Nudo di donna EGON SCHIELE















domenica 14 luglio 2013

LA BIENNALE DI VENEZIA 55 ESPOSIZIONE INTERNAZIONALE D'ARTE






di Antonella Colaninno
La 55a Esposizione Internazionale d'Arte compie un passo decisivo in un percorso già sperimentato che pone in relazione gli artisti nel tempo e nello spazio. E'quanto afferma il direttore Paolo Baratta nel considerare la 55a Biennale "una grande mostra ricerca." Massimiliano Gioni, curatore della Mostra Internazionale della Biennale, si chiede quale sia oggi, il mondo degli artisti e se vi siano possibili relazioni con mondi diversi che consentano loro di muoversi in una realtà globale tra passato e contemporaneità. Un tentativo di dare spazio alla propria creatività ben oltre la pretesa di considerare ogni singolo lavoro un'opera d'arte. Sensibilità, utopia, e superamento dei confini della quotidianità sono le coordinate su cui ogni artista libera la propria dimensione creativa. La scelta del titolo "Il Palazzo Enciclopedico" esprime al meglio questa visione globale ed interdisciplinare. Una mostra che raccoglie 150 artisti provenienti da 38 paesi diversi collocabili tra l'inizio del secolo scorso sino ai giorni nostri. Il progetto curatoriale si ispira alla visione utopistica di Marino Auriti che lavorò per anni al suo progetto, rinchiuso in un garage nelle campagne dello stato della Pennsylvania, progettando nel 1955, l'idea di un Palazzo Enciclopedico che depositò all'ufficio brevetti statunitense. Si trattava di un museo immaginario che avrebbe dovuto ospitare tutto il sapere dell'umanità in un edificio di 136 piani alto 700 metri, la cui ampiezza avrebbe occupato ben più di 16 isolati nella città di Washington. "Oggi, alle prese con il diluvio dell'informazione, questi tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi ci appaiono ancora più necessari e ancor più disperati", afferma Massimiliano Gioni. Una mostra visionaria che ricerca quelle visioni interiori che si confondono nella vastità delle immagini esteriori. Il sapere diventa il desiderio folle che muove questa ricerca ossessiva verso la conoscenza infinita, nel tentativo di dare se pur utopisticamente, un ordine alle cose, tra noiosa catalogazione enciclopedica e la copiosa e confusa abbondanza delle Wunderkammern dei propri sogni dove regnano sovrane conchiglie e sabbie dell'immaginario personale, tra mirabilia artificialia et naturalia. Quella di Auriti ci appare oggi,una sfida di grande attualità, necessaria per strutturare l'enormità delle informazioni a cui siamo continuamente sottoposti. La riflessione sull'importanza del sogno e del proprio mondo interiore trova il suo punto centrale nel "Libro Rosso" di Carl Gustav Jung presentato per la prima volta in Italia ed esposto accanto alle opere di arte contemporanea. Si tratta di un manoscritto illustrato a cui lo psicologo lavorò per oltre 16 anni e che apre il percorso espositivo del Padiglione centrale dei Giardini, mentre il plastico di Auriti trova collocazione all'inizio del percorso espositivo dell'Arsenale. I mondi alternativi rappresentano la fuga dal quotidiano alla riscoperta di quella dimensione dove l'immaginazione e il potere della meraviglia vincono sull'immagine, lasciando un posto privilegiato all'universo personale. Ma può l'artista considerarsi al centro di questa ricerca verso l'assoluto del sè in una costellazione dove il sapere mostra l'irragiungibilità della propria grandezza e l'arte le infinite varianti delle sue forme espressive?

