Nudo di donna EGON SCHIELE















giovedì 21 febbraio 2013

I BRUEGHEL, 150 ANNI DI UNA DINASTIA




“L’arte del descrivere della pittura olandese è interamente fondata sulla fiducia, che deriva dalla filosofia di Bacone, “nelle capacità di osservazione dell’occhio.” L’occhio sembra porsi a distanza ravvicinata con gli oggetti, cercarne l’intimità, […] E’ nel cuore del quotidiano che essi lanciano un preciso messaggio di salvezza (laica, non trascendente) […] E la salvezza laica può coincidere con una quotidianità resa eterna.” Svetlana Alpers *

di Antonella Colaninno

Sono già trascorsi tre anni dalla mostra che i Musei San Domenico di Forlì dedicavano ai fiori e ai loro significati declinati tra natura e simbolismo, seguendo “un percorso tra i fiori in pittura, al di fuori dei generi.” Una vasta panoramica sul Seicento focalizzava tra gli altri, un'attenzione particolare sulle tavole fiamminghe e sui Brueghel, su una serie di vasi di fiori dipinti su tavola e su rame e sul piccolo olio su rame dal titolo“Madonna col Bambino e angeli entro una ghirlanda di fiori” (1618-1620 ca. Museo del Prado di Madrid)
dipinto da Jan Brueghel il Vecchio e Giulio Cesare Procaccini che realizzò le figure all’interno della preziosa ghirlanda floreale. 
Dallo scorso dicembre, il Chiostro del Bramante presenta una interessante mostra sulla storia artistica della dinastia dei Brueghel che, per oltre 150 anni, ha dipinto la società e la cultura del secolo d’oro dell’arte fiamminga. Particolare attenzione è data alle storie contadine e al suo mondo popolare e grottesco che alle volte è narrato attraverso una interpretazione bucolica, nonchè alle composizioni floreali così di moda nella cultura figurativa europea. Particolarmente dense di significati simbolici, queste composizioni rappresentano un importante elemento di lettura dello stato sociale e della sensibilità del soggetto a cui fanno riferimento. Una mostra che se pur circoscritta alle “meraviglie dell’arte fiamminga” pone uno spunto di riflessione su una tipologia di pittura che prediligeva le composizioni floreali considerate all’epoca come un genere di minore rilevanza.
Vincenzo Giustiniani, collezionista e committente di Caravaggio, nel 1620, elencò in 12 punti, i diversi modi di dipingere ponendo solo al quinto posto la pittura floreale, quel “saper ritrarre fiori ed altre cose minute” poiché “la pittura doveva educare e raccontare storie edificanti e così dipingere soggetti inanimati non competeva ai grandi maestri.” (Alessandro Morandotti)
Quattro generazioni di artisti, quella dei Brueghel, che con Pieter il Vecchio apre una lunga stagione artistica che si protrarrà per oltre 150 anni. Una visione grottesca e giocosa desunta dall’immaginario di Hieronymus Bosch ritrae la gestualità della cultura contadina nei momenti di festa, sottolineando l’assenza di convenzioni e la presenza di una varietà umana ricca di sfumature.

Un’analisi attenta che non tralascia alcun particolare e che traduce nella vivacità del colore e nella libertà del movimento l’atteggiamento giocoso ed esuberante del mondo rurale. Il genio artistico di Pieter Brueghel il Vecchio continuerà ad esprimersi attraverso il lavoro dei figli Pieter il Giovane (il primogenito) e Jan il Vecchio consentendo alla dinastia di progredire e di intrecciare vicende umane ed esperienza artistica. Pieter porterà avanti e svilupperà le tematiche del padre, mentre Jan introdurrà il tema floreale e la natura morta, aderendo ad un linguaggio più aulico e ad uno stile più raffinato. Saranno ancora i figli di Jan e Pieter a dare lustro alla dinastia di artisti; Jan il Giovane riprenderà le tematiche di suo padre Jan il Vecchio con un ciclo sulle allegorie della pace, della guerra, dell’acqua, dell’amore, dell’olfatto e dell’udito e con le rappresentazioni floreali a cui si intrecciano i lavori di Jan van Kessel il Vecchio, nipote di Jan il Giovane, un elegante studio sugli insetti, sulle farfalle e sulle conchiglie a cui il Chiostro dedica gli spazi dell’ultima sala espositiva. La dinastia si conclude con l’ultimo erede, Abraham che distaccandosi completamente dalla continuità artistica della famiglia, ne decreterà la fine.


