; economisti come Antonio Scialoja; scrittori come Massimo Tapparelli d’Azeglio e Alessandro Manzoni, o l’intellettuale Gino Capponi.

 
Scritto da Antonella Colaninno



Dal 16 marzo 2011 all’8 gennaio 2012
Palazzo Madama, Sala del Senato
Piazza Castello, Torino



domenica 3 luglio 2011

PALAZZO CARIGNANO Gli appartamenti barocchi e la pittura del Legnanino





                                            
In occasione delle celebrazioni per l’Unità d’Italia, Torino inaugura nuovi percorsi espositivi. Palazzo Carignano (1679/1684), progettato da Guarino Guarini, e noto per essere stato la sede del primo Parlamento italiano, riapre dopo oltre mezzo secolo gli appartamenti barocchi che ospitarono lo studio del conte di Cavour, l’Appartamento di Mezzogiorno o dei Principi, con le sue boiseries e gli specchi, l’Appartamento di Mezzanotte, lo scalone monumentale che conduce al Parlamento Subalpino, i sotterranei e le scale elicoidali su piazza Carignano. In questi ambienti, considerati tra gli esempi più insigni del barocco europeo, a partire dal 20 marzo è possibile visitare la mostra dedicata a Stefano Maria Legnani detto il Legnanino (1661 – 1713), autore della gran parte degli affreschi del palazzo, degli affreschi della cappella della Congregazione dei Banchieri e dei Mercanti e di Palazzo Barolo. 

Artista tra i più famosi del suo tempo, fu attivo tra Bologna, Milano e Roma dove conobbe tra l’altro, Carlo Maratta. La mostra ospita circa una trentina di opere provenienti da chiese, palazzi e musei italiani attribuite a Legnanino, a Carlo Maratta (Fuga in Egitto), ad Andrea Pozzo e Daniel Seiter (pala per la chiesa torinese di Santa Cristina). La mostra sarà visitabile sino al prossimo 26 giugno.


Scritto da Antonella Colaninno



Palazzo Carignano
Via Accademia delle Scienze, 5 Torino
dal 20 marzo al 26 giugno 2011

MARISA MERZ NON CORRISPONDE EPPUR FIORISCE


                                             


Alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia le figure mistiche e misteriose di Marisa Merz raccontano le suggestioni di un mondo al femminile. Storica compagna di Mario Merz, Marisa è stata interprete negli anni Sessanta dell’Arte Povera attraverso un linguaggio arcaico e personalissimo fondato sul minimalismo dell’idea progettuale. Stoffa, cera, fili di metallo, argilla sono i materiali utilizzati dalla Merz in sintonia con l'idea poverista del movimento tra i più importanti del secondo Novecento. Nata a Torino nel 1931, la Merz ha esordito nel 1966 con le sue sculture di lamine di alluminio in una personale nel suo studio di Torino e nel 1968 nella collettiva Arte Povera + Azioni Povere a cura di Germano Celant. Nel 2001 è stata insignita del Premio alla Carriera alla Biennale di Venezia.  

La mostra interpreta negli allestimenti, il progetto della Fondazione Querini, quello di ripensare gli spazi attraverso uno sguardo sulla contemporaneità, nel rispetto della propria storia e delle collezioni. Le opere della Merz creano un flusso di comunicazione con le opere esposte nelle sale. I volti, espressione di una fisionomia interiore, raccontano la tematica del non finito, l’evanescenza dell’essere nella mutevolezza del suo apparire, e l’astrazione come condizione sublime della propria rivelazione. Ciò che conta è la dimensione unica e inequivocabile di se stessi oltre i limiti di uno spazio predefinito. E' la leggerezza che si svuota del peso della materia nelle scarpe in filo di nylon esposte nelle teche di vetro che chiudono il percorso espositivo. Il progetto Merz vede coinvolte oltre alla Fondazione veneziana, anche la Fondazione Merz di Torino e la Fondazione Hangar Bicocca di Milano. 

Scritto da Antonella Colaninno

Fondazione Querini Stampalia Onlus
Campo Santa Maria Formosa
Castello, Venezia
a cura di Chiara Bertola
dal 1 giugno al 18 settembre 2011






KARA WALKER a negress of noteworthy talent


                               

A negress of noteworthy talent è una lettura scenografica e dichiaratamente antirazzista della violenza, raccontata tra crudeltà e poesia, dal taglio, suo malgrado, indiscutibilmente femminista. “«per lungo tempo il femminismo ha ignorato le donne nere. Quando è cominciata la battaglia per il diritto al lavoro – non quella attuale per la parificazione dei compensi, proprio la prima lotta perché alle donne fosse permesso di lavorare fuori casa – le donne di colore in realtà stavano lavorando già da secoli: lavoravano per le donne bianche».

Il lavoro della Walker è una ricostruzione in bianco e nero della guerra civile americana perchè "la comprensione della verità filtra attraverso le ombre." Silouhette di carta e di acciaio ritagliate a mano danno vita a un racconto che suscita stupore ma che inquieta per la violenza esplicita del suo messaggio, perchè ricorda la lotta tra bene e male, quella tra bianchi e neri, quella creata sul sottile filo dell'erotismo tra uomo e donna che genera conflitto tra potere e purezza, tra la supremazia della forza e la fragilità della paura.
“Schiavitù, stupri, sodomie, maternità sanguinolente, immagini di tortura, degradazione". La violenza diventa più ripugnante quanto maggiore è l’ingenuità nel non comprendere il dramma del proprio destino.
Una serie di disegni, installazioni, video e incisioni raccontano significati universali ma profondamente personali: «Io non parlo per tutte le donne, ma per me, e anche quello a fatica. L'unica chiave è la mia psiche, non c'è una chiave femminista», “[…] così anche oggi c'è chi non vede né la propria schiavitù né la sofferenza degli altri», afferma la Walker.

Un mondo nel quale però, se pur in bilico tra realtà e inconscio, è previsto un riscatto, così che lo schiavo diventa oppressore, la vittima carnefice, l’ignoranza emancipazione. La tratta degli schiavi diventa inoltre metafora di altri pregiudizi, che reprimono l’identità femminile sotto forma di aggressione culturale e violenza fisica, che nascondono la paura per ciò che è diverso e negano il rispetto di ogni valore antropologico. “Sono forme di negazione esistenziale, segregazioni che agiamo e subiamo spesso inconsapevolmente, perché si muovono in strati sommersi del nostro essere, come radici corrotte” (Olga Gambari).

“Un oceano che si fa persona e inghiotte degli uomini marchiati con la parola «black», che poi scivolano dentro un lungo intestino e vengono espulsi come feci; un amplesso omosessuale (che ha più a che fare con il potere che con il sesso) tra uno schiavo nero e il suo padrone bianco; neonati gettati via in una pozza di sangue non appena venuti alla luce”.
   
 
Scritto da Antonella Colaninno

A negress of noteworthy talent. KARA WALKER

dal 25 marzo al 3 luglio 2011

a cura di Olga Gambari
Fondazione Merz

Via Limone, 24 Torino.