Pubblicato da Antonella Colaninno

Luogo visitato il 31 maggio

In foto: "Il Palazzo Enciclopedico"; immagine di copertina della 55 Esposizione Internazionale d'Arte; Paolo Baratta e Massimiliano Gioni; C. G. Jung

martedì 9 luglio 2013

MANET RITORNO A VENEZIA

                  
                 
         




"I nemici più espliciti del talento di Edouard gli consentono di dipingere bene gli oggetti inanimati" Emile Zola


"I nostri padri hanno riso di Courbet e ora cadiamo in estasi dinanzi ai suoi dipinti, ridiamo di Manet e saranno i nostri figli a estasiarsi dinanzi alle sue tele." Emile Zola


di Antonella Colaninno

Palazzo Ducale ospita una interessante mostra su Edouard Manet (1832 - 1883), il maestro francese "dall'anima italiana"che subì il fascino della pittura dei grandi artisti del Rinascimento italiano. Una pittura che Manet ebbe occasione di conoscere durante i suoi soggiorni di studio in Italia tra Venezia e Firenze, nel 1853, nel 1857 ed infine, nel 1874 ma ancor prima, al Louvre come copista del museo. L'esposizione veneziana presenta al pubblico circa 40 opere provenenti dal Musèe d'Orsay tra cui la famosa Olympia che, per la prima volta, oltrepassa i confini francesi per essere esposta eccezionalmente, in Italia. L'opera, datata 1863, si offre al visitatore in un confronto diretto con la Venere di Urbino (1538) di Tiziano, proveniente dai prestigiosi musei degli Uffizi di Firenze, mostrando citazioni ed assonanze di due epoche lontane. La sensuale morbidezza del corpo della Venere che si espande ai drappi sinuosi e ai tessuti leggeri, si traduce nella freddezza statuaria dell'Olympia, congelata nella fissità di uno sfondo che nulla lascia intravedere e sul quale gli elementi floreali evocano una femminilità lontana, desunta da quel Giapponismo così di moda in Europa tra la metà dell'Ottocento ed i primi decenni dl Novecento. Non fu solo l'arte italiana ad incidere sul percorso artistico del maestro francese che fu ispirato in generale, dal passato e dal fascino dell'arte spagnola soprattutto da artisti come Diego Velazquez e Francisco Goya. Le Dèjeuner sur l'herbe (Colazione sull'erba, 1863) ripropone la stessa elegante teatralità su una scenografia di contrasti cromatici tipica dello stile di Velazquez e la chiara citazione classica del nudo della donna rappresenta allo stesso tempo, un'audace lettura di un erotismo scandaloso ed irriverente. Anche nelle nature morte riecheggia lo spirito del passato attraverso una rilettura della pittura di genere olandese che Manet trasforma in un linguaggio moderno fatto di pennellate languide e di forme seducenti strutturate sulla forza espressiva del colore, come in Le Citron (Il limone, 1880 - 1881) e in Branche de pivoines blanches et sècateur (Ramo di peonie biane e forbici, 1864). Nelle opere a soggetto religioso evidenti sono i rimandi alla tradizione classica italiana. Il Christ de Douleurs (Cristo dolente, 1857) un'immagine monocroma e solitaria del Cristo, fu ripreso da Manet dagli affreschi di Andrea del Sarto nella basilica della Santissima Annunziata di Firenze, mentre Jesus insultè par les soldats (Gesù deriso dai soldati, 1864) ricostruisce nel sorprendente naturalismo delle figure e del loro valore narrativo, il senso eroico della sofferenza e l'universalità della violenza tra gli uomini. Le opere "spagnole"rappresentano alcuni dei capolavori dell'artista francese come la Lola de Valence (1862 - 1863) e Le Fifre (Il piffero, 1866). La prima tela è il ritratto di Lola Melea, l'ètoile di una compagnia spagnola di balletti molto nota in Francia, mentre la seconda rappresenta un giovane ragazzo in uniforme che comunica le fragilità e la solitudine di questa età sospesa in uno spazio quasi metafisico dove persino lo strumento musicale sembra non emettere alcun suono. La musica e il teatro sono tra gli aspetti che traducono in pittura il rapporto di Manet con la cultura del suo tempo e raccontano dei salotti musicali e delle feste frequentate dall'artista in compagnia della moglie ("entrata nella sua vita come maestra di piano") ed evidenziano alcuni caratteri della società altoborghese che trascende la sua stessa mondanità ed è proiettata esclusivamente, nel proprio mondo interiore, ovattato e chiuso ai problemi della realtà. Le Balcon (Il balcone 1868 - 1869) è collocato accanto al dipinto di Vittore Carpaccio Due dame veneziane del 1495 a sottolineare ancora una volta, l'influenza che la pittura del passato ed in particolare la tradizione italiana, ebbe sull'artista francese. Portrait d'Emile Zola (Ritratto di Emile Zola, 1868) e Portrait de Stèphane Mallarmè (Ritratto di Stèhane Mallarmè, 1876) illustrano l'importanza dei rapporti di Manet con gli scrittori e i poeti del suo tempo. Lo stesso Zola fu grande estimatore della attività artistica del maestro francese che in più occasioni difese dalle critiche e dalle incomprensioni dei contemporanei mentre Mallarmè fu compagno d'avventure professionali come nel lavoo editoriale l'Apres-midi d'un faune (Il pomeriggio d'un fauno). Un altro tema caro all'artista fu quello del mare. Tra le sue marine L'Evasion de Rochefort (Fuga di Rochefort, 1880 - 1881) che unisce alla poetica dell'infinito e della vastità del mare il realismo dell'attualità di un riferimento politico, e Le Grand Canal à Venise (Canal Grande a Venezia, 1874) che si caratterizza per una maggiore luminosità ed una pennellata dai toni più sfumati. L'attenzione di Manet per la società contemporanea lascia testimonianza anche in opere come Sur la plage (Sulla spiaggia, 1873) e Berthe Morisot au bouquet de violettes (Berthe Morisot con un mazzo di violette, 1872), pittrice ed amica di Manet, sua modella preferita e cognata dal 1874. Un percorso espositivo che affascina il visitatore ed offre spunti di studio per una ricerca su una delle più grandi personalità dell'arte contemporanea, attento osservatore della realtà e consapevole anticipatore di quel cambiamento che avrebbe portato nella cultura contemporanea ad una totale e completa interazione delle arti.

Pubblicato da Antonella Colaninno


Mostra visitata il 1 giugno

Venezia, Palazzo Ducale
24 aprile - 18 agosto 2013
a cura di Stèphane Guègan, con Guy Cogeval del Musèe d'Orsay e
Gabriella Belli dei Musei civici di Venezia.


In foto: Olymphia; Venere di Urbino di Tiziano; Le Fifre; Le Balcon; Le Dèjeuner sur l'herbe; Berthe Morisot; Palazzo Ducale, Venezia.






 
 
 

 

 

 
 

 

 

 

 
 
 
 
 

lunedì 24 giugno 2013

LE STANZE DEL VETRO...NOT VITAL: 700 Snowballs / FRAGILE?



di Antonella Colaninno

Entrando nell'Abbazia di San Giorgio Maggiore si resta affascinati dalla luce e dalla trasparenza delle 700 Snowballs, un vero e proprio esercito di vetro che si mobilita con l'unico intento di creare un'ambientazione naturale per la contemplazione e suscitare meraviglia, ispirandosi ad un'atmosfera magica che ricorda le sfere di cristallo delle veggenti e soprattutto la lenta e candida discesa della neve. Le metamorfosi della natura trasformano in ghiaccio una sostanza liquida e il suo scorrere libero diventa una forma perfetta quando gela. Quale materiale duttile se non il vetro poteva realizzare questa straordinaria trasformazione? Ogni palla di neve dell'installazione dell'artista svizzero Not Vidal è stata soffiata a mano dal sapiente lavoro artigiano delle vetrerie di Murano e si distingue per la sua unicità. 

La fragilità del vetro e la caducità delle trasformazioni naturali evocate ripercorrono il progetto comune delle "Stanze del Vetro" sulla ricerca e sulla valorizzazione della lavorazione del vetro dal XX secolo sino ai nostri giorni, e della mostra "Fragile?" La mostra intende ricordare l'importanza dell'uso del vetro durante il XX secolo, come nuova forma di comunicazione e di dialogo con il mondo esterno. Trasparenza, fragilità e resistenza rappresentano la nuova comunicazione che non chiude le barriere ma si proietta verso la conoscenza della realtà e del linguaggio contemporaneo. "Fragile?" presenta 28 lavori di alcuni tra gli artisti contemporanei che hanno utilizzato il vetro per le loro creazioni. Un titolo che vuole ricordare non solo la fragilità di questo materiale, ma soprattutto la fragilità dell'individuo e la precarietà della condizione umana e dei suoi equilibri. Ma il vetro è anche un possibile contenitore che isola e racchiude, metafora della solitudine, del limite e delle difficoltà di comprendere ciò che spesso sfugge ai nostri sensi. Attraverso il vetro si evocano le tradizioni di culture a noi lontane dove questo materiale diventa l'espressione popolare di una forma violenta di decorazione urbana. Nel lavoro dell'artista scozzese David Batchelor (Dondee, 1955) "Concreto" (2012) punte di vetro colorato di diverse dimensioni sono fissate su una base di cemento e si ispirano a quei vetri rotti presenti sui muri delle case delle periferie brasiliane per identificare una proprietà privata e sono interpretate dall'artista come una forma naturale di street art. "Filies in a Jar"(1994) di David Hammons (Springfield, Illinois. 1943) si ispira all'idea di un organo in vitreo, tra esperimento e feticcio, e vuole interpretare la sessualità maschile così libera eppure chiusa in un barattolo di vetro, simbolo del potere di una censura che finisce per diventare il racconto di un mito. "Barra d'aria"(1969-1996) di Giuseppe Penone (Garessio, Italia, 1947) è un parallelepipedo di vetro che raccoglie i suoni del mondo esterno. Uno strumento naturale di percezione che assume valore di scultura. L'installazione "Terremoto in Palazzo"(1981) di Joseph Beuys (Germania, Krefeld, 1921 - Dusseldorf, 1986) ci consegna la testimonianza della dolorosa memoria collettiva di quel terremoto in Irpina del 1980, a cui il noto gallerista napoletano Lucio Amelio volle dedicare un'importante mostra. Vetri in bilico tra la vita e la morte tra fragili schegge ed equilibri precari raccontano la transitorietà imprevedibile dell'esistenza umana. Infine il cerchio delle bottiglie spezzate dell'artista libanese Mona Hatoum (Beirut, Libano, 1952) "Drowning Sorrows (wine bottles)", (2004) lascia libertà di interpretazione. C'è chi considera palese il messaggio di un esilio doloroso nel cerchio di un mare di cemento e chi invece preferisce pensare all'idea di una comunicazione spezzata, di un messaggio in bottiglia mai arrivato a destinazione e lasciato al mistero del mare. 

Pubblicato da Antonella Colaninno

Luogo visitato il 1 giugno presso l'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia.
Mostra a cura di Mario Codognato
Artisti in mostra: Ai Weiwei; Giovanni Anselmo; David Batchelor; Walead Beshty; Joseph Beuys; Monica Bonvicini; Cyril de Commarque; Michael Craig-Martin; Marcel Duchamp; Luciano Fabro; Matias Faldbakken; Ceal Floyer; Claire Fontaine; Gilbert & George; David Hammons; Mona Hatoum; Damien Hirst; Joseph Kosuth; Jannis Kounellis; Barry Le Va; Mario Merz; Carsten Nicolai; Giuseppe Penone; Gerhard Richter; Pipilotti Rist; Keith Sonnier; Lawrence Weiner; Rachel Whiteread.
                                 

                                  

                                   
In foto: alcune immagini delle Snowballs di Not Vidal; l'artista Not Vidal; David Hammons/"Files in a Jar"; David Batchelor/"Concreto"; Giuseppe Penone/"Barra d'aria"; Joseph Beuys/"Teremoto in Palazzo"; Mona Hatoum/"Drowning Sorrow (wine bottles)".














lunedì 17 giugno 2013

ROY LICHTENSTEIN SCULPTOR



di Antonella Colaninno


"Di fatto le sulture di Lichtenstein sembrano impregnate di un'esperienza del vuoto, prediletta nelle culture orientali. [...] Avvicina l'immagine ad un'entità oltrepassabile fatta di sola luce, simile ad un'emissione proiettata sul muro, come un'ombra cinese. Risulta quasi una coagulazione di spazio, vicina alle vetrate medievali, perchè fatta di spazi barrati o delineati da contorni, ma attraversabili." Germano Celant


 Il Magazzino del Sale alle Zattere con le sue mura cinquecentesche, è oggi sede della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova. 


Le antiche volte dei Magazzini si colorano con le forme stravaganti delle sculture di uno dei maestri della Pop Art americana: Roy Lichtenstein, ripercorrendo quel filo immaginario che Emilio Vedova propose come strumento di dialogo tra la sua esperienza artistica e quella dei grandi artisti contemporanei. Sempre negli ambienti dei Magazzini infatti è in permanenza la mostra i "...Cosiddetti Carnevali..." un ciclo sul carnevale che il maestro veneziano realizzò a partire dalla fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 che documenta le suggestioni delle maschere dei carnevali del mondo durante i suoi viaggi in Nord Europa, Brasile e Messico. La mostra Roy Lichtenstein Sculptur a cura di Germano Celant, con gli allestimenti di Francesca Fenaroli dello Studio Gae Aulenti Associati e realizzata grazie alla collaborazione della Roy Lichtenstein Foundation di New York, presenta una serie di 45 opere tra disegni, bozzetti, collage, moquettes, modelli e sculture tutti realizzati tra il 1965 e il 1997, provenienti dalla fondazione americana oltre che da importanti musei e collezioni private. Una grande vetrina che passa attraverso echi di modernismo e di surrealismo ma con un gusto espressionista nell'uso del colore. La scultura di Roy Lichtenstein consuma il proprio plasticismo sino a perdere il senso del volume e a identificarsi con la superficie di uno spazio bidimensionale. La linea disegna una figura che si riempie attraverso gli spazi colorati, sottile e morbida essa si esprime nel disegno del fumetto e della cartellonistica pubblicitaria. Onde sinuose e linee rette sono elementi decorativi raffinati ed ironici decontestualizzati da qualsiasi entità di spazio e di tempo che ripercorrono l'idea "dell'appiattimento dei mass media." Una comunicazione "di superficie"che si svuota di contenuti e si smaterializza di fronte a qualsiasi rifermento con la realtà. "Di fatto l'emozionalità e l'esperienza della realtà lasciano campo ad un'informazione visuale e concettuale, la cui configurazione è indeterminata e indefinibile, priva di identità perchè multiforme ed aperta. Il reale si volatilizza e si sviluppa in un'alternativa immaginaria che elude ogni identificazione, a parte quella di essere ripetuta all'infinito: una prestazione dello stesso che vive di apparenza più che di sostanza" (Germano Celant). Nelle sculture c'è tutta la seduzione della grande macchina dell'industria culturale. I mass media filtrano la società ma la svuotano di contenuti, proponendo una dimensione surreale quale unica alternativa possibile in cui identificarsi, leggera e sognante, distante dalle contingenze reali. L'appiattimento dei volumi è la risposta alla volontà di annullare la partecipazione alle cose e il loro stesso spessore. Una sensorialità effimera ed entusiasta che si traduce nella trasparenza della forma e nella dimensione puramente materica degli spazi. L'immagine si espleta nella immediatezza della sua rappresentazione come nel mondo magico ed illusorio della comunicazione di massa dove ciò che conta è solo la potenza dell'immagine e la velocità del suo potere di fascinazione. L'assenza di tridimensionalità rappresenta la mancanza di adesione alla realtà mentre la forma si esalta nel valore assoluto della decorazione fermandosi allo stato superficiale delle cose, priva di concretezza e di azione.

Pubblicato da Antonella Colaninno

Luogo visitato il 31 maggio in occasione della mia partecipazione alla inaugurazione della 55 Biennale d'Arte di Venezia.

In foto: locandina della mostra; "House II, 1997; Roy Lichtenstein; "Sleeping Muse, 1983.


venerdì 14 giugno 2013

BEWARE OF THE HOLY WHORE Edvard Munch, Lene Berg and the Dilemma of Emancipation




DI ANTONELLA COLANINNO

"Outside the gate to the City of Free Love he met a peasant and he questioned about the city. 
-Yes, said the peasant, this is a state within a state. It is free and has free laws. Some of the laws say that people should stay awake and drink at night and sleep during the day.
Marriages are made without any priest or fuss - a marriage does not last for more than three years, otherwise they are punished - and they can also in fact make marriages for two or three days - An idealist-
-Yes, you see, let me tell you, they have brought Heaven down to Earth. No chains will bind free love - Long live Free Love!" (The City of Free Love - Edvard Munch)

“Beware of the Holy Whore: Edvard Munch, Lene Berg and the dilemma of the Emancipation” è il progetto organizzato dall’ OCA (Office for Contemporary Art Norway) e dalla Fondazione Bevilacqua la Masa per rappresentare la Norvegia alla 55 Biennale di Venezia. 

Esso intende riflettere sulle contraddizioni che spesso affiancano il difficile percorso di conquista per l’emancipazione tra libertà e isolamento, e del raggiungimento di una vita diversa. La Norvegia è stata la nazione simbolo della conquista per l’emancipazione e del superamento delle convenzioni, un passaggio storico non semplice che è stato segnato dai limiti imposti dalla censura. L’emancipazione sfugge, infatti, a quel controllo delle masse, tipico dei moderni sistemi socio politici in cui predomina il potere economico, e porta l’individuo a svincolarsi dal proprio contesto culturale e sociale, in un percorso fatto di passione per la libertà ma, allo stesso tempo, di limiti determinati dalle proprie sovrastrutture mentali. Solo con il tempo, questi slanci possono trasformarsi in azione collettiva verso il progresso, e portare a grandi cambiamenti. “Munch non parla di macchine, di città in via di costruzione, del mito positivista del progresso. Piuttosto, ci racconta di flusso e riflusso del presente, di una continua confusione tra l’esteriorità e l’essere interiore, in definitiva, della difficoltà di decidere cosa essere davvero.” (Angela Vettese). La libertà ha, infatti, in sé, una parte di repressione e sviluppa, per questo, ambiguità e una coscienza disturbata che in Munch si esprimono in quelle tipiche distorsioni spaziali che rappresentano le immagini riflesse delle distorsioni dell’io, tra magrezza, senso della morte, e liberazione dal giudizio altrui.  


La Norvegia, nel 1913, è stata la seconda nazione europea, dopo la Finlandia, a consentire il diritto di voto alle donne, ma, già dal 1884, è stata impegnata sul fronte della tutela dei diritti delle donne sul lavoro. Un passo importante per il cammino verso l’emancipazione, che però ha rappresentato una frattura sia per la cultura dominante dell’epoca che per l’identità individuale. Tutto questo ha coinciso, storicamente, con lo sviluppo industriale e con la conseguente crisi dei valori della società contadina, fondata sulla stabilità dell'educazione religiosa. Un percorso ancora in atto per molti Paesi, che ha segnato il grande conflitto tra società di massa e individuo, in una via senza uscita che ha condotto in molti casi, alla perdita dell’orientamento.
Il film della regista Lene Berg, proiettato nella prima sala della Fondazione Bevilacqua La Masa, apre il percorso della mostra. Il film è montato su una particolare regia dove il ruolo dei protagonisti è allo stesso tempo, anche un non ruolo. Esso, infatti, si svolge nella storia non-storia di un triangolo tra due uomini e una donna, che finisce col confondere i ruoli nel tentativo di cercare l’unità nella frammentarietà dell’individuo, cercando il raggiungimento di una vita diversa che resta però segnata dall’isolamento.

Pubblicato da Antonella Colaninno



Luogo visitato il 31 maggio 2013, in occasione della mia partecipazione alla inaugurazione della 55 Biennale d’Arte di Venezia.    

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

venerdì 15 marzo 2013

GIORGIO DE CHIRICO LA CASA MUSEO



“Nelle piazze di de Chirico non possono esserci piante, fiori, vegetazioni che rimanderebbero al corso degli eventi e al respiro dell’esistenza. Ogni forma di vita deve pietrificarsi per superare il tempo. […] Solo sullo sfondo della composizione, ai confini dell’orizzonte, oltre il muretto che recinge la piazza metafisica, possono comparire le nuvole di fumo di un treno in corsa, una vela scossa dal vento che va verso il mare aperto […]” Elena Pontiggia

DI ANTONELLA COLANINNO
Passeggiando per Piazza di Spagna, uno degli scenari più successivi delle capitali europee, con la sua imponente scalinata di Trinità dei Monti, ci ritroviamo di fronte al seicentesco Palazzetto dei Borgognoni dove, dal 1947, e per gli ultimi 30 anni della sua vita, ha vissuto Giorgio de Chirico. Centro della vita artistica romana, la piazza è stata lo scenario di un intenso fervore culturale per gli atelier di artisti presenti in via Margutta e in via dei Condotti, con il celebre Caffè Greco, dal 1760 luogo di incontro di politici e intellettuali. Oggi la casa museo ospita la Fondazione Isa e Giorgio de Chirico nata nel 1986 su iniziativa della moglie del maestro e di Claudio Bruni Sakraischik. Nel 1998, a 20 anni dalla morte di de Chirico, avvenuta il 20 novembre 1978, la casa è stata aperta al pubblico per la prima volta, con gli arredi originali e la sua ricca collezione di opere d'arte collocabili a partire dagli anni Venti e Trenta del Novecento. Nel 1987, per volontà della vedova Isa For, 24 dipinti del maestro sono stati donati allo Stato italiano e sono entrati a far parte della collezione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. 
All’interno della casa-museo, tra le stanze che si affacciano sulle pittoresche terrazze romane, il nostro incontro con Giorgio de Chirico avviene attraverso la presenza degli oggetti a lui cari, dalla poltrona, all’autoritratto, dai ritratti della moglie Isa, alle sculture, di Ettore e Andromaca, degli Arcangeli e di Oreste e Pilade, dai dipinti delle Torri, ispirati alla Mole Antonelliana, alle tele sul mito dei Gladiatori, scene di armoniose perfezioni, distanti dalle sanguinose arene romane. Nella sala da pranzo, l’intimità familiare si raccoglie intorno a una serie di nature morte, o vite silenti, come preferiva chiamarle de Chirico, dalla linea morbida e dall'enfasi barocca. Risale alla fine degli anni ’60, l’ultima grande sala del primo livello dell'abitazione che accoglie alcune opere del periodo neometafisico, incentrato sui temi delle piazze italiane e dei manichini, che in questa fase creativa sono interpretati con un senso di maggiore giocosità. Qui troviamo opere come Le Muse inquietanti (1974), La torre (1968 ca), e Piazza d’Italia con fontana (1968 ca). 

Al piano superiore, sono invece collocate la camera da letto del maestro, con la splendida vista sulle terrazze romane, la camera della moglie Isa, e l’atelier, dove de Chirico preparava i colori, che, ancora oggi, conserva sul cavalletto, l’ultima opera incompiuta del maestro, la copia del Tondo Doni di Michelangelo.
Poggiata sul pavimento dello studio, la foto incorniciata del fratello Savinio che custodisce le foglie della corona di alloro del suo funerale.
L’anacronismo di Giorgio de Chirico non è mai al di fuori del tempo ma si ispira alla tradizione del passato, a un classicismo che dall'antica Grecia si rinnova attraverso la parabola della storia, passando per Tiziano, Leonardo e Raffaello. Nel 1913, Apollinaire, definì il maestro: “il più sbalorditivo pittore del nostro tempo”, lui che solo qualche anno prima, nel 1910, a Firenze, aveva iniziato il suo percorso sulla Metafisica “ispirata dalla lettura di Nietzche.” Giorgio de Chirico ci ha lasciato l’eredità di un pensiero originale, di un modo nuovo di reinterpretare la storia in chiave metafisica, sempre in costante relazione con il passato. La riflessione sul tempo e sulla materia porta de Chirico a concepire l'idea nella forma, ad interrogarla oltre l’enigmatica trama surreale. La sospensione della metafisica rappresenta la dimensione dell’attesa, è la ricerca di ciò che non si conosce, la comprensione dell’eternità del mito. Elena Pontiggia sottolinea quanto sia stato determinante per de Chirico nascere in Tessaglia, nella antica città di Volos, sorta sulle rovine di Colcos da cui gli Argonauti salparono alla ricerca del Vello d’Oro. Inoltre, non lontano da Volos, vivevano i Centauri, leggendarie figure metà uomini e metà cavalli e tra questi, il mitico Chirone, che aveva educato Achille, Diomede, i Dioscuri e Giasone. La pittura di de Chirico è ricca, infatti, di rimandi mitologici e lavora sulla trasparenza della memoria, lontana da sentimentalismi, e distante dal romanticismo dei simbolisti (Bocklin e Klinger) a cui il maestro pur si ispirò durante il soggiorno a Monaco. La meditazione sulla metafisica estende gli orizzonti del pensiero aprendosi, sulla tela, a larghe campiture, lasciando al dubbio le zone in ombra dal colore poco cristallino. Gli aspetti surreali abbracciano, invece, l’idea visionaria di un’arte come rivelazione. Tutto il percorso artistico di de Chirico è il frutto del suo peregrinare di città in città. dalla Grecia alla Germania, sino ai suoi soggiorni a Parigi, Firenze, Ferrara, Torino e Roma, mentre le geometrie e le presenze architettoniche si ispirano probabilmente, alla memoria di un padre ingegnere. L’uomo è, per de Chirico, pensiero che si tramuta in forma, anche quando i manichini tornano ad essere figure umane congelate in un frammento di spazio, nello scorrere universale del tempo. Ciò che permane  nelle figure e nel paesaggio di de Chirico è il silenzio, l’immobilità, che sospende il moto dell’esistenza tramutandola nell' idea assoluta del continuo passaggio del tempo. Anche la pienezza delle forme, a cui de Chirico ritorna, non appare mai come un fluire della vita, ma piuttosto come una rovina romantica, florida e decadente, come una citazione del mito e della classicità.


Pubblicato da Antonella Colaninno
Luogo visitato  il 16 gennaio 2013
                                                                                                    

In foto: ingresso alla Casa museo; sala da pranzo; scorci della camera da letto di Giorgio de Chirico; particolare del copriletto con angeli nella camera della moglie Isa For; lo studio del maestro; particolare di una sala della Casa museo. 

sabato 9 marzo 2013

I DISEGNI DI MEDARDO ROSSO




[…] si impone la determinante presenza del “vuoto”, che nei fogli più alti del gruppo diverrà il protagonista dell’immagine, di soggetto naturalistico ma tutt’altro che naturalistica: trascrizione, piuttosto, in una sorta di veloce scenografia, di una tesa partecipazione emotiva.” Luciano Caramel

DI ANTONELLA COLANINNO

I disegni di Medardo Rosso (1858-1928) sono, ancora oggi, una produzione poco nota al pubblico. Si conoscono soltanto un centinaio di opere delle quali ci è giunta, in alcuni casi, solo la riproduzione fotografica, una documentazione, per questo, così preziosa, conservata al Museo Medardo Rosso di Barzio in Valtellina. Alcuni di questi lavori sono stati realizzati su supporti improvvisati e non consentono di stabilire una datazione precisa, benché si possa riconoscere all'artista una certa attività come pittore, svolta durante gli anni giovanili trascorsi tra Pavia e Milano. Ciò che caratterizza i disegni di Medardo Rosso è la volontà di “far dimenticare la materia” mostrando i significati nascosti, e le sfumature psicologiche. L'artista modella la materia senza mai conferirle un plasticismo chiuso, ben definito, lasciando che le figure si aprano allo spazio circostante come un'apparizione effimera di se stessa, nell'estemporaneità del tratto, tra contorni labili e decadenti, in assenza di una precisa volontà oggettiva. 

Una visione che risente del clima lombardo della Scapigliatura (Rosso visse a Milano fino al 1889) e di un certo naturalismo che privilegia il contemporaneo nella sua verità e immediatezza, preferendolo a tematiche storiche e mitologiche, al soggetto ideale, e all'artificio formale. In Medardo Rosso non è la materia a prendere forma, ma la sintesi di un’idea che tende a sfumarsi verso il vuoto, che cerca di rilevare l'impressione di “un’istantanea di vita cittadina in atto (Londres – effet de metro en la lumière, Chemin de fer – train qui arrive). 

L'artista, infatti, disegna il particolare di un’azione, lasciando percepire le possibili intenzioni che si celano oltre quel gesto (Uomo che fa la valigia, Uomo che si pettina davanti allo specchio, Figlia che cuce), cerca di cogliere le sensazioni di un momento attraverso le sfumature di una grande campitura di luce o piuttosto, usando un tratto di matita che disegna zone d'ombra come fossero una nube oscura (Paesaggio al mare, Impressione marina, Paesaggio, Strada)

Pubblicato da Antonella Colaninno