Nudo di donna EGON SCHIELE















lunedì 24 giugno 2013

LE STANZE DEL VETRO...NOT VITAL: 700 Snowballs / FRAGILE?



di Antonella Colaninno

Entrando nell'Abbazia di San Giorgio Maggiore si resta affascinati dalla luce e dalla trasparenza delle 700 Snowballs, un vero e proprio esercito di vetro che si mobilita con l'unico intento di creare un'ambientazione naturale per la contemplazione e suscitare meraviglia, ispirandosi ad un'atmosfera magica che ricorda le sfere di cristallo delle veggenti e soprattutto la lenta e candida discesa della neve. Le metamorfosi della natura trasformano in ghiaccio una sostanza liquida e il suo scorrere libero diventa una forma perfetta quando gela. Quale materiale duttile se non il vetro poteva realizzare questa straordinaria trasformazione? Ogni palla di neve dell'installazione dell'artista svizzero Not Vidal è stata soffiata a mano dal sapiente lavoro artigiano delle vetrerie di Murano e si distingue per la sua unicità. 

La fragilità del vetro e la caducità delle trasformazioni naturali evocate ripercorrono il progetto comune delle "Stanze del Vetro" sulla ricerca e sulla valorizzazione della lavorazione del vetro dal XX secolo sino ai nostri giorni, e della mostra "Fragile?" La mostra intende ricordare l'importanza dell'uso del vetro durante il XX secolo, come nuova forma di comunicazione e di dialogo con il mondo esterno. Trasparenza, fragilità e resistenza rappresentano la nuova comunicazione che non chiude le barriere ma si proietta verso la conoscenza della realtà e del linguaggio contemporaneo. "Fragile?" presenta 28 lavori di alcuni tra gli artisti contemporanei che hanno utilizzato il vetro per le loro creazioni. Un titolo che vuole ricordare non solo la fragilità di questo materiale, ma soprattutto la fragilità dell'individuo e la precarietà della condizione umana e dei suoi equilibri. Ma il vetro è anche un possibile contenitore che isola e racchiude, metafora della solitudine, del limite e delle difficoltà di comprendere ciò che spesso sfugge ai nostri sensi. Attraverso il vetro si evocano le tradizioni di culture a noi lontane dove questo materiale diventa l'espressione popolare di una forma violenta di decorazione urbana. Nel lavoro dell'artista scozzese David Batchelor (Dondee, 1955) "Concreto" (2012) punte di vetro colorato di diverse dimensioni sono fissate su una base di cemento e si ispirano a quei vetri rotti presenti sui muri delle case delle periferie brasiliane per identificare una proprietà privata e sono interpretate dall'artista come una forma naturale di street art. "Filies in a Jar"(1994) di David Hammons (Springfield, Illinois. 1943) si ispira all'idea di un organo in vitreo, tra esperimento e feticcio, e vuole interpretare la sessualità maschile così libera eppure chiusa in un barattolo di vetro, simbolo del potere di una censura che finisce per diventare il racconto di un mito. "Barra d'aria"(1969-1996) di Giuseppe Penone (Garessio, Italia, 1947) è un parallelepipedo di vetro che raccoglie i suoni del mondo esterno. Uno strumento naturale di percezione che assume valore di scultura. L'installazione "Terremoto in Palazzo"(1981) di Joseph Beuys (Germania, Krefeld, 1921 - Dusseldorf, 1986) ci consegna la testimonianza della dolorosa memoria collettiva di quel terremoto in Irpina del 1980, a cui il noto gallerista napoletano Lucio Amelio volle dedicare un'importante mostra. Vetri in bilico tra la vita e la morte tra fragili schegge ed equilibri precari raccontano la transitorietà imprevedibile dell'esistenza umana. Infine il cerchio delle bottiglie spezzate dell'artista libanese Mona Hatoum (Beirut, Libano, 1952) "Drowning Sorrows (wine bottles)", (2004) lascia libertà di interpretazione. C'è chi considera palese il messaggio di un esilio doloroso nel cerchio di un mare di cemento e chi invece preferisce pensare all'idea di una comunicazione spezzata, di un messaggio in bottiglia mai arrivato a destinazione e lasciato al mistero del mare. 