Pubblicato da Antonella Colaninno

Mostra visitata il 16 gennaio
   
*Dal saggio di Svetlana Alpers, Arte del descrivere. Scienza e pittura nel seicento olandese [1984], Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 148 tratto da Il corpo e l’anima dei fiori  di Marco A. Mazzocchi saggio in catalogo della mostra Fiori. Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh (Silvana Editoriale).

                                                                                                      
In foto in ordine: Jan van Kessel “Studio di farfalle e altri insetti”, 1657 olio su tavola; Pieter Brueghel il Giovane “Trappola per uccelli”, 1605 olio su tavola; Pieter Brueghel il Giovane "Danza nuziale all'aperto", 1610 ca. olio su tavola; Jan van Kessel "Studio di farfalle e insetti", opera su marmo.


mercoledì 13 febbraio 2013

MARINO MARINI: L’ARCAICO





“Viaggiando per l’Italia, a Roma, a Venezia, a Padova, non mi ero mai impressionato alla vista di monumenti equestri, ma Bamberg, in Germania, mi fece una grande impressione, forse perché nasce in un mondo di fiaba, lontano da noi, in un angolo sperduto…” Marino Marini  

DI ANTONELLA COLANINNO

Se le forme fossero irriducibili al presente, l’Arcaico mondo di Marino Marini (1901-1980) sarebbe la perfetta sintesi di una prospettiva storica che guarda alla classicità come ricerca antropologica. La figura umana attinge da un archetipo primordiale nella sua linearità geometrica e nella sua severa frontalità e, allo stesso tempo, anche nelle morbide volumetrie. Nei cavalli e cavalieri la contemporaneità della linea, così originale ed energica, si ispira al modello classico del Marco Aurelio a cavallo, che si ripropone, idealmente, nella scultura dell’Enrico II di Bamberg. 

Una figura, quella dell'imperatore, che colpì profondamente Marini, per il suo essere decontestualizzata da qualsiasi tempo storico e per questo, sempre di grande attualità. Il passato percorre il presente, nella continua ed inesauribile ricerca, attraverso nuove forme, della sua rivelazione. Nelle sculture di Marino Marini si avverte una tensione latente e, a volte, oscura, che rivela le inquietudini di un artista che ha vissuto le contraddizioni del suo tempo.

Il Museo Archeologico di Bologna ospita sei opere di Marino Marini, in un allestimento che, come una strana caccia al tesoro, invita a ricercare le sculture dell’artista toscano tra i reperti di arte egizia, etrusca e greco romana. Le sculture di Marini trovano la propria collocazione tra le opere della collezione permanente, in un percorso di armonie elettive che esclude ogni nota di dissonanza. Il piccolo Nudo del 1929 si confonde tra le sculture egizie del piano interrato, mentre il ritratto dello scultore Fausto Melotti campeggia al centro della sala che ospita la collezione Etrusco-Italica. Al piano terra, è collocata l’imponente scultura del Cavaliere (1949) e, proseguendo, alla fine della ricca Gipsoteca, la grande figura della Pomona (1945), che, con le sue abbondanti rotondità, ricorda le primitive statue di terracotta propiziatorie di fertilità.  
Pubblicato da Antonella Colaninno

