Nudo di donna EGON SCHIELE















venerdì 28 maggio 2010

ADRIANO PERSIANI FREAK



Freak è una persona dall’aspetto o dal comportamento inusuale, a metà tra un ibrido mostruoso e una figura simpaticamente stravagante. Il termine vuole indicare una persona affetta da gravi deformità fisiche. Ma Freaks è anche il film del regista statunitense Tod Browning (1882-1962)del 1932, in cui recitarono esseri deformi, in una sceneggiatura dura quanto originale che sollevò non poche perplessità. In Adriano Persiani, giovane artista bolognese, freak è tutto ciò che trasgredisce l’ordine naturale delle cose, e la reale percezione degli spazi. I suoi oggetti creano associazioni estetiche e dissociazioni formali, esprimono un nuovo modo di interpretare il readymade di Duchamp. La forma è semplificata, libera da qualsiasi volontà di rappresentazione e di decorativismo, mentre la logica lascia il posto alla fantasia, alla irregolarità, alla dissonanza e al ribaltamento formale e semantico degli oggetti. La barella rivestita con i paramenti sacri sacerdotali rappresenta un viaggio che si spera possa continuare verso la vita, ma che si pensa possa essere anche un ultimo viaggio su questa terra. Un’estetica raffinata da bohemien, la ricercatezza di una forma semplice, divertente e leziosa che non rinuncia al bello e che unisce l’antico alla contemporaneità: gli oggetti acquistano nuovi significati e gli spazi si vestono di apparenti contenuti narrativi. Tecniche miste realizzate con porzioni di statue lignee o con l’accostamento tra un prezioso vaso di XVIII secolo ed uno strano germoglio sintetico rivestito con la stoffa a fasce bicolori di un abito da lavoro. Un modo di intervenire sulla realtà operando strane tipologie di innesti, per un effetto di straniamento “otticamente interessante”.



Antonella Colaninno

venerdì 14 maggio 2010

JANNIS KOUNELLIS



di Antonella Colaninno

L’artista Jannis Kounellis opera negli spazi pubblici delle città per reinterpretare i luoghi nell’ottica di una fruizione collettività che esalta il valore pubblico dell’arte. La creatività interviene sulla realtà in nome di un’arte aperta che continua ad essere un’opera in progress, non finita o chiusa nei limiti di un decorativismo fine a se stesso.
“Sono stato attratto dalla Madonna di Tiziano per la sua sacralità, per la sua “liberazione” come l’inizio di un viaggio attraverso la realtà attuale, partendo proprio dal Rinascimento dove ha inizio la modernità. La Madonna di Tiziano è portatrice di molti “no”; è nei “no” la rivoluzione di una “diversità sognata”. Non si può pensare al liberalismo senza Tiziano e la sua Madonna, carnosa e liberatoria, autorevole diversità di vedere e di proporre la propria condizione storica ma anche emotiva ed erotica”. “La modernità è indossare questo passato”.
Così racconta Jannis Kounellis la sua rivoluzione estetica, distante dall’iconografia tradizionale, ma che cerca di rappresentare, allo stesso modo, l’idea della folgorazione e di un universo nel quale convivono i principi della dialettica degli opposti. Il suo mondo ha una dimensione teatrale e rappresenta il lungo viaggio nel quale “si porta altrove la propria identità” per combinare unioni e realizzare confronti. In questo descrive Kounellis il suo viaggio verso la modernità. “Fontana non era un modernista. I suoi tagli sono delle ferite sulla pelle. E’ Caravaggio che mette il dito di San Tommaso nella ferita del costato di Gesù. Queste ferite ci portano nel dramma di una figurazione, esprimono la volontà di ricongiungersi con una realtà”. E ancora: “Roma città aperta”o Pasolini sono come la Madonna di Tiziano”.

PUBBLICATO DA ANTONELLA COLANINNO

FORTUNATO DEPERO E LA GALLERIA CAMPARI




DI ANTONELLA COLANINNO

E' stata inaugurata a Sesto San Giovanni la Galleria Campari, un museo disegnato da Mario Botta che ospita opere di Fortunato Depero, Ugo Nespolo e Bruno Munari. Con l'apertura dello spazio espositivo è stata allestita una mostra dedicata a Fortunato Depero (1892-1960) per celebrare i 150 anni di storia-Campari; un sodalizio tra arte e impresa di cui Depero è stato l’ideatore, lavorando con la storica azienda dal 1926 al 1936. Nel 1932 Depero realizzò la storica bottiglia del Campari soda, mentre nel 1926 dedicò a Campari la tela intitolata Squisito al selz che fu esposta in occasione della Biennale di Venezia. “Un solo industriale è più utile all’arte moderna e alla nazione che 100 critici d’arte o 1000 inutili passatisti”, dichiarava Depero proprio in quegli anni.
L'artista iniziò a realizzare i suoi primi lavori a soli quindici anni, quando frequentava la Scuola reale elisabettiana di Rovereto, un istituto simile ad una scuola di arti applicate. La sua pittura infatti, esprime la severità e l’ordine della cultura mitteleuropea e il gusto per la citazione tipico della tradizione artistica e letteraria italiana. Depero è, inoltre, attento allo studio dei volumi, sciolti, ormai,dagli incastri tipici del cubismo e accostati tra loro in libere relazioni  di rapporti cromatici, nei quali il colore crea un plasticismo pittorico attraverso le larghe campiture a tinte piatte. Nel marzo del 1915, insieme a Balla, Depero lancia il Manifesto “Ricostruzione futurista dell’universo”, definendosi un astrattista futurista e aprendosi, così, ad una nuova fase del futurismo che supera quella di Balla e di Boccioni. 
Verso la fine del primo decennio del Novecento, Depero fu il promotore, insieme allo scrittore e poeta svizzero Gilbert Clavel, del teatro plastico, e realizzò, in questo ambito, le coreografie per i balli plastici, un'esperienza importante che influenzerà la sua produzione artistica a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Le opere di questo periodo rivelano una maggiore scomposizione dei volumi e delle figure che diventano delle pure stilizzazioni meccaniche, come si può notare nei lavori intitolati Prismi lunari (1932), Alto paesaggio d’acciaio (Alba e tramonto sulle Alpi) (1927). Si tratta di opere spesso monocromatiche nelle quali si creano vere architetture di luce.
Dopo la personale a Roma nel 1919, presso la Galleria Bragaglia, e dopo la partecipazione all’Esposizione Nazionale Futurista alla Galleria Moretti di Milano, Depero ritornò, sempre nello stesso anno, a Rovereto, dove fondò la Casa d’arte futurista. In realtà, le case d'arte futurista si diffusero un po’in tutta Italia, a partire dal 1918, con l’obiettivo di creare un design futurista nell'ambito delle arti applicate, con particolare attenzione per gli arazzi, che Depero definiva quadri di stoffa. Il suo interesse per il design, e per l’applicazione dell’arte al prodotto industriale, lo porterà a lavorare per imprese quali Verzocchi, San Pellegrino, e Bianchi. Ma sarà il sodalizio con Campari che segnerà una svolta decisiva nel rapporto tra arte e tecnica, tra creatività e industria, e troverà nel linguaggio pubblicitario una forma immediata e consumistica di fare arte. Nel 1928 Depero si trasferì a New York dove illustrerà copertine e lavorerà nel settore della pubblicità. Scriverà:"Il giorno avanza sensibilmente. Dalla fitta nebbia si vedono spuntare come magiche apparizioni, in alto strette pareti regolarmente foracchiate, come pezzi di gigantesco scatolame turrito. Sono i grattacieli che si vedono vagamente lontani”. E’ qui che il suo sogno futurista farà i conti con la realtà e con una società in crisi d'identità, che paga la corsa al progresso con la frenesia di una vita spesso priva di slanci, sempre in corsa con il tempo. Il suo rientro in Italia coincise con il recupero della tradizione e dei valori, che si riflette in una pittura più malinconica e dimessa nei toni. Nel 1959 sarà inaugurata a Rovereto la Galleria Museo Fortunato Depero. Fortunato Depero morirà il 29 ottobre 1960. Oggi la Casa d’Arte futurista Depero è una delle sedi del Mart, unico museo in Italia dedicato ad un esponente del futurismo.

Pubblicato da Antonella Colaninno

mercoledì 12 maggio 2010

TUTTI A TAVOLA!



EVERYONE TO THE TABLE!
DEI CINQUE SENSI E DELLA CONVIVIALITA’

ARTE, CINEMA, DESIGN, PROFUMI, TEATRO.

a cura di Franco Laera

14 aprile-9 maggio 2010
Galleria d’Arte Moderna Pinacoteca di Brera





Inizia nei sotterranei del palazzo settecentesco di Villa Reale o Villa Belgioioso dimora del Conte Barbiano e poi di Napolene, il percorso Tutti a tavola, nelle sale che all’origine erano adibite alle cucine e alle dispense. Alla morte del conte Ludovico Belgioioso, la villa venne comprata dal governo italiano. Divenne prima residenza di Napoleone, poi proprietà dei Vicerè austriaci, poi dello Stato italiano e dal 1919 del Comune di Milano.
I sotterranei si riappropriano della funzionalità dei propri spazi, anche se solo nella finzione scenica. Le cucine come luogo “di convivialità” e di preparazione del cibo. Il cibo come rituale di quotidianità, espressione culturale di un’arte sopraffina. Il pranzo come momento di festa, di incontro, di sana socialità. Un percorso di suggestioni attraverso i sontuosi banchetti rinascimentali, accompagnato dalle proiezioni di famose scene cinematografiche come il Satyricon di Federico Fellini e dalle performance teatrali (Ermanno Olmi, Peter Greenaway, Robert Wilson, Vanessa Beecroft). Il teatro nel teatro. Affascinanti coreografie di calchi in gesso sullo sfondo di suggestive impalcature scenografiche raccontano il raffinato percorso tra presenze umane e i sapori dei cibi. La trasparenza dei tendaggi lasciano intravedere queste misteriose sagome bianche di statue e frutti tra sonorità ed apparizioni sceniche tratte dal teatro burlesco di Dario Fò che ripropongono il gusto del banchetto in un percorso surreale fuori dal tempo inebriato dal profumo di miscele di miele e petali di rose. La convivialità è un esperienza dei sensi, è un momento di condivisione che coinvolge e unisce in relazione. I dipinti fanno da cornice a questo percorso del gusto: tra Brera e Villa Reale: la Madonna con Bambino di Garofalo, e la Madonna del Latte di Luca Signorelli (sala XVIII) accompagnano la storia del cibo dalla maternità all’allattamento, prime esperienze di nutrimento dell’infanzia, per proseguire poi, attraverso i sontuosi banchetti rinascimentali, le raffinate pietanze delle corti papali, sino all’opulenza dei ricevimenti ufficiali e delle colazioni di lavoro. La cucina di Everisto Baschenis, Natura morta con tavolo rotondo di Giorgio Morandi (XXXI) e Cena in casa di Simone di Paolo Veronese (sala IX). E ancora Le due madri di Giovanni Segantini (sala XVIII). Il rito del convivio ha una dimensione sacra nella sua quotidianità. Il pranzo nella tradizione italiana diventa un momento di comunione che ha radici lontane in epoca romana e cristiana. Un invito alla gioia e all’incontro conviviale in una società che ha perso forse, il piacere del buon cibo e la sana cultura del mangiar bene.


Antonella Colaninno


Mentre a Rho va in scena Eurocucina, i Saloni si aprono alla città di Milano con un evento multimediale a essa dedicato: “Tutti a tavola!”, a cura di Franco Laera. Le sale della Villa Reale diventano il palcoscenico per celebrare quel particolare momento che lega la cucina alla tavola, la preparazione del cibo alla sua degustazione e i sensi e i sentimenti che li accompagnano. Un viaggio attraverso le espressioni più significative del mangiare come atto di bellezza e di creatività, rievocato nella dimensione privata e in quella pubblica e fastosa. “Tutti a tavola!” è un originale percorso nella suntuosa dimora nobiliare, che inizia nei sotterranei, eccezionalmente accessibili al pubblico, in origine adibiti alle dispense e alle cucine, e prosegue attraverso gli altri piani della Villa alla ricerca dell’unicità dello spirito italiano dello stare a tavola, dei sentimenti e dei valori che si muovono intorno a questo rito. Salendo verso i piani nobili della Villa il pubblico ne attraversa le differenti sale in cui tutte le arti - teatro e cinema, pittura e video, musica e design, letteratura e architettura - testimoniano le numerose forme della convivialità nella cultura italiana: il pranzo della festa, il banchetto delle grandi occasioni, il pasto solidale, la cena tra amici, il caffè, il mondo delle sagre popolari e perfino la colazione di lavoro.


AT CASA Corriere della Sera

domenica 25 aprile 2010

FABIO AGUZZI RAFFINATE ESSENZE DI LUCE




di Antonella Colaninno

Fabio Aguzzi è pittore della luce che illumina e accarezza l’oggetto che si fa prezioso. Una pittura intima che evoca ed emana profumi e rende viva la consistenza della materia. La luce riflessa delle trasparenze dei vetri, la brillantezza degli smalti e la fragile bellezza dei fiori sono solo alcune immagini di un naturalismo che supera la semplice mimesis della realtà. Ogni oggetto diventa un simbolo di pura e incondizionata bellezza che comunica nel dettaglio l’intima essenza della propria natura.

L’artista coglie l’invisibile e il rapporto con l’oggetto va oltre la semplice rappresentazione e riscopre il valore della conoscenza. L’arte comunica ed esprime un mondo di libere emozioni e raffinate visioni.
“E’il grande inganno della pittura, che quando è autentica non si prefigge mai di rappresentare il visibile,…ma di trasportare la realtà oggettiva (e visibile) in una dimensione “altra”, schiudendo le porte del mistero, dell’impossibile, financo dell’improbabile.”(Alberto Agazzani).Nei viaggi tra l’Africa e l’Oceano Indiano Aguzzi scopre luoghi magici e incontaminati, isole dalle sabbie madreperlate dove i venti formano seducenti sinuosità e disegnano delicate increspature sulla superficie. In questi mondi vive nuove emozioni, tra spazi sconfinati di luce, ampie distese di sabbia e selvatiche vegetazioni.
“Pochi pittori oggi vivono la pittura con entusiasmo ed una gioia simili, arrivando a far coincidere la propria vita con i colori e le forme, le luci e le ombre delle sue natura morte o dei suoi paesaggi.”(Alberto Agazzani).

Là, dove finisce il mondo
forse, inizia il paradiso.
Io ci sono stato
a quel confine.
Indefinito, labile, sfumato
ma reale, esistente.
Quando lo ripassi
e torni nel mondo
dopo
subito dopo
ti prende la nostalgia
e ti manca l’Eden.
(Fabio Aguzzi)



domenica 28 marzo 2010

RIFLESSIONI SU ARTEFIERA







Arte Fiera è una grande vetrina sulla contemporaneità, attenta alle proposte del mercato dell’arte internazionale di qualità. La scelta dei contenuti esprime l’importanza di questo appuntamento fieristico che sottolinea soprattutto la “propria identità di fiera storicizzata”, nella continuità del pensiero dell’arte, nel confronto tra le creatività. Passeggiare all’interno degli spazi espositivi di Arte Fiera significa ripercorrere nel tempo le grandi esperienze visive dell’arte contemporanea attraverso la sensibilità di artisti che hanno lasciato un’ impronta ineguagliabile di stile. Ho trovato molto affascinante l’idea di utilizzare spazi alternativi a quelli fieristici per far dialogare l’opera d’arte non solo con il fruitore ma soprattutto con gli spazi urbani e con le persistenze architettoniche. Credo che un’opera così allestita trasmetta in chi la osserva un’emozione più profonda, perché si creano delle strane alchimie comunicative. Tra queste, l’opera “Speleotema” di Francesco Simeti installata a ridosso della volta affrescata del cortile dell’Archiginnasio e quella di Angela Glajcar, “Perforation Schewebend” allestita all’interno degli spazi della storica Galleria Cavour. Il potere dell’immagine accresce la sua carica suggestiva ponendosi in una continuità naturale con il passato e in un dialogo interattivo con gli spazi architettonici. E’come se l’opera raccontasse di sé, si svelasse intimamente al suo osservatore, lo trovo molto sensuale. Barry x Ball di Matthew Barney (Yellow-Black) Dual Dual Portrait installata negli spazi del Museo Archeologico, credo che sia molto forte nella sua carica comunicativa, la sua rivelazione coinvolge in ogni piccolo dettaglio, è un’opera che si apre completamente allo spazio circostante in una visione continua; credo si possa definire un capolavoro.
Tra gli appuntamenti di Arte Fiera di sabato 30 gennaio (unica mia giornata all’interno dei padiglioni) vorrei segnalare l’incontro con Angela Vettese sulla presentazione della terza edizione del Festival di Faenza in cui si è discusso sull’importanza di riscoprire il valore creativo e comunicativo dell’opera, e la conferenza di Renato Barilli, un estratto della IV edizione del Videoart Yearbook 2009, organizzato dal Dipartimento delle Arti Visive dell’Università di Bologna, svoltosi lo scorso luglio nel Chiostro di Santa Cristina. Una rassegna originale e innovativa che studia le possibili manipolazioni dell’immagine attraverso l’applicazione delle tecnologie digitali. Bella la Video performance di Giovanna Ricotta, artista performativa che usa il suo corpo come soggetto dell’opera e strumento di comunicazione.




ANTONELLA COLANINNO












Barry x Ball

Opera: Barry x Ball - Matthew Barney (Yellow - Black) Dual-Dual Portrait (2000-2009)
Sede espositiva: Museo Civico Archeologico (sala mostre)





Portatrice di una singolare diversità, la scultura di Barry X Ball comunica le impronte culturali tradizionali, moderate e modulate da un accento tecnologico che abbisogna di computer, penna ottica, muscoli forti, intelligenza trasversale. I suoi titoli sono lunghi, a volte lunghissimi e nell’abbondare delle loro parole più che nella resa finale dell’opera spesso si cela il significato intrinseco del lavoro. Marmo italiano o californiano, fondi oro, siano essi bizantini o giapponesi, onice iraniano traslucido, colle siliconate, i motivi black and white figli dell’antico gotico pisano, le tecniche di restauro, si assommano con precisione da archivista per costituire opere destinate a rimanere nel tempo, non solo per la loro massiccia fisicità, ma per un’organicità e forza di contenuto che si crea di rado nel rutilante mondo dell’arte contemporanea. Barry X Ball smagnetizza in tal modo il nastro della storia dell’arte, inscatola il tempo facendolo galleggiare, nella potenza del marmo, sulla superficie del presente.
Nella prima metà degli anni novanta Ball produceva un lavoro differente. Poi, insoddisfatto del “sistema”, sceglie una strada più personale ed apparentemente conformista cimentandosi nella vecchia capacità artigianale di lavorare la pietra. E lo fa divenendo membro fondatore della “Digital Stone Project”, ovvero operando un processo ellenistico e rinascimentale sommato alla più alta forma di tecnologia scultorea. Sebbene sempre tentato di occupare cesure ed infinite partizioni linguistiche, lo scultore americano afferma la realtà fisica dello spazio tridimensionale offerto dalla corposità e dalle forme solide della materia e si spinge in modo tale da farlo armonizzare con lo spazio naturale e le linee della figura.
I suoi ritratti di pietra abbisognano di una procedura minuziosa e lunghissima. I soggetti, necessariamente personaggi che ruotano intorno al mondo dell’arte, si devono sottoporre ad un’estenuante seduta durante la quale viene costituito il calco di gesso. Il provino consiste anche in molti scatti fotografici del volto, del cranio, dei particolari della testa che l’artista userà per l’iperrealista e fedele composizione dei ritocchi finali. Il salto temporale avviene quando il calco viene passato sullo schermo del computer mediante uno scanner tridimensionale che crea una matrice positiva virtuale. A questo punto l’artista può operare delle manipolazioni strecciando la figura con un elastico ipotetico per delle alterazioni che spesso vengono esplicitate nel titolo stesso dell’opera. Un file a controllo numerico dà la prima sgrezzatura alla forma di pietra, una macchina tarata con precisione che per prima lavora il marmo. Marmo scelto con cura dall’artista che ne decide la grandezza del blocco e il verso delle venature, determinanti per il risultato finale. Dopo il primo modellino interviene la manualità con un lavoro di pulizia che dura mesi. La pietra scelta da Ball ha milioni di anni e concettualmente il tempo e la storia geologica del materiale si integrano con il “senso della durata” che sta a fondamento dell’opera.
La storia dell’arte conosce a memoria elementi e componenti dell’opera di Ball, ma ciò che nasce dall’assemblaggio di tutti questi fattori è qualcosa di completamente nuovo. La scala dimensionale a volte resta fedele al modello, altre si rimpicciolisce. Nel caso del ritratto dell’amico-artista Matthew Barney la scultura marmorea raffigura questi in un atteggiamento serio e serafico mentre l’autoritratto, posizionato a comporre una sorta di giano bifronte, nuca con nuca, è un Barry X Ball urlante a significare lo sforzo prodotto e la corsa sfrenata nella quale è impegnato per realizzare il lavoro. Il carattere dei personaggi riprodotti penetra liberamente nell’opera divenendone uno degli elementi fondamentali. Il materiale usato, onice messicano, aggregato di lapislazzuli, marmo pakistano, così come l’uso della maniera rococò piuttosto che vittoriana dialogano con il soggetto rappresentato, la posa adottata o la scelta di tendere la pietra come una striscia tesa da un elastico. La datazione dell’opera occupa sempre uno spazio di tempo che va dai 3 agli 8 anni, vista l’enorme mole di lavoro che sta dietro la realizzazione di ogni singolo pezzo.
Scultore di straordinaria fantasia concettuale Ball si orienta anche nella pratica fotografica, con gli stessi soggetti ricorrenti nei lavori tridimensionali o con il suo autoritratto piegato ad un’anamorfosi e ad una triplice visibilità dell’immagine. Dotate di un’estetica strutturale ed una forma emblematica, le opere di Ball sono cariche di tensione, illusionismo, enfasi, ironia. Il design barocco, l’abilità tecnologica, la manualità esasperata e maniacale, tese al prodotto lucido e perfettamente finito, riportano a quell’ossessione dell’idea così connaturata con la poetica, l’inclinazione artistica, culturale e di atteggiamento caratteriale di questo potente e singolare artista contemporaneo.
Martina Cavallarin

mercoledì 24 marzo 2010


CARAVAGGIO
SCUDERIE DEL QUIRINALE
ROMA

20 FEBBRAIO – 13 GIUGNO 2010


La mostra romana celebra i 400 anni dalla morte di Michelangelo Merisi (1571–1610) detto il Caravaggio, dal nome della cittadina lombarda nella quale aveva vissuto, e si propone di offrire al visitatore la produzione certa di questo artista tanto discusso che ha rinnovato l’idea stessa di naturalismo. Sino al 13 giugno sarà possibile ammirare i capolavori del Caravaggio provenienti dalle sedi romane e dai più importanti musei al mondo; 24 le opere dipinte dal maestro della luce, che non saranno però visibili durante il complessivo periodo della mostra per esigenze legate ad altre iniziative organizzate in contemporanea. Caravaggio, “pittore maledetto”, ritrovò una sua identità nello spirito romantico dei “Poeti maledetti”, l’opera di Paul Verlaine del 1884 in cui poeti come lo stesso Verlaine e Rimbaud componevano versi trasgressivi. Spirito irrequieto, come molti artisti in quegli anni, è stato oggetto di zuffe e di risse che lo hanno coinvolto anche in un omicidio mentre partecipava al gioco della pallacorda. È la storia a documentare le denunce a suo carico, come quella del pittore nonché suo biografo Giovanni Baglione e la sua condanna a morte per omicidio nel 1606, alla quale sfuggì per una morte accidentale che lo sorprese all’improvviso, nonostante gli fosse stata donata la grazia. Fu artista precoce, a bottega già ad 11 anni dal Peterzano e a 17 anni realizzò il suo primo capolavoro. La luce è lo strumento con il quale il Caravaggio indaga la natura, rileva le emozioni, raggiunge una sacralità in ciò che è profano, in questa sua ricerca continua di verità attraverso una licenziosità dissacrante. Il suo realismo da una lettura nuova alla pittura sacra, ad una iconografia che aveva usato sino ad allora, un linguaggio di stereotipi. Caravaggio è maestro di un nuovo linguaggio che racconta la vita nella dialettica tra sacro e profano, nel contrasto tra la luce e l’ombra. Tra le opere in mostra il “San Giovannino”(1600 ca) proveniente dai Musei Capitolini di Roma; un dipinto simbolico nel quale l’ariete rappresenta il Cristo e si sostituisce al tradizionale agnello. La luce è l’elemento che rischiara dal buio del peccato, benché qui non evidenzi lo spirito ma il plasticismo dei volumi; la luce accarezza il corpo del giovane evidenziandone il delicato vigore, la leggera tensione muscolare e la posizione delle gambe che sottolinea un esplicito erotismo. Lo sguardo caldo e limpido e il sorriso sereno inducono a pensare alla omosessualità di Caravaggio che molti hanno attribuito all'artista. Il volto androgino è simbolo di equilibrio poiché unisce la dialettica degli opposti e allude al divino. Il drappo rosso e la pelle di cammello sono gli attributi di Giovanni, mentre la gamba levata indica resurrezione e il tronco d’albero secco la morte, una dialettica questa che rappresenta l’essenza stessa di Gesù figlio di Dio fattosi uomo. Anche la canestra di frutta che ritroviamo in alcune opere del Caravaggio, come l’opera omonima della Pinacoteca Ambrosiana di Milano, eseguita quasi sicuramente per il Cardinale Federico Borromeo, o la “Cena in Emmaus” è ricca di simbologie; l’uva e il melograno sono il simbolo del martirio di Cristo, ma soprattutto sono l’emblema di un nuovo naturalismo costruito sulla luce che amplifica i valori plastici e la percezione del gusto e del tatto. Il “Fanciullo con canestra” (1593-94), proveniente dalla Galleria Borghese, è un’opera classicheggiante nell’enfasi della struttura compositiva. Un’immagine sensuale per le labbra dischiuse, la spalla scoperta e il capello vaporoso dell'adolescente, tra sacro e profano. Questi efebi androgini sono somiglianti tra loro e sono riconducibili alla fisionomia del Caravaggio. La “Deposizione”(1602-1604) della Pinacoteca Vaticana, fu una delle sue prime pale d’altare, realizzata per Santa Maria in Vallicella a Roma. Nel realismo sconcertante l’elemento sacro si universalizza nella dimensione popolare. La luce e l’ombra rilevano il dramma umano di Cristo. L’interpretazione in chiave popolare contrasta con gli ambienti sacri della chiesa e comunica un verismo forte che da un nuovo volto alle figure dei santi che assumono le sembianze dei volti segnati e affaticati dei contadini.


ANTONELLA COLANINNO