Pubblicato da Antonella Colaninno

Luogo visitato il 1 giugno presso l'Isola di San Giorgio Maggiore a Venezia.
Mostra a cura di Mario Codognato
Artisti in mostra: Ai Weiwei; Giovanni Anselmo; David Batchelor; Walead Beshty; Joseph Beuys; Monica Bonvicini; Cyril de Commarque; Michael Craig-Martin; Marcel Duchamp; Luciano Fabro; Matias Faldbakken; Ceal Floyer; Claire Fontaine; Gilbert & George; David Hammons; Mona Hatoum; Damien Hirst; Joseph Kosuth; Jannis Kounellis; Barry Le Va; Mario Merz; Carsten Nicolai; Giuseppe Penone; Gerhard Richter; Pipilotti Rist; Keith Sonnier; Lawrence Weiner; Rachel Whiteread.
                                 

                                  

                                   
In foto: alcune immagini delle Snowballs di Not Vidal; l'artista Not Vidal; David Hammons/"Files in a Jar"; David Batchelor/"Concreto"; Giuseppe Penone/"Barra d'aria"; Joseph Beuys/"Teremoto in Palazzo"; Mona Hatoum/"Drowning Sorrow (wine bottles)".














lunedì 17 giugno 2013

ROY LICHTENSTEIN SCULPTOR



di Antonella Colaninno


"Di fatto le sulture di Lichtenstein sembrano impregnate di un'esperienza del vuoto, prediletta nelle culture orientali. [...] Avvicina l'immagine ad un'entità oltrepassabile fatta di sola luce, simile ad un'emissione proiettata sul muro, come un'ombra cinese. Risulta quasi una coagulazione di spazio, vicina alle vetrate medievali, perchè fatta di spazi barrati o delineati da contorni, ma attraversabili." Germano Celant


 Il Magazzino del Sale alle Zattere con le sue mura cinquecentesche, è oggi sede della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova. 


Le antiche volte dei Magazzini si colorano con le forme stravaganti delle sculture di uno dei maestri della Pop Art americana: Roy Lichtenstein, ripercorrendo quel filo immaginario che Emilio Vedova propose come strumento di dialogo tra la sua esperienza artistica e quella dei grandi artisti contemporanei. Sempre negli ambienti dei Magazzini infatti è in permanenza la mostra i "...Cosiddetti Carnevali..." un ciclo sul carnevale che il maestro veneziano realizzò a partire dalla fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 che documenta le suggestioni delle maschere dei carnevali del mondo durante i suoi viaggi in Nord Europa, Brasile e Messico. La mostra Roy Lichtenstein Sculptur a cura di Germano Celant, con gli allestimenti di Francesca Fenaroli dello Studio Gae Aulenti Associati e realizzata grazie alla collaborazione della Roy Lichtenstein Foundation di New York, presenta una serie di 45 opere tra disegni, bozzetti, collage, moquettes, modelli e sculture tutti realizzati tra il 1965 e il 1997, provenienti dalla fondazione americana oltre che da importanti musei e collezioni private. Una grande vetrina che passa attraverso echi di modernismo e di surrealismo ma con un gusto espressionista nell'uso del colore. La scultura di Roy Lichtenstein consuma il proprio plasticismo sino a perdere il senso del volume e a identificarsi con la superficie di uno spazio bidimensionale. La linea disegna una figura che si riempie attraverso gli spazi colorati, sottile e morbida essa si esprime nel disegno del fumetto e della cartellonistica pubblicitaria. Onde sinuose e linee rette sono elementi decorativi raffinati ed ironici decontestualizzati da qualsiasi entità di spazio e di tempo che ripercorrono l'idea "dell'appiattimento dei mass media." Una comunicazione "di superficie"che si svuota di contenuti e si smaterializza di fronte a qualsiasi rifermento con la realtà. "Di fatto l'emozionalità e l'esperienza della realtà lasciano campo ad un'informazione visuale e concettuale, la cui configurazione è indeterminata e indefinibile, priva di identità perchè multiforme ed aperta. Il reale si volatilizza e si sviluppa in un'alternativa immaginaria che elude ogni identificazione, a parte quella di essere ripetuta all'infinito: una prestazione dello stesso che vive di apparenza più che di sostanza" (Germano Celant). Nelle sculture c'è tutta la seduzione della grande macchina dell'industria culturale. I mass media filtrano la società ma la svuotano di contenuti, proponendo una dimensione surreale quale unica alternativa possibile in cui identificarsi, leggera e sognante, distante dalle contingenze reali. L'appiattimento dei volumi è la risposta alla volontà di annullare la partecipazione alle cose e il loro stesso spessore. Una sensorialità effimera ed entusiasta che si traduce nella trasparenza della forma e nella dimensione puramente materica degli spazi. L'immagine si espleta nella immediatezza della sua rappresentazione come nel mondo magico ed illusorio della comunicazione di massa dove ciò che conta è solo la potenza dell'immagine e la velocità del suo potere di fascinazione. L'assenza di tridimensionalità rappresenta la mancanza di adesione alla realtà mentre la forma si esalta nel valore assoluto della decorazione fermandosi allo stato superficiale delle cose, priva di concretezza e di azione.

Pubblicato da Antonella Colaninno

Luogo visitato il 31 maggio in occasione della mia partecipazione alla inaugurazione della 55 Biennale d'Arte di Venezia.

In foto: locandina della mostra; "House II, 1997; Roy Lichtenstein; "Sleeping Muse, 1983.


venerdì 14 giugno 2013

BEWARE OF THE HOLY WHORE Edvard Munch, Lene Berg and the Dilemma of Emancipation




DI ANTONELLA COLANINNO

"Outside the gate to the City of Free Love he met a peasant and he questioned about the city. 
-Yes, said the peasant, this is a state within a state. It is free and has free laws. Some of the laws say that people should stay awake and drink at night and sleep during the day.
Marriages are made without any priest or fuss - a marriage does not last for more than three years, otherwise they are punished - and they can also in fact make marriages for two or three days - An idealist-
-Yes, you see, let me tell you, they have brought Heaven down to Earth. No chains will bind free love - Long live Free Love!" (The City of Free Love - Edvard Munch)

“Beware of the Holy Whore: Edvard Munch, Lene Berg and the dilemma of the Emancipation” è il progetto organizzato dall’ OCA (Office for Contemporary Art Norway) e dalla Fondazione Bevilacqua la Masa per rappresentare la Norvegia alla 55 Biennale di Venezia. 

Esso intende riflettere sulle contraddizioni che spesso affiancano il difficile percorso di conquista per l’emancipazione tra libertà e isolamento, e del raggiungimento di una vita diversa. La Norvegia è stata la nazione simbolo della conquista per l’emancipazione e del superamento delle convenzioni, un passaggio storico non semplice che è stato segnato dai limiti imposti dalla censura. L’emancipazione sfugge, infatti, a quel controllo delle masse, tipico dei moderni sistemi socio politici in cui predomina il potere economico, e porta l’individuo a svincolarsi dal proprio contesto culturale e sociale, in un percorso fatto di passione per la libertà ma, allo stesso tempo, di limiti determinati dalle proprie sovrastrutture mentali. Solo con il tempo, questi slanci possono trasformarsi in azione collettiva verso il progresso, e portare a grandi cambiamenti. “Munch non parla di macchine, di città in via di costruzione, del mito positivista del progresso. Piuttosto, ci racconta di flusso e riflusso del presente, di una continua confusione tra l’esteriorità e l’essere interiore, in definitiva, della difficoltà di decidere cosa essere davvero.” (Angela Vettese). La libertà ha, infatti, in sé, una parte di repressione e sviluppa, per questo, ambiguità e una coscienza disturbata che in Munch si esprimono in quelle tipiche distorsioni spaziali che rappresentano le immagini riflesse delle distorsioni dell’io, tra magrezza, senso della morte, e liberazione dal giudizio altrui.  


La Norvegia, nel 1913, è stata la seconda nazione europea, dopo la Finlandia, a consentire il diritto di voto alle donne, ma, già dal 1884, è stata impegnata sul fronte della tutela dei diritti delle donne sul lavoro. Un passo importante per il cammino verso l’emancipazione, che però ha rappresentato una frattura sia per la cultura dominante dell’epoca che per l’identità individuale. Tutto questo ha coinciso, storicamente, con lo sviluppo industriale e con la conseguente crisi dei valori della società contadina, fondata sulla stabilità dell'educazione religiosa. Un percorso ancora in atto per molti Paesi, che ha segnato il grande conflitto tra società di massa e individuo, in una via senza uscita che ha condotto in molti casi, alla perdita dell’orientamento.
Il film della regista Lene Berg, proiettato nella prima sala della Fondazione Bevilacqua La Masa, apre il percorso della mostra. Il film è montato su una particolare regia dove il ruolo dei protagonisti è allo stesso tempo, anche un non ruolo. Esso, infatti, si svolge nella storia non-storia di un triangolo tra due uomini e una donna, che finisce col confondere i ruoli nel tentativo di cercare l’unità nella frammentarietà dell’individuo, cercando il raggiungimento di una vita diversa che resta però segnata dall’isolamento.

Pubblicato da Antonella Colaninno



Luogo visitato il 31 maggio 2013, in occasione della mia partecipazione alla inaugurazione della 55 Biennale d’Arte di Venezia.    

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

venerdì 15 marzo 2013

GIORGIO DE CHIRICO LA CASA MUSEO



“Nelle piazze di de Chirico non possono esserci piante, fiori, vegetazioni che rimanderebbero al corso degli eventi e al respiro dell’esistenza. Ogni forma di vita deve pietrificarsi per superare il tempo. […] Solo sullo sfondo della composizione, ai confini dell’orizzonte, oltre il muretto che recinge la piazza metafisica, possono comparire le nuvole di fumo di un treno in corsa, una vela scossa dal vento che va verso il mare aperto […]” Elena Pontiggia

DI ANTONELLA COLANINNO
Passeggiando per Piazza di Spagna, uno degli scenari più successivi delle capitali europee, con la sua imponente scalinata di Trinità dei Monti, ci ritroviamo di fronte al seicentesco Palazzetto dei Borgognoni dove, dal 1947, e per gli ultimi 30 anni della sua vita, ha vissuto Giorgio de Chirico. Centro della vita artistica romana, la piazza è stata lo scenario di un intenso fervore culturale per gli atelier di artisti presenti in via Margutta e in via dei Condotti, con il celebre Caffè Greco, dal 1760 luogo di incontro di politici e intellettuali. Oggi la casa museo ospita la Fondazione Isa e Giorgio de Chirico nata nel 1986 su iniziativa della moglie del maestro e di Claudio Bruni Sakraischik. Nel 1998, a 20 anni dalla morte di de Chirico, avvenuta il 20 novembre 1978, la casa è stata aperta al pubblico per la prima volta, con gli arredi originali e la sua ricca collezione di opere d'arte collocabili a partire dagli anni Venti e Trenta del Novecento. Nel 1987, per volontà della vedova Isa For, 24 dipinti del maestro sono stati donati allo Stato italiano e sono entrati a far parte della collezione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. 
All’interno della casa-museo, tra le stanze che si affacciano sulle pittoresche terrazze romane, il nostro incontro con Giorgio de Chirico avviene attraverso la presenza degli oggetti a lui cari, dalla poltrona, all’autoritratto, dai ritratti della moglie Isa, alle sculture, di Ettore e Andromaca, degli Arcangeli e di Oreste e Pilade, dai dipinti delle Torri, ispirati alla Mole Antonelliana, alle tele sul mito dei Gladiatori, scene di armoniose perfezioni, distanti dalle sanguinose arene romane. Nella sala da pranzo, l’intimità familiare si raccoglie intorno a una serie di nature morte, o vite silenti, come preferiva chiamarle de Chirico, dalla linea morbida e dall'enfasi barocca. Risale alla fine degli anni ’60, l’ultima grande sala del primo livello dell'abitazione che accoglie alcune opere del periodo neometafisico, incentrato sui temi delle piazze italiane e dei manichini, che in questa fase creativa sono interpretati con un senso di maggiore giocosità. Qui troviamo opere come Le Muse inquietanti (1974), La torre (1968 ca), e Piazza d’Italia con fontana (1968 ca). 

Al piano superiore, sono invece collocate la camera da letto del maestro, con la splendida vista sulle terrazze romane, la camera della moglie Isa, e l’atelier, dove de Chirico preparava i colori, che, ancora oggi, conserva sul cavalletto, l’ultima opera incompiuta del maestro, la copia del Tondo Doni di Michelangelo.
Poggiata sul pavimento dello studio, la foto incorniciata del fratello Savinio che custodisce le foglie della corona di alloro del suo funerale.
L’anacronismo di Giorgio de Chirico non è mai al di fuori del tempo ma si ispira alla tradizione del passato, a un classicismo che dall'antica Grecia si rinnova attraverso la parabola della storia, passando per Tiziano, Leonardo e Raffaello. Nel 1913, Apollinaire, definì il maestro: “il più sbalorditivo pittore del nostro tempo”, lui che solo qualche anno prima, nel 1910, a Firenze, aveva iniziato il suo percorso sulla Metafisica “ispirata dalla lettura di Nietzche.” Giorgio de Chirico ci ha lasciato l’eredità di un pensiero originale, di un modo nuovo di reinterpretare la storia in chiave metafisica, sempre in costante relazione con il passato. La riflessione sul tempo e sulla materia porta de Chirico a concepire l'idea nella forma, ad interrogarla oltre l’enigmatica trama surreale. La sospensione della metafisica rappresenta la dimensione dell’attesa, è la ricerca di ciò che non si conosce, la comprensione dell’eternità del mito. Elena Pontiggia sottolinea quanto sia stato determinante per de Chirico nascere in Tessaglia, nella antica città di Volos, sorta sulle rovine di Colcos da cui gli Argonauti salparono alla ricerca del Vello d’Oro. Inoltre, non lontano da Volos, vivevano i Centauri, leggendarie figure metà uomini e metà cavalli e tra questi, il mitico Chirone, che aveva educato Achille, Diomede, i Dioscuri e Giasone. La pittura di de Chirico è ricca, infatti, di rimandi mitologici e lavora sulla trasparenza della memoria, lontana da sentimentalismi, e distante dal romanticismo dei simbolisti (Bocklin e Klinger) a cui il maestro pur si ispirò durante il soggiorno a Monaco. La meditazione sulla metafisica estende gli orizzonti del pensiero aprendosi, sulla tela, a larghe campiture, lasciando al dubbio le zone in ombra dal colore poco cristallino. Gli aspetti surreali abbracciano, invece, l’idea visionaria di un’arte come rivelazione. Tutto il percorso artistico di de Chirico è il frutto del suo peregrinare di città in città. dalla Grecia alla Germania, sino ai suoi soggiorni a Parigi, Firenze, Ferrara, Torino e Roma, mentre le geometrie e le presenze architettoniche si ispirano probabilmente, alla memoria di un padre ingegnere. L’uomo è, per de Chirico, pensiero che si tramuta in forma, anche quando i manichini tornano ad essere figure umane congelate in un frammento di spazio, nello scorrere universale del tempo. Ciò che permane  nelle figure e nel paesaggio di de Chirico è il silenzio, l’immobilità, che sospende il moto dell’esistenza tramutandola nell' idea assoluta del continuo passaggio del tempo. Anche la pienezza delle forme, a cui de Chirico ritorna, non appare mai come un fluire della vita, ma piuttosto come una rovina romantica, florida e decadente, come una citazione del mito e della classicità.


Pubblicato da Antonella Colaninno
Luogo visitato  il 16 gennaio 2013
                                                                                                    

In foto: ingresso alla Casa museo; sala da pranzo; scorci della camera da letto di Giorgio de Chirico; particolare del copriletto con angeli nella camera della moglie Isa For; lo studio del maestro; particolare di una sala della Casa museo. 

sabato 9 marzo 2013

I DISEGNI DI MEDARDO ROSSO




[…] si impone la determinante presenza del “vuoto”, che nei fogli più alti del gruppo diverrà il protagonista dell’immagine, di soggetto naturalistico ma tutt’altro che naturalistica: trascrizione, piuttosto, in una sorta di veloce scenografia, di una tesa partecipazione emotiva.” Luciano Caramel

DI ANTONELLA COLANINNO

I disegni di Medardo Rosso (1858-1928) sono, ancora oggi, una produzione poco nota al pubblico. Si conoscono soltanto un centinaio di opere delle quali ci è giunta, in alcuni casi, solo la riproduzione fotografica, una documentazione, per questo, così preziosa, conservata al Museo Medardo Rosso di Barzio in Valtellina. Alcuni di questi lavori sono stati realizzati su supporti improvvisati e non consentono di stabilire una datazione precisa, benché si possa riconoscere all'artista una certa attività come pittore, svolta durante gli anni giovanili trascorsi tra Pavia e Milano. Ciò che caratterizza i disegni di Medardo Rosso è la volontà di “far dimenticare la materia” mostrando i significati nascosti, e le sfumature psicologiche. L'artista modella la materia senza mai conferirle un plasticismo chiuso, ben definito, lasciando che le figure si aprano allo spazio circostante come un'apparizione effimera di se stessa, nell'estemporaneità del tratto, tra contorni labili e decadenti, in assenza di una precisa volontà oggettiva. 

Una visione che risente del clima lombardo della Scapigliatura (Rosso visse a Milano fino al 1889) e di un certo naturalismo che privilegia il contemporaneo nella sua verità e immediatezza, preferendolo a tematiche storiche e mitologiche, al soggetto ideale, e all'artificio formale. In Medardo Rosso non è la materia a prendere forma, ma la sintesi di un’idea che tende a sfumarsi verso il vuoto, che cerca di rilevare l'impressione di “un’istantanea di vita cittadina in atto (Londres – effet de metro en la lumière, Chemin de fer – train qui arrive). 

L'artista, infatti, disegna il particolare di un’azione, lasciando percepire le possibili intenzioni che si celano oltre quel gesto (Uomo che fa la valigia, Uomo che si pettina davanti allo specchio, Figlia che cuce), cerca di cogliere le sensazioni di un momento attraverso le sfumature di una grande campitura di luce o piuttosto, usando un tratto di matita che disegna zone d'ombra come fossero una nube oscura (Paesaggio al mare, Impressione marina, Paesaggio, Strada)

Pubblicato da Antonella Colaninno



giovedì 21 febbraio 2013

I BRUEGHEL, 150 ANNI DI UNA DINASTIA




“L’arte del descrivere della pittura olandese è interamente fondata sulla fiducia, che deriva dalla filosofia di Bacone, “nelle capacità di osservazione dell’occhio.” L’occhio sembra porsi a distanza ravvicinata con gli oggetti, cercarne l’intimità, […] E’ nel cuore del quotidiano che essi lanciano un preciso messaggio di salvezza (laica, non trascendente) […] E la salvezza laica può coincidere con una quotidianità resa eterna.” Svetlana Alpers *

di Antonella Colaninno

Sono già trascorsi tre anni dalla mostra che i Musei San Domenico di Forlì dedicavano ai fiori e ai loro significati declinati tra natura e simbolismo, seguendo “un percorso tra i fiori in pittura, al di fuori dei generi.” Una vasta panoramica sul Seicento focalizzava tra gli altri, un'attenzione particolare sulle tavole fiamminghe e sui Brueghel, su una serie di vasi di fiori dipinti su tavola e su rame e sul piccolo olio su rame dal titolo“Madonna col Bambino e angeli entro una ghirlanda di fiori” (1618-1620 ca. Museo del Prado di Madrid)
dipinto da Jan Brueghel il Vecchio e Giulio Cesare Procaccini che realizzò le figure all’interno della preziosa ghirlanda floreale. 
Dallo scorso dicembre, il Chiostro del Bramante presenta una interessante mostra sulla storia artistica della dinastia dei Brueghel che, per oltre 150 anni, ha dipinto la società e la cultura del secolo d’oro dell’arte fiamminga. Particolare attenzione è data alle storie contadine e al suo mondo popolare e grottesco che alle volte è narrato attraverso una interpretazione bucolica, nonchè alle composizioni floreali così di moda nella cultura figurativa europea. Particolarmente dense di significati simbolici, queste composizioni rappresentano un importante elemento di lettura dello stato sociale e della sensibilità del soggetto a cui fanno riferimento. Una mostra che se pur circoscritta alle “meraviglie dell’arte fiamminga” pone uno spunto di riflessione su una tipologia di pittura che prediligeva le composizioni floreali considerate all’epoca come un genere di minore rilevanza.
Vincenzo Giustiniani, collezionista e committente di Caravaggio, nel 1620, elencò in 12 punti, i diversi modi di dipingere ponendo solo al quinto posto la pittura floreale, quel “saper ritrarre fiori ed altre cose minute” poiché “la pittura doveva educare e raccontare storie edificanti e così dipingere soggetti inanimati non competeva ai grandi maestri.” (Alessandro Morandotti)
Quattro generazioni di artisti, quella dei Brueghel, che con Pieter il Vecchio apre una lunga stagione artistica che si protrarrà per oltre 150 anni. Una visione grottesca e giocosa desunta dall’immaginario di Hieronymus Bosch ritrae la gestualità della cultura contadina nei momenti di festa, sottolineando l’assenza di convenzioni e la presenza di una varietà umana ricca di sfumature.

Un’analisi attenta che non tralascia alcun particolare e che traduce nella vivacità del colore e nella libertà del movimento l’atteggiamento giocoso ed esuberante del mondo rurale. Il genio artistico di Pieter Brueghel il Vecchio continuerà ad esprimersi attraverso il lavoro dei figli Pieter il Giovane (il primogenito) e Jan il Vecchio consentendo alla dinastia di progredire e di intrecciare vicende umane ed esperienza artistica. Pieter porterà avanti e svilupperà le tematiche del padre, mentre Jan introdurrà il tema floreale e la natura morta, aderendo ad un linguaggio più aulico e ad uno stile più raffinato. Saranno ancora i figli di Jan e Pieter a dare lustro alla dinastia di artisti; Jan il Giovane riprenderà le tematiche di suo padre Jan il Vecchio con un ciclo sulle allegorie della pace, della guerra, dell’acqua, dell’amore, dell’olfatto e dell’udito e con le rappresentazioni floreali a cui si intrecciano i lavori di Jan van Kessel il Vecchio, nipote di Jan il Giovane, un elegante studio sugli insetti, sulle farfalle e sulle conchiglie a cui il Chiostro dedica gli spazi dell’ultima sala espositiva. La dinastia si conclude con l’ultimo erede, Abraham che distaccandosi completamente dalla continuità artistica della famiglia, ne decreterà la fine.


Pubblicato da Antonella Colaninno

Mostra visitata il 16 gennaio
   
*Dal saggio di Svetlana Alpers, Arte del descrivere. Scienza e pittura nel seicento olandese [1984], Torino, Bollati Boringhieri, 2004, p. 148 tratto da Il corpo e l’anima dei fiori  di Marco A. Mazzocchi saggio in catalogo della mostra Fiori. Natura e simbolo dal Seicento a Van Gogh (Silvana Editoriale).

                                                                                                      
In foto in ordine: Jan van Kessel “Studio di farfalle e altri insetti”, 1657 olio su tavola; Pieter Brueghel il Giovane “Trappola per uccelli”, 1605 olio su tavola; Pieter Brueghel il Giovane "Danza nuziale all'aperto", 1610 ca. olio su tavola; Jan van Kessel "Studio di farfalle e insetti", opera su marmo.


mercoledì 13 febbraio 2013

MARINO MARINI: L’ARCAICO





“Viaggiando per l’Italia, a Roma, a Venezia, a Padova, non mi ero mai impressionato alla vista di monumenti equestri, ma Bamberg, in Germania, mi fece una grande impressione, forse perché nasce in un mondo di fiaba, lontano da noi, in un angolo sperduto…” Marino Marini  

DI ANTONELLA COLANINNO

Se le forme fossero irriducibili al presente, l’Arcaico mondo di Marino Marini (1901-1980) sarebbe la perfetta sintesi di una prospettiva storica che guarda alla classicità come ricerca antropologica. La figura umana attinge da un archetipo primordiale nella sua linearità geometrica e nella sua severa frontalità e, allo stesso tempo, anche nelle morbide volumetrie. Nei cavalli e cavalieri la contemporaneità della linea, così originale ed energica, si ispira al modello classico del Marco Aurelio a cavallo, che si ripropone, idealmente, nella scultura dell’Enrico II di Bamberg. 

Una figura, quella dell'imperatore, che colpì profondamente Marini, per il suo essere decontestualizzata da qualsiasi tempo storico e per questo, sempre di grande attualità. Il passato percorre il presente, nella continua ed inesauribile ricerca, attraverso nuove forme, della sua rivelazione. Nelle sculture di Marino Marini si avverte una tensione latente e, a volte, oscura, che rivela le inquietudini di un artista che ha vissuto le contraddizioni del suo tempo.

Il Museo Archeologico di Bologna ospita sei opere di Marino Marini, in un allestimento che, come una strana caccia al tesoro, invita a ricercare le sculture dell’artista toscano tra i reperti di arte egizia, etrusca e greco romana. Le sculture di Marini trovano la propria collocazione tra le opere della collezione permanente, in un percorso di armonie elettive che esclude ogni nota di dissonanza. Il piccolo Nudo del 1929 si confonde tra le sculture egizie del piano interrato, mentre il ritratto dello scultore Fausto Melotti campeggia al centro della sala che ospita la collezione Etrusco-Italica. Al piano terra, è collocata l’imponente scultura del Cavaliere (1949) e, proseguendo, alla fine della ricca Gipsoteca, la grande figura della Pomona (1945), che, con le sue abbondanti rotondità, ricorda le primitive statue di terracotta propiziatorie di fertilità.  
Pubblicato da Antonella Colaninno

Anche nel 2012, Marino Marini resta lo scultore italiano più quotato in ambito internazionale. 937 mila sterline (1,1 milioni di euro) per un Cavaliere del 1947 acquistato in un’asta londinese di Sotheby’s. Sempre da Sotheby’s a New York Piccolo cavaliere del 1947 è stato aggiudicato a 782 mila dollari (590 mila euro). (Fonte: ArteFiera Bologna)