Anche nel 2012, Marino Marini resta lo scultore italiano più quotato in ambito internazionale. 937 mila sterline (1,1 milioni di euro) per un Cavaliere del 1947 acquistato in un’asta londinese di Sotheby’s. Sempre da Sotheby’s a New York Piccolo cavaliere del 1947 è stato aggiudicato a 782 mila dollari (590 mila euro). (Fonte: ArteFiera Bologna)


giovedì 7 febbraio 2013

GLI AFFRESCHI DI SANTA CECILIA A BOLOGNA



di Antonella Colaninno

Passeggiando tra le architetture porticate di Bologna antica, quasi in prossimità di Piazza Giuseppe Verdi con lo storico teatro comunale dedicato al celebre compositore, si trova la chiesa di Santa Cecilia, in quel di via Zamboni che una volta fu via San Donato. Ricostruita nel 1359 dagli eremitani, vicino alla preesistente struttura che con molta probabilità, venne abbattuta, la chiesa è menzionata già in un documento del 1267. Durante il XV secolo, la chiesa subirà una serie di trasformazioni per iniziativa della famiglia Bentivoglio (la più importante delle famiglie bolognesi) che, affermatasi nei primi anni del ‘400, sarà cacciata dalla città nel 1506 da papa Giulio II, anche se il suo declino iniziò a partire già dal 1488 in seguito alla congiura della famiglia Malvezzi. L’ingresso della piccola chiesa si apre  sulle decorazioni pittoriche ad affresco dedicate alla vita di Santa Cecilia (1505 – 1506). Giovanni II Bentivoglio li fece realizzare da Francesco Raibolini detto il Francia, da Lorenzo Costa, da Amico Aspertini e probabilmente, da altri artisti minori, dopo la sua fortuita incolumità durante i terremoti che devastarono Bologna tra il 1504 ed il 1505.  Il ciclo narrativo sulla vita della santa, suddiviso in 5 parti,  è tratto dalla Passio Sancta Ceciliae* e si svolge sulle pareti laterali. Una bellissima sequenza di immagini racconta la storia della giovane santa, vergine e martire, data in sposa contro la sua volontà, al pagano Valeriano. Rivelandogli dopo le nozze del suo voto di castità, Cecilia lo invita a convertirsi e a purificarsi alla fonte così che il suo angelo custode possa proteggerlo. Valeriano decide così, di farsi battezzare da papa Urbano ma, insieme a suo fratello Tiburzio, convertitosi anche lui al cristianesimo, sarà condannato a morte e decapitato “in un luogo a quattro miglia dalla città di Roma, sulla via Appia.” Seguirà la condanna del funzionario romano Massimo che Tiburzio e Valeriano avevano fatto convertire al cristianesimo, e della stessa Cecilia. Ma la giovane uscirà illesa dai liquidi bollenti dove era stata immersa e  sopravviverà anche ai tre tentativi di decapitazione ancora per tre giorni, il tempo necessario per distribuire i beni dei due fratelli ai poveri e la sua casa alla Chiesa e di impedire ad Almachio di impossessarsene. Cecilia avrà sepoltura nei luoghi in cui “si seppellivano i vescovi, i martiri e i confessori della fede Cristiana.”
Il ciclo di affreschi si è preservato nel tempo e nell’ intervento di restauro che ha visto soprattutto un lavoro di ripulitura, si sono purtroppo perduti alcuni elementi della composizione. Di grande eleganza formale e compositiva, l’intero ciclo rappresenta un luogo narrativo in cui l’estetica e il messaggio cristiano danno prova di un’espressione artistica di grande qualità e raffinatezza anche per la presenza di rilievi dorati di alcuni elementi decorativi ad impreziosire la scena. . Il ciclo si apre con l’affresco dello “Sposalizio di Santa Cecilia e San Valeriano” di Francesco Raibolini detto il Francia in cui san Valeriano porge a Cecilia l’anello nuziale. I due gruppi di persone sono incorniciati da una architettura che denota nella parte oscura alla destra di Valeriano, l’ombra del paganesimo. L’ultimo affresco del racconto realizzato sempre dal Francia si pone ad epilogo della vita della santa. “La sepoltura di Santa Cecilia” si caratterizza per la serenità dei volti e la morbidezza delle figure e per una espressività dettata dal trapasso dell’anima di Cecilia nel regno dei cieli.  

Pubblicato da Antonella Colaninno
Luogo visitato il 25 gennaio

* "Passio Sanctae Ceciliae del V secolo divulgata nelle sue linee essenziali tramite la Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (Varagine) del XIII secolo. In seguito la Passio fu edita integralmente  (1840 ca.) insieme ad altre agiografie  desunte da codici manoscritti antichi dall'umanista milanese Bonino Mombrizio."

In foto: scorcio della piazza, con i portici di via Zamboni, l'oratorio di Santa Cecilia e l'adiacente corpo della chiesa di San Giacomo Maggiore; interno della chiesa con l'altare; panoramica di una sezione degli affreschi; lo "Sposalizio di Santa Cecilia e San Valeriano" di Francesco Raibolini detto il Francia; "Martirio di San Valeriano e San Tiburzio" di Amico Aspertini. 

martedì 1 gennaio 2013

SULLE VIE DELLA SETA ANTICHI SENTIERI TRA ORIENTE ED OCCIDENTE



di Antonella Colaninno

Il mondo antico esercitava un’intensa attività di scambi commerciali a cui si univano gli spostamenti di soldati e di pellegrini, tutti quanti mossi da spirito di conoscenza e di potere. Queste peregrinazioni determinarono dei veri e propri percorsi che sono stati identificati nelle Vie della Seta per via dell’importanza del commercio di questo tessuto prezioso. Sulle Vie della Seta tra VII e XIV secolo si incrociarono una moltitudine di popoli e di culture dove anche la nostra penisola ha lasciato importanti testimonianze. Presso Palazzo delle Esposizioni di Roma è in corso sino al prossimo 10 marzo, una interessante mostra dal titolo Sulla Via della Seta, antichi sentieri tra Oriente e Occidente che ricostruisce il lungo viaggio dei popoli da Oriente ad Occidente, attraverso le quattro città simbolo del tempo: Chang’an, l’attuale Xi’an e all’epoca “capitale cosmopolita della dinastia cinese dei Tang”; Turfan, “città oasi del deserto del Gobi”; Samarcanda, importante centro vitale per il commercio e la cultura; e Baghdad, “capitale del mondo islamico e sede del califfato.”
Il mare rappresentava lo snodo vitale di questi traffici commerciali. Dalla Siria si giungeva al Mar Mediterraneo e Venezia e Genova furono le principali città italiane interessate ai rapporti con l’estremo oriente. Viaggiatori e mercanti italiani, tra cui ben note sono le imprese di Marco Polo, cercarono fortuna in Cina, negli anni del dominio mongolo (1272 – 1368). A testimoniare questi rapporti sono esposte nella sezione dedicata alle relazioni tra le città italiane e l’Oriente, una serie di miniature ed un manoscritto mercantile del XIV secolo che riporta alcuni consigli di viaggio con l’indicazione dei relativi tempi di percorrenza. Fiore all’occhiello, l'immancabile Milione di Marco Polo nella sua edizione originale redatta a mano, oltre ad un’edizione a caratteri a stampa. Ad arricchire la sezione, l’esposizione di alcuni prodotti che rilevano la diversa tipologia di commerci che dalla seta finiva per interessare anche i beni di lusso. L'intero percorso espositivo offre la possibilità di ammirare preziosi manufatti ceramici, trame ed orditi raffinati ed importanti pitture su tavola


Pubblicato da Antonella Colaninno

Mostra visitata il 12 dicembre 2012


Mostra organizzata da American Museum of Natural History, New York
in collaborazione con Azienda Speciale Palaexpo and Codice. Idee per la Cultura, Torino

a cura di Mark Norell

sezione italiana a cura di Luca Molà, Maria Ludovica Rosati e Alexandra Wetzel

mercoledì 26 dicembre 2012

BENEDETTE FOTO! Carmelo Bene visto da Claudio Abate






di Antonella Colaninno

Il teatro surreale di Carmelo Bene raccontato dalle fotografie di Claudio Abate.
L’immaginario poetico e dissacratore del teatro contemporaneo di Carmelo Bene ha rivoluzionato la scena del teatro italiano del Novecento e ha fatto molto discutere per la sua originalità e la sua estrema e provocatoria contemporaneità tutta giocata sul ruolo delle immagini e dei suoni. Il corpo diventa lo strumento della comunicazione diretta con il pubblico, l’elemento predominante di una narrazione che affida alle luci e alla novità dei costumi e del trucco l’elemento principale della composizione scenica.
A dieci anni dalla scomparsa di Carmelo Bene, Palazzo delle Esposizioni celebra la figura complessa di questo artista e del suo teatro attraverso gli scatti di Claudio Abate, unica testimonianza visiva che ci è stata tramandata.
Le foto di Claudio Abate svolgono un ruolo importante nella vita di Carmelo Bene; fu infatti, grazie ai suoi scatti che l’artista fu scagionato dalle accuse di oltraggio per lo spettacolo Cristo 63. Il titolo della mostra “Benedette foto!” trae origine dalle parole pronunciate dallo stesso artista in merito a questa vicenda, ricordando l’effetto salvifico della sua testimonianza fotografica.
Circa 120 fotografie a colori e in bianco e nero documentano sulla scena, tra il debutto e le prove, il lavoro di recitazione tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’70 del Novecento, dei 10 tra i primi spettacoli di Carmelo Bene: Cristo 63; Salomè da e di Oscar Wilde, Faust o Margherita; Pinocchio ’63; Il Rosa e il Nero da di a G. M. Lewis; Nostra Signora dei Turchi; Salvatore Giuliano. Vita di una rosa rossa; Arden of Feversham; Don Chisciotte. Un percorso affascinante che non manca di emozionare il visitatore, che pone al centro la ricerca continua della dimensione dello spazio quale valore assoluto, dove ogni esperienza umana si disperde. Il presente rappresenta l'unica esperienza alienante del sè in una riflessione surreale sul tempo e sulla sua paradossale ambiguità.
L’ultima sezione della mostra è dedicata  alle riprese della Salomè (1972). L’archivio di Claudio Abate, a parte questa esperienza sul teatro, è incentrato sul lavoro delle arti visive e di artisti come: Pino Pascali; Jannis Kounellis; Eliseo Mattiacci; Fabio Mauri; Gino De Dominicis; i Neuen Wilden tedeschi e gli artisti della Scuola di San Lorenzo.
 

Pubblicato da Antonella Colaninno
Mostra visitata il 12 dicembre

In alto, in ordine: Carmelo Bene (Faust) in Faust o Margherita, Teatro dei Satiri, Roma 1966; Carmelo Bene (Faust) in Faust o Margherita, Teatro dei Satiri, Roma 1966; Carmelo Bene in Salomè, lungometraggio 1972; Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio ’66, Teatro Centrale, Roma 1966; Veruscka in Salomè (lungometraggio); Veruscka in Salomè; Carmelo Bene(Onorio) e Veruscka (Myrrhine) in Salomè (lungometraggio, 1972).

venerdì 21 dicembre 2012

RENATO GUTTUSO






“Quanno finisci di travirsarla tutta e infini arriva a capo della viuzza, si trova ad aviri il sciato grosso come quanno si tocca la riva allo stremo delle forzi doppo ‘na longa natata” Andrea Camilleri (da La Vucciria Renato Guttuso)



di Antonella Colaninno



Non è semplice cercare di raccontare il mondo così come lo vedeva Renato Guttuso (Bagheria, 1912 – Roma, 1987) che del suo tempo e del suo mestiere ha fatto passione di vita e di arte.“Se io potessi, per una attenzione del Padreterno, scegliere un momento nella storia e un mestiere sceglierei questo tempo e il mestiere del pittore.” Sempre attento alle relazioni con altri artisti, Guttuso ha mantenuto viva in sé una certa “sicilitudine.” L’amore per la vita e per il colore, e un erotismo mai nascosto sono solo una parte di una visione del mondo dove l’ombra della morte resta una presenza vigile, una nota stridente che serpeggia misteriosa tra la vitalità della gente e dei colori dei suoi mercati. Una visione antica di amore e di morte, di erotismo e di passione che traduce il mito e la storia nel presente perché il vero protagonista in Guttuso è l’uomo e la sua storia.

Una vita vissuta tra Milano, Palermo e Roma tra artisti ed intellettuali. Alberto Moravia, Giacomo Manzù, Leonardo Sciascia, Eugenio Montale, Pablo Neruda, Luchino Visconti, Vittorio De Sica e Pierpaolo Pasolini ebbero con lui un’intensa collaborazione artistica, e poi l’amico Picasso a cui dedicò una serie di opere tra cui Il Convivio (1973), nella quale Picasso pittore siede tra alcuni dei suoi personaggi come la donna de Les demoiselles e l’Arlecchino pensoso. 
In occasione del centenario della sua nascita, Roma dedica all’artista siciliano una grande mostra, la prima antologica sull’intero percorso artistico di Guttuso che a Roma trascorse più di 50 anni di vita. Oltre 100 opere raccontano il suo impegno di artista nella società, spesso criticato da aspre polemiche quando il suo linguaggio si fa provocatore e rompe gli schemi iconografici tradizionali. La Crocifissione (1940,41) con la Maddalena denudata e le croci collocate frontalmente l’una alle altre, sollevò la disapprovazione degli ambienti cattolici e fu condannata dal Vaticano. Guttuso amava dipingere tele di grande formato, pensava fosse un atto dovuto ad un pittore.“Io di solito aspetto che mi vengano le idee, non le vado mai a cercare, un giorno ero seduto al caffè Greco, proprio nella sala che ho dipinto, e ho cominciato a pensare che era un tema che mi si addiceva. C’era de Chirico da un lato, seduto. Ho continuato a pensare al progetto e quando si è un po’ maturato ho incominciato a fare qualche disegno […] in questo quadro c’è un elemento catalizzatore, Giorgio de Chirico, anche se il fascino del luogo nasce anche dalla gente che ci è passata, da Buffalo Bill a Gabriele D’Annunzio. […] nel quadro ci sono molti elementi dechirichiani, penso a “il sogno del poeta” a “il ritratto premonitore di Guillaume Apollinaire […]. Volevo però dare, sia pure con un solo segno, il senso della storia che è passata.”

Guttuso racconta così, le immagini di una storia attraverso altre storie, dando vita ad un sentimento collettivo che traccia il disegno di un’epoca e si concentra sul tempo dell’uomo. Nella Vucciria (1974), l’esaltazione del colore e la sinuosità delle forme enfatizzano un sentimento di morte. Le carni appese ed il piano inclinato sullo sfondo dove la frutta e gli ortaggi sembrano ruotare in un vortice, esprimono il senso del tempo e del suo inesorabile passaggio. Cesare Brandi scrive che “[…] il quadro brucia, il quadro, con tanti timbri quasi violenti che si cozzano, in realtà vive entro contorni di pece, listato e lutto. […] come su un fondo nero, come dipinto su una lastra di lavagna […]” Una chiara allusione alla sua terra, la Sicilia, così piena di vita e di colori ma segnata da un destino di paura e di morte. Lo stesso Guttuso scriveva: “E’ un quadro nero […] mentre dipingevo, mi sono accorto come tutta quella abbondanza di vita contenesse, nel fondo, un senso distruttivo. Senza che io ci pensassi o volessi, la tela esalava un sentimento di morte.”

In Guttuso la memoria è il filo conduttore delle sue storie. La memoria di sé, riprodotta negli autoritratti, la memoria dei luoghi che attraverso i colori esprimono le sensazioni  dei profumi e dei sapori. E infine, la memoria della storia e delle tante storie che la compongono. Le atmosfere cupe della guerra e la luce della Sicilia, la memoria letteraria e quella neorealista desunta dal cinema e dagli ambienti popolari. Tutto il Novecento si racconta nell’umanità di Renato Guttuso, con le sue passioni e le sue storie di dolore, ancora così antica per essere contemporanea, ma così attuale pur restando anacronistica.







“Chi ripercorre la sua pittura, come le motivazioni che passo passo ne hanno giustificato le ragioni, è di fronte a un grado di passionalità partecipativa, di vitalismo, sorprendenti, e certo di portata tutt’altro che inattuale.” Enrico Crispolti  
Mostra visitata il 12 dicembre

In alto, in ordine: Guttuso e Marta Marzotto; Il caffè greco; La Vucciria (particolare); Amanti (?); Figura femminile.



Pubblicato da Antonella Colaninno

mercoledì 5 dicembre 2012

CELESTE PRIZE 2012



di Antonella Colaninno

Sabato 1 dicembre si è conclusa l’edizione 2012 del Celeste Prize, curata da Katia Garcia –Anton. I vincitori sono stati scelti attraverso il voto degli artisti finalisti, durante la mostra allestita presso la Centrale Montemartini di Roma. Oltre 1400 artisti provenienti da tutto il mondo si sono confrontati con il proprio lavoro, sottoponendolo all’attenzione della curatrice e del comitato di selezione. Quattro le categorie tra Pittura, Fotografia, Installazione & Scultura, e Video & Animation Price, a cui si aggiunge il Premio del pubblico.
Per la sezione Pittura, il premio va all’artista tedesca Antoinette Von Saurma e al suo inchiostro su carta dal titolo Sendai in the snow. Una commovente rappresentazione di un paesaggio del Sendai presso Fukoshima dopo la tragedia dello Tsunami, descritto attraverso il deserto dei suoi fantasmi, di ombre ormai vuote private delle forme di vita. L’immobolità del paesaggio si ispira alle immagini giapponesi, all’ordine di queste composizioni e alle costanti evocazioni poetiche.
L’opera dal titolo Pietà dell’artista inglese David Birkin si aggiudica il primo premio per la sezione Fotografia. Una grande campitura dai colori del mare ricavata da polveri di lapislazzuli copre l’immagine relativa alla notizia di una donna afghana ai funerali di sua figlia. Come spiega l’artista, i pigmenti di lapislazzuli hanno un significato simbolico che rimanda al colore dell’abito della Vergine Maria delle iconografie rinascimentali. Il manto che copre il soggetto della foto ha il valore di una censura morale verso il rispetto del dolore e del silenzio e si eleva a una invocazione alla preghiera.
Curtains è il titolo dell’installazione dell’artista spagnolo Jaime de la Jara vincitore del primo premio per la sezione Installazione & Scultura. Una serie di rigide tende oscure occupano le pareti di una stanza buia senza finestre. Una lettura trasversale ed un'analisi politico-sociale per comprendere ciò che nascosto, non ci è permesso vedere, traslando il significato del soggetto attraverso una lettura dei significati concettuali.  
Landsape - Ipotesi 35 è la fotografia di Giovanni Guadagnoli che si aggiudica il premio del Pubblico. Un paesaggio velato resta sospeso tra la leggerezza dell’aria e la durezza della terra, tra l’immaginazione e il senso della realtà. Se la macchina che percorre l’asfalto rappresenta la volontà del cammino che intraprendiamo verso un futuro che non conosciamo, il volo dell’aereo è invece, l’altra metà della nostra essenza.
Il video dell’artista spagnola Cristina Nunez dal titolo Someone to love è il vincitore dell’ultima sezione Video & Animation. Una straordinaria testimonianza di vita che nasce dall’esigenza di raccontarsi attraverso la storia della propria famiglia e di scoprire le verità sino ad allora sconosciute da cui è possibile spiegare ogni possibile concatenazione degli eventi. L’artista sceglie di montare le fotografie per dittici e trittici per cercare relazioni ed analogie con i suoi parenti, per trovare punti comuni e cercare di comprendere il suo comportamento. Una serie di autoscatti costituiscono il progetto di una auto analisi che mette a nudo la propria anima, nel tentativo di liberarla da ansie, rabbie e paure. Un progetto che vuole porsi al servizio degli altri insegnando le facoltà terapautiche dell’autoscatto come autoanalisi. “Someone to love is my autobiography in self portraits […] family pictures and other photographs, mounted together on a video, and united by my voice which narrats the story of my life […].”
“[…] my mission: to teach my method to others, so that people can learn to convert their own pain into works of art.”

Pubblicato da Antonella Colaninno

Nelle immagini: Sendai in the snow; Pietà; Curtains; Landscape-Ipotesi 35; Someone to love; Steven Music e il Celeste Prize